Estero

Italia a Cpi su caso Almasri, rivedremo regole cooperazione

1 novembre 2025
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"L'esperienza maturata con il caso Almasri ha portato l'Italia - in tutte le sue articolazioni (parlamento, governo e magistratura) - a intraprendere una revisione delle modalità con cui deve operare il sistema di cooperazione delineato dalla legge italiana" che regola la cooperazione giudiziaria tra l'Italia e la Corte penale internazionale (Cpi) "al fine di ottemperare agli obblighi internazionali nei confronti di questa Corte - che l'Italia conferma di voler rispettare - nel quadro degli interessi di sicurezza nazionale, nonché della posizione geopolitica del () paese e della legislazione costituzionale e interna".

Così il governo italiano in una lettera ai giudici della camera preliminare I della Cpi, fornendo gli ulteriori chiarimenti richiesti da tale corte in merito alla vicenda Almasri.

Il governo di Roma ha così risposto ieri con una mail - sottoscritta dall'ambasciatore italiano nei Paesi Bassi, Augusto Massari - alla richiesta della camera preliminare della Corte penale internazionale di fornire entro il 31 ottobre informazioni su eventuali procedimenti interni pertinenti e sul loro impatto sulla cooperazione con la Corte.

Le tre giudici della camera preliminare I dell'Aia avevano deciso a maggioranza di rinviare la scelta su un eventuale deferimento dell'Italia all'assemblea degli Stati parte o al Consiglio di sicurezza dell'Onu. Nelle loro conclusioni avevano però ritenuto "all'unanimità che l'Italia non abbia agito con la dovuta diligenza né utilizzato tutti i mezzi ragionevoli a sua disposizione per ottemperare alla richiesta di cooperazione" della Corte penale internazionale.

Le tappe della vicenda Almasri

Comincia nel gennaio scorso la vicenda che vede protagonista il generale libico Nijeem Osama Almasri, accusato di crimini di guerra e contro l'umanità, la cui liberazione ha scatenato un caso politico e giudiziario.

Il capo della polizia giudiziaria libica ha iniziato il suo viaggio per l'Europa il 6 gennaio, volando da Tripoli a Londra e facendo scalo all'aeroporto di Roma-Fiumicino. Dopo essersi trattenuto nella capitale britannica per sette giorni, il 13 gennaio Almasri si trasferisce a Bruxelles in treno e poi prosegue diretto in Germania, viaggiando in macchina con un amico. Durante il suo tragitto verso Monaco di Baviera, viene fermato dalla polizia per un controllo di routine e gli agenti lo lasciano proseguire. Infine arriva a Torino (Piemonte) in auto, per assistere a una partita della Juventus.

Dodici giorni dopo l'inizio del viaggio del comandante libico in giro per l'Europa, la Cpi spicca un mandato d'arresto sul generale per crimini di guerra e contro l'umanità commessi nella prigione di Mittiga, vicino a Tripoli, dal febbraio 2011. In quel carcere sotto il suo comando, secondo i documenti dell'Aia, sarebbero state uccise 34 persone e violentato un bambino.

L'arresto e il rilascio

Il 19 gennaio Almasri, da poco arrivato a Torino, viene fermato e incarcerato dalla polizia italiana. Ma due giorni dopo viene rilasciato su disposizione della Corte d'appello a causa di un errore procedurale: si è trattato di un arresto irrituale, secondo i giudici, perché la Cpi non aveva in precedenza trasmesso gli atti al ministro della giustizia Carlo Nordio. Poco dopo il suo rilascio, nello stesso giorno, il comandante libico viene rimpatriato dall'Italia su un volo di Stato, prima di essere portato in trionfo da decine di suoi sostenitori che lo accolgono festanti.

Dopo il rimpatrio, si accendono le proteste dell'opposizione e della stessa Cpi, che ha visto sfumare la consegna di un uomo che voleva arrestare per crimini di guerra e contro l'umanità. Il 23 gennaio il governo interviene ufficialmente per la prima volta, attraverso il ministro dell'interno Matteo Piantedosi, che spiega che Almasri è stato "rimpatriato a Tripoli, per urgenti ragioni di sicurezza, con mio provvedimento di espulsione, vista la pericolosità del soggetto". Il governo contesta anche la tempistica riguardante la richiesta, l'emissione e l'esecuzione del mandato di cattura internazionale, che è poi maturata al momento della presenza in Italia del cittadino libico.

L'inchiesta

Il 28 gennaio la presidente del Consiglio Giorgia Meloni si reca dal presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella per comunicargli l'iscrizione nel registro degli indagati e poi, in un messaggio sulle reti sociali, annuncia di aver ricevuto un avviso di garanzia dal procuratore della Repubblica Francesco Lovoi "per i reati di favoreggiamento e peculato in relazione alla vicenda del rimpatrio del cittadino Almasri", avviso inviato anche ai ministri Nordio e Piantedosi e al sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri Alfredo Mantovano. La polemica con le opposizioni si infiamma ulteriormente, così come con la magistratura.

A fine giugno la procura della Cpi accusa il governo italiano, in una memoria, di "non aver ottemperato ai suoi obblighi" sul caso Almasri e di aver così "impedito alla Corte di esercitare le sue funzioni". Sempre secondo la procura, l'Italia "aveva l'obbligo di consultare la Corte e la sua mancata consultazione costituisce di per sé una grave inadempienza".

Ma la risposta del governo di Meloni non si fa attendere: nessuna "incoerenza" nella condotta italiana, viene sottolineato, semmai "un'invasione di campo indebita della procura della Corte penale internazionale".

"L'Italia, non eseguendo correttamente la richiesta d'arresto e consegna" del generale libico Almasri, "non ha rispettato i propri obblighi internazionali" di cooperazione, ha stabilito la camera preliminare I della Cpi, che ha tuttavia deciso a maggioranza di rinviare la scelta su un eventuale deferimento dell'Italia all'assemblea degli Stati parte o al Consiglio di sicurezza dell'Onu.

Il governo - si legge nel documento pubblicato dalla Cpi - dovrà fornire entro il 31 ottobre informazioni su eventuali procedimenti interni pertinenti e sul loro impatto sulla cooperazione con la Corte.

Niente processo ai ministri

Nessun processo per i vertici di governo coinvolti nella vicenda Almasri. In tre distinte votazioni, a scrutinio segreto, la maggioranza della Camera ha votato in Aula per il no all'autorizzazione a procedere nei confronti dei ministri Nordio e Piantedosi e del sottosegretario alla presidenza Mantovano: tutti e tre erano indagati per favoreggiamento nella vicenda della liberazione di Almasri.

Su Nordio pendeva anche l'accusa di omissione di atti di ufficio mentre a Piantedosi e a Mantovano veniva contestato inoltre il reato di concorso in peculato.

L'esito in Aula, per quanto scontato, ha riservato comunque delle sorprese: alcuni deputati delle opposizioni hanno votato contro l'autorizzazione a procedere.

Intanto, il 28 ottobre il Tribunale dei ministri di Roma ha archiviato l'indagine a carico di Nordio, Piantedosi e Mantovano. Il provvedimento di archiviazione è irrevocabile.