Le alleanze tra Cina, Russia e altri leader mettono in crisi la leadership di Trump e l'egemonia USA
Se lo show politico-militare di Xi con Putin, Kim e Modi intendeva infliggere un affronto personale a Donald Trump, l'obiettivo sembra essere stato centrato.
Almeno a giudicare dall'ira sarcastica con cui il tycoon ha reagito su Truth quasi in diretta alla parata cinese per celebrare la vittoria contro il Giappone nella seconda guerra mondiale: "Molti americani sono morti nella ricerca della Vittoria e della Gloria da parte della Cina. Spero che siano giustamente onorati e ricordati per il loro coraggio e sacrificio!.. Vi prego di porgere i miei più sentiti saluti a Vladimir Putin e Kim Jong Un, mentre cospirate contro gli Stati Uniti d'America", ha scritto rivolgendosi a Xi Jinping, lamentandosi il giorno dopo nello Studio Ovale perché il tributo di sangue americano non è stato menzionato.
Una frustrazione che poco prima aveva tentato di minimizzare dicendosi "non preoccupato" dall'asse Pechino-Mosca e assicurando che "la Cina ha bisogno di noi più di quanto noi abbiamo bisogno di lei". Ora però si trova all'angolo, vittima dei suoi molti passi falsi in politica estera, con effetti boomerang che minano la sua leadership personale e l'egemonia globale Usa: da Gaza all'Ucraina, dai dazi ai tagli degli aiuti internazionali americani. Le ripetute dimostrazioni di alleanza fra Xi, Putin, Modi e Kim hanno evidenziato l'inutilità dei tentativi del tycoon di sottomettere i veri duri globali al fascino della sua "art-of-the-deal" e delle sue affermazioni secondo cui i suoi presunti stretti rapporti con questi leader possono essere decisivi.
Ma il raduno di potenze anti-occidentali a Tianjin e Pechino è più di un semplice trolling verso un commander in chief che definisce gli Usa "il Paese più forte e rispettato del mondo". È un primo segnale che le politiche del suo secondo mandato basate sulla coercizione tariffaria, sul bullismo contro le potenze minori e sul nazionalismo "America First" potrebbero ritorcersi contro, accelerando uno spostamento di potere a est. "La Cina sta sfruttando i passi falsi o gli errori che gli Stati Uniti stanno commettendo", ha detto alla Cnn Jackie S.H. Wong, professore associato di studi internazionali presso l'American University of Sharjah, negli Emirati Arabi.
I festeggiamenti degli ultimi giorni in Cina fanno parte di un più ampio sforzo di Pechino per mostrare la sua potenza emergente e testare affiliazioni e sistemi globali alternativi, nel tentativo di eclissare l'Occidente. Riunendo leader provenienti da Asia, Medio Oriente e altrove, ha dimostrato la capacità di un blocco di frustrare il potere globale degli Stati Uniti su più fronti. A partire dai dazi, dove Trump ha preso di mira l'unica nazione che sarebbe stata capace di assorbire le sofferenze economiche per danneggiare gli Stati Uniti. Salvo scoprire poi che Pechino ha la carta vincente delle terre rare, indispensabili agli Usa e all'Occidente.
Zero risultati anche con Putin, dopo aver alternato minacce di sanzioni e tappetini rossi in Alaska: non solo non è riuscito a fermare la guerra in Ucraina ma ha riabilitato lo zar e lo ha spinto nelle braccia di Xi. Idem con Modi, con cui peraltro aveva un ottimo rapporto: lo ha irritato vantandosi di aver mediato una pace da Nobel col Pakistan e imponendo dazi al 50% per l'acquisto di petrolio russo, cancellando così 30 anni di sforzi americani bipartisan per impedire l'avvicinamento tra l'India (membro del "Quad" con Usa, Australia e Giappone) e la Cina.
E ha rafforzato la sua intesa "mano nella mano" con Putin, che lo ha accolto a lungo nella sua limousine surclassando lo stesso gesto che Trump aveva fatto con lo zar in Alaska. Anche i vertici del primo mandato con Kim sono stati infruttuosi: il leader nordcoreano ora possiede più armi nucleari di quante ne avesse prima di partecipare alla diplomazia mediatica di Trump ed ora è a pieno titolo nel nuovo asse che ruota intorno a Xi. Ma anche altre nazioni che negli ultimi anni guardavano a Washington ora guardano a Pechino: tra le nazioni rappresentate a Tianjin c'erano il Vietnam - vittima di dazi Usa molto severi - l'Egitto e la Turchia, entrambi membri della Nato.