Con uno dei suoi colpi di scena, il presidente statunitense Donald Trump cambia rotta sui test nucleari. Dopo aver annunciato, meno di 48 ore prima, di avere ordinato la ripresa degli esperimenti atomici provocando le allarmate reazioni del mondo - in particolare di Russia e Cina - l'inquilino della Casa Bianca fa sapere che la decisione diventerà operativa solo se altri paesi lo faranno per primi.
Intanto tornano alla ribalta i Tomahawk, i missili con un raggio d'azione fino a 2500 chilometri che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky chiede agli USA per colpire in profondità il territorio russo. Il 17 ottobre, ricevendo Zelensky alla Casa Bianca, Trump aveva detto che non poteva fornirglieli, temendo che gli Stati Uniti non ne avessero a sufficienza. Ora, secondo l'emittente televisiva Cnn, il Pentagono ha dato il via libera alle consegne, affermando che le scorte sono sufficienti, anche se l'ultima parola spetta al presidente.
Quest'ultimo aveva sollevato dubbi sull'impiego dei Tomahawk anche temendo che avrebbero provocato "una escalation", e affermando che comunque gli ucraini non sono in grado di lanciarli. "L'unico modo in cui un Tomahawk può essere sparato è se lo spariamo noi e non intendiamo farlo", aveva spiegato Trump incontrando il segretario generale della Nato, Mark Rutte, il 22 ottobre.
Quanto alle armi atomiche, prima di incontrare ieri il presidente cinese Xi Jinping in Corea del Sud, Trump aveva annunciato di avere "incaricato il Dipartimento della guerra (l'appellativo ripristinato da Trump come denominazione secondaria del Dipartimento della difesa) di iniziare a testare le nostre armi nucleari su base paritaria", perché altri paesi lo stavano facendo. "Questo processo inizierà immediatamente", aveva scritto sulla sua rete sociale Truth Social.
Ora, rispondendo alla domanda di un giornalista dell'agenzia di stampa France-Presse (Afp), arriva la nuova versione: "Faremo dei test, sì, e se altri paesi li faranno. Se loro lo faranno, lo faremo anche noi". La stessa posizione già espressa dal presidente russo Vladimir Putin.
Mosca aveva reagito prudente al primo annuncio di Trump. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, aveva detto di sperare che le informazioni fossero state "trasmesse correttamente" al presidente degli USA in merito ai test del missile Burevestnik e del drone sottomarino Poseidon, entrambi a propulsione nucleare, resi noti nei giorni precedenti da Putin. Cioè che "questi non possono in alcun modo essere interpretati come test nucleari". E quindi giustificare una ripresa dei test statunitensi.
Il primo annuncio di Trump aveva colto di sorpresa anche i suoi consiglieri, secondo quanto riferito da Cnn. Inoltre, avevano aggiunto le fonti dell'emittente, al momento al Pentagono non si sta muovendo nulla che possa suggerire un'attività di test nucleare. Del resto Trump non chiariva - e non chiarisce nemmeno ora - se si debba trattare di vere e proprie esplosioni nucleari o simulazioni al computer. Le quali "non si sono mai fermate in nessun paese", ha affermato il segretario del Consiglio di sicurezza russo ed ex ministro della difesa Serghei Shoigu.
Intanto, dopo l'incontro tra Xi e Trump, il primo ministro russo Mikhail Mishustin si recherà ad incontrare il leader cinese. Secondo Mosca, nel colloquio, in programma il 4 novembre, si palerà del "rafforzamento delle relazioni russo-cinesi" sulla base della "partnership strategica onnicomprensiva e l'interazione strategica". Ma è difficile pensare che non venga affrontato uno degli argomenti chiave in questo momento, vale a dire le importazioni cinesi di petrolio russo, dopo le sanzioni annunciate dal presidente statunitense contro Lukoil e Rosneft, le due maggiori produttrici di greggio in Russia. Il Cremlino, ha detto Peskov, ritiene che la visita abbia una "grande importanza".
I rapporti tra Usa e Russia non sembrano comunque destinati a riprende sul binario del timido dialogo avviato dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca. Secondo il quotidiano economico finanziario britannico Financial Times, gli Stati Uniti avrebbero annullato il vertice Trump-Putin, inizialmente programmato a Budapest, a causa delle "richieste dure" della Russia per risolvere il conflitto in Ucraina. La decisione di Washington sarebbe stata presa dopo una "tesa" conversazione telefonica tra il segretario di Stato Marco Rubio e il ministro degli esteri russo Serghei Lavrov. Peskov ha risposto invitando i giornalisti a fare riferimento ai comunicati delle due parti dopo la telefonata. "Lì c'erano formulazioni completamente diverse e valutazioni completamente diverse", ha affermato il portavoce di Putin.