Estero

Elezioni presidenziali in Corea del Sud tra crisi politica ed economica

Lee Jae-myung favorito per la presidenza, sfida Kim Moon-soo in un clima di tensioni sociali e incertezze economiche

2 giugno 2025
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La Corea del Sud va alle urne per scegliere la nuova carica istituzionale più alta del Paese e per ritrovare la stabilità, a sei mesi dal drammatico e maldestro tentativo di dichiarazione di legge marziale del 3 dicembre da parte di Yoon Suk-yeol, il presidente deposto a inizio aprile.

Sei mesi di caos nati dalle pagine più buie del Paese degli ultimi 40 anni, tra scontri nelle strade e nei tribunali, di impeachment di Yoon e altri alti funzionari. Mentre l'economia è in affanno, i dazi di Donald Trump incombono, i rischi per la sicurezza aumentano per le minacce della Corea del Nord e l'assertività della Cina è motivo di preoccupazione.

Il favorito è Lee Jae-myung, candidato del Partito Democratico, seguito da Kim Moon-soo, esponente conservatore del People Power Party (che Yoon ha lasciato il mese scorso). I sondaggi danno l'avvocato di 61 anni, alla sua seconda corsa presidenziale dopo la sconfitta sul filo di lana del 2022 ad opera di Yoon, in vantaggio con quasi il 50%, contro il 36% del più temibile rivale.

Se gli umori elettorali rilevati saranno corretti, dalla crisi potrebbe nascere un periodo senza precedenti per il Partito Democratico che per la prima volta si troverebbe a iniziare un mandato presidenziale di cinque anni, abbinando il pieno controllo dell'Assemblea nazionale, il parlamento di Seul.

Tutti e tre i precedenti presidenti progressisti che hanno guidato la Corea del Sud si sono insediati alla Blue House con minoranze legislative. Ma questa volta il Partito Democratico potrebbe avere carta bianca per attuare tutte le sue politiche interne ed estere, almeno fino alle prossime legislative del 2028.

Kim, già ministro del Lavoro sotto il governo di Yoon, ha non a caso sostenuto, tra i temi di maggior peso in campagna elettorale, che il Paese scivolerebbe in una dittatura con la vittoria di Lee, un ex governatore di Gyeonggi, la provincia sudcoreana più popolosa, provando "a smascherare" il suo approccio "fintamente moderato".

Lee ha smorzato i toni su tutto: ha detto poco sui dazi americani, a parte la necessità di negoziare e di trovare nuovi mercati per l'export; ha parlato di solida alleanza con gli Stati Uniti e di buoni rapporti con il Giappone; ha fatto propri gli obiettivi progressisti di ripresa degli scambi con la Corea del Nord e di ammorbidimento delle tensioni con Pechino.

Un sondaggio di inizio maggio del quotidiano Donga Ilbo ha rilevato che per il 41% degli intervistati l'economia è il problema principale. La Bank of Korea ha appena dimezzato allo 0,8% le sue stime sul Pil del 2025.

Al secondo posto, la "risoluzione dei conflitti sociali", con il 22%. La politica estera, tra legami con gli Usa e minaccia nucleare di Kim Jong-un, è in fondo alla lista delle priorità. Per questo, secondo gli osservatori, con le strade delle città ancora teatro di aspre proteste, le presidenziali non saranno la panacea per spegnere le tensioni. In altri termini, l'incertezza politica continuerà.

Nel frattempo, la polizia ha schierato 30mila agenti nei 14.300 seggi sparsi nel Paese. Quasi il 35% dei 44,3 milioni di elettori ha espresso il voto anticipato, mentre le urne si apriranno alle 6:00 locali (le 23:00 di lunedì in Svizzera) e si chiuderanno alle 20:00. Poche ore per lo spoglio: il nuovo presidente entrerà in carica dal 4 giugno con un'agenda piena di compiti.