In raid mirati uccisi capi militari e scienziati iraniani. Khamenei parla di vendetta e partono 150 missili diretti a Gerusalemme e Tel Aviv

È guerra tra Israele e Iran. Alle tre di notte di venerdì l’aeronautica israeliana ha preso il controllo dei cieli iraniani, colpendo siti militari e nucleari, decapitandone i vertici, e uccidendo almeno “78 civili”.
Dopo una giornata di minacce, il regime degli ayatollah ha risposto con il lancio di almeno 150 missili balistici, alcuni dei quali hanno bucato la proverbiale difesa aerea israeliana: esplosioni, incendi e alcuni feriti (40 lievi, due gravi) si sono registrati a Tel Aviv e a Gerusalemme mentre risuonavano le sirene, con la popolazione chiusa nei rifugi. Teheran ha poi rivendicato di aver abbattuto due jet israeliani e di aver “catturato una pilota”, notizia smentita da Israele.
I caccia di Tel Aviv hanno bombardato ininterrottamente “oltre 200 obiettivi”, tra siti nucleari, lanciamissili e droni, infrastrutture militari strategiche della Repubblica islamica. I morti sono almeno 78, i feriti oltre duecento. L’articolato comando militare iraniano è stato decimato, così come la squadra di scienziati nucleari che ha guidato la corsa alla bomba atomica. La cupola difensiva è crollata sotto i colpi degli attacchi di Israele che hanno ucciso i leader più importanti delle forze armate della Repubblica islamica e dei Guardiani della rivoluzione. I raid dello Stato ebraico hanno eliminato il comandante dei pasdaran, Hossein Salami, il capo di Stato maggiore dell’Esercito, Mohammad Bagheri, e anche Esmail Qaani, che guidava le forze Quds, il dipartimento d’élite specializzato nelle operazioni all’estero che ha supportato le milizie sciite in Libano, Siria e Iraq e gli Houthi yemeniti. Khamenei aveva nominato Qaani come successore di Qasem Soleimani, il generale ucciso nel 2020 a Baghdad per ordine di Donald Trump. Anche Hossein Salami, ritenuto il falco dei pasdaran e ucciso da Israele, era stato sempre molto attivo nel coordinamento tra la Repubblica islamica e il cosiddetto “asse della resistenza”, formato dalle milizie sciite in Libano, Siria, Iraq e Yemen.
KeystoneUn palazzo bombardato a TeheranGli attacchi di Israele hanno ucciso anche sei scienziati nucleari, colpiti nelle loro abitazioni. Tra loro anche due dei principali architetti del programma nucleare: Mohammad-Mehdi Tehranchi, presidente dell’Università Azad di Teheran, e Fereidoun Abbasi, un fisico che già nel 2010 era sopravvissuto a un tentato omicidio.
L’attacco preventivo annunciato nel cuore della notte dal ministro della Difesa Israel Katz ha ottenuto risultati attesi da decenni, ma con un prezzo da pagare: “Il regime sionista avrà un destino amaro e doloroso, con conseguenze gravi e distruttive. Apriremo le porte dell’inferno”, ha minacciato in mattinata il nuovo comandante delle Guardie Rivoluzionarie Mohammad Pakpour, nominato poco dopo l’uccisione del predecessore Hossein Salami. In quelle stesse ore sono rimbalzate ovunque le immagini della bandiera rossa issata sulla moschea di Jamkaran, a pochi chilometri dalla città di Qom. L’edificio ha un’importanza particolare per i musulmani sciiti, mentre il drappo rosso simboleggia l’annuncio di vendetta con l’intenzione di versare sangue. Anche l’ayatollah Khamenei aveva parlato di “vendetta”, rendendo prevedibile una risposta in tempi brevi.
Con il passare delle ore, il premier israeliano Benyamin Netanyahu aveva dichiarato di aspettarsi “diverse ondate di attacchi iraniani”. E così è stato. La prima, con un centinaio di droni, è stata fermata dai sistemi di difesa, che li hanno abbattuti prima che entrassero nello spazio aereo israeliano. Poi in serata l’allerta massima per un attacco dall’Iran – l’operazione ‘Vera Promessa 3’ – comunicata dall’esercito e arrivata sui telefoni cellulari di tutte le persone che si trovano nel territorio del Paese, preludio ad almeno tre ondate di missili balistici dall’Iran.
KeystoneI missili sopra Tel AvivL’operazione israeliana, denominata Leone Nascente, arriva alla vigilia del sesto round di colloqui tra Usa e Iran, previsto in Oman domenica e subito annullato. “L’azione militare di Israele contro l’Iran è stata eccellente”, ha commentato Donald Trump. “Abbiamo dato a Teheran una chance e non l’ha colta. Sono stati colpiti molto duramente”, ha detto il presidente americano, indicando che ci saranno “molti altri attacchi”. Tuttavia, il commander in chief ha deciso di lasciare ancora una porta aperta alla Repubblica islamica: “Due mesi fa ha dato all’Iran un ultimatum di 60 giorni per fare un accordo. Oggi è il giorno 61. Ora hanno, forse, una seconda possibilità”, ha scritto su Truth. E ha ribadito: l’Iran “non può avere una bomba nucleare, speriamo di tornare al tavolo delle trattative”. Il presidente ha poi aggiunto che era stato informato dell’attacco da Gerusalemme. Il premier israeliano ha invece affidato a un video il messaggio ai cittadini per spiegare la decisione di attaccare: “Stavano cercando di accelerare la produzione e fabbricare 300 missili balistici al mese, pari a 10’000 missili in tre anni, 20’000 in sei, ognuno con una tonnellata di esplosivo. È come far cadere autobus carichi di esplosivo sulle città israeliane: anche questa è una minaccia esistenziale”, ha detto. Intanto ieri a far cadere tonnellate di esplosivo sono stati i caccia israeliani, che hanno colpito a più riprese l’impianto di arricchimento dell’uranio di Natanz, quello di Fordow, e il sito di Isfahan.
Evitare l’escalation. È questo il minimo comune denominatore che si evince analizzando le dichiarazioni della troika europea – i presidenti di Consiglio e Commissione, rispettivamente Antonio Costa e Ursula von der Leyen, nonché l’alto rappresentante Kaja Kallas – dopo che Israele ha lanciato l’operazione militare contro l’Iran. Una girandola concitata di telefonate ha messo in contatto i leader europea all’inizio dell’Operazione Leone Nascente. Inizialmente quasi frastornati dall’offensiva israeliana, hanno impiegato una manciata d’ore per trovare una posizione comune.
KeystoneUno dei siti nucleari colpitiA fare uno scatto avanti è stato Vladimir Putin. Lo Zar, alleato di Teheran, ha condannato fermamente l’attacco israeliano, ha sentito il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ma anche Netanyahu, al quale ha detto di essere pronto a mediare con il regime degli ayatollah. La mossa di Putin potrebbe costituire una novità importante nella crisi tra Israele e Iran. Del resto, da un punto di vista diplomatico, la Russia è teoricamente nella posizione di poter fare da mediatrice. Non lo sono gli Usa. Non lo sono i leader europei. Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Keir Starmer, dopo essersi consultati (nel cosiddetto formato E3), hanno lanciato il loro appello a fermare “ulteriori escalation” ma hanno anche sottolineato le “gravi preoccupazioni” che ruotano attorno al programma nucleare iraniano. E il presidente francese è andato oltre, sganciandosi in maniera netta dall’offensiva di Netanyahu ma dicendosi pronto “a operazioni per difendere Israele” in caso di rappresaglia di Teheran.
Nel quadro del mandato di potenza protettrice – in base al quale la Svizzera rappresenta gli interessi degli Stati Uniti in Iran – le autorità di Teheran hanno invece convocato presso il ministero l’ambasciatrice elvetica Nadine Olivieri Lozano.
“Tutto il personale svizzero che si trova nella regione si trova al sicuro”, ha rassicurato il “ministro” degli esteri Ignazio Cassis. Attualmente in Iran vivono circa 200 cittadini svizzeri e 29’000 in Israele. Cassis – che solo qualche giorno fa ha effettuato una visita lampo in Israele e Cisgiordania – ha dichiarato che durante la sua permanenza non ha in alcun modo percepito le intenzioni militari del Paese.
KeystoneProteste in Iran