Estero

Libia arresta Almasri, "ha torturato e ucciso"

5 novembre 2025
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Dall'abbraccio dei connazionali per il rientro in Libia all'arresto detentivo, con un unico filo rosso: l'essere accusato di crimini contro l'umanità. La parabola di Osama Njeem Almasri, l'ex capo della polizia giudiziaria di Tripoli ricercato dalla Corte penale internazionale (CPI), fermato e rilasciato in gennaio dalle autorità italiane, si arricchisce di un nuovo colpo di scena: nella tarda mattinata i media libici annunciano che il generale libico è agli arresti.

"Ha torturato e ucciso", è l'accusa della procura di Tripoli che, dopo aver interrogato Almasri e aver raccolto le prove necessarie, ha optato per la detenzione preventiva in attesa della sentenza.

La notizia attraversa il mar Mediterraneo in pochi secondi. Il nome di Almasri è legato ad uno dei casi più spinosi che il governo di Giorgia Meloni ha dovuto affrontare in questi ultimi mesi. Tra il 19 e il 21 gennaio scorsi Almasri, sul quale spiccava - e spicca - il mandato di cattura della Corte dell'Aja, veniva fermato e rilasciato dalle autorità italiane.

Con un volo di Stato il "torturatore di Tripoli" - questo il soprannome con cui era conosciuto nel paese nordafricano e tra le organizzazioni non governative - veniva espulso in Libia e accolto, già nella pista dello scalo della capitale, dalla festa dei suoi compatrioti.

Da lì in poi Almasri è stato protagonista di un feroce scontro tra governo e opposizioni e di un delicato contenzioso tra Roma e la CPI presso la quale il governo italiano rischia ancora il deferimento presso l'assemblea degli Stati firmatari dello Statuto di Roma. L'ultima tappa del contenzioso sull'asse Olanda-Italia solo pochi giorni fa, quando il Consiglio dei ministri, replicando alla richiesta di chiarimenti della CPI, ha assicurato che opererà una revisione delle procedure di cooperazione con la Corte.

Ma è dalla Tripolitania che è arrivato il vero colpo di scena. Almasri è stato rinviato a giudizio con l'accusa di aver torturato migranti e ucciso almeno uno di loro. Il procuratore di Tripoli Sadiq al-Sour, secondo i media locali, grazie anche alla collaborazione con la CPI, ha ritenuto di avere le prove necessarie per procedere con la carcerazione preventiva. La Corte dell'Aja, contattata dall'ANSA, ha precisato di non voler per il momento fornire commenti.

Di certo le accuse indicate dalla procura di Tripoli sono molto simili a quelle per le quali la CPI aveva spiccato un mandato di cattura internazionale. Le stesse che diversi detenuti dei lager libici avevano raccontato sia in parlamento a Roma sia all'Eurocamera a Strasburgo, innescando l'ira delle organizzazioni non governative e dei gruppi della sinistra e un certo imbarazzo nel centrodestra, italiano ed europeo.

L'arresto di Almasri ha riportato il caso al centro della cronaca politica in Italia con il governo che, in serata, ha fornito una sua versione dei fatti, finora inedita: l'esecutivo era a conoscenza di un mandato di cattura emesso dalla procura di Tripoli già nel mese di gennaio, ragione fondamentale per cui ha proceduto all'immediata espulsione in Libia e non all'estradizione presso la CPI.

Ma l'arresto di Almasri va ben oltre i confini del caso giudiziario. È figlio dell'endemica instabilità di un paese con il quale 13 organizzazioni non governative specializzate nella ricerca e soccorso di migranti in mare hanno deciso di troncare ogni contatto, accusando il Centro congiunto di coordinamento dei soccorsi di Tripoli (JRCC) di "crescenti violazioni dei diritti umani". E avvertendo che procederanno ai salvataggi in mare senza informarlo.

È figlio del declino improvviso della Rada, la milizia di Almasri, finita nel mirino delle forze governative di Tripoli guidate dal primo ministro Abdulhamid Daibaba. Per anni la Rada, forze di deterrenza nate in contrapposizione agli uomini di Gheddafi, ha controllato porti, aeroporti e infrastrutture strategiche della Tripolitania.

Nelle ultime settimane l'idillio con le forze regolari si è rotto, forse anche per un cambio di strategia di Dabaiba: presentare il suo governo nel migliore dei modi alla comunità internazionale e ad un'UE che, con il Patto per il Mediterraneo, vuole cambiare registro nei rapporti con la Libia. E che, conseguentemente, non può permettersi più di tollerare che il torturatore di Tripoli sia a piede libero.