Estero

Trump propone dazi sui film stranieri e riapertura di Alcatraz

Il presidente mira a proteggere Hollywood e rafforzare la sicurezza nazionale con misure controverse

5 maggio 2025
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Dazi anche sui film stranieri per difendere Hollywood in nome della "sicurezza nazionale" e riapertura del famigerato carcere di Alcatraz per "i criminali più spietati e violenti d'America". Sono i due ultimi affondi di Donald Trump nella sua guerra commerciale e nella sua crociata ‘law and order’, focalizzata in particolare contro gli immigrati clandestini.

Per quest'ultimi aveva già riciclato Guantanamo, la prigione creata sull'isola di Cuba per i terroristi sospettati di coinvolgimento nell'attacco dell'11 settembre, l'unica che supera Alcatraz come esempio di punizione crudele e disumana.

Ma The Rock (La Roccia), come è conosciuto il penitenziario in cima a un'isola di due kmq nella baia di San Francisco, ha una storia da brividi più lunga nell'immaginario collettivo, dopo che è stato immortalato in celebri film come "Fuga da Alcatraz" e appunto "The Rock". "È un'idea che ho avuto, è un simbolo di legge e ordine", ha spiegato il presidente ai reporter a bordo dell'Air Force One, ordinando poi al dipartimento di Giustizia e ad altre agenzie "di allargare e ricostruire Alcatraz".

Certo, ci vorrà del tempo per ristrutturare e riaprire il carcere a prova di evasione, dove fu rinchiuso anche Al Capone dal 1934 al 1939 per evasione fiscale: nato nel 1850 come fortino dell'esercito e trasformato nel 1910 in prigione militare, fu riadattato nel 1934 in prigione federale di massima sicurezza ma è chiuso dal 1963. Basta comunque evocare il suo nome per mostrare i muscoli contro la criminalità e presentarsi come il paladino della sicurezza.

The Donald intanto ha promesso "dazi del 100% su tutti i film che arrivano nel nostro Paese e che sono prodotti in Paesi stranieri", autorizzando il dipartimento al Commercio e il rappresentante per il commercio Usa ad avviare l'iter "immediatamente". Un assist che il segretario al Commercio ha colto al volo: "Ci stiamo lavorando", ha risposto subito Howard Lutnick, mentre un consigliere del governatore dem della California Gavin Newsom ha ammonito che Trump "non ha alcuna autorità per imporre tariffe in base all'International Economic Emergency Powers Act".

Il tycoon ha spiegato così la mossa su Truth: "L'industria cinematografica americana sta morendo molto velocemente. Altri Paesi stanno offrendo ogni sorta di incentivi per attirare i nostri registi e studi cinematografici lontano dagli Stati Uniti. Hollywood e molte altre aree degli Stati Uniti sono devastate". A suo avviso "questo è uno sforzo concertato da parte di altre nazioni e, quindi, una minaccia per la sicurezza nazionale. È, oltre a tutto il resto, un'operazione di comunicazione e propaganda!". Il presidente invece vuole film "made in America, again!", e per questo aveva nominato anche tre star come suoi inviati speciali: Jon Voight, Mel Gibson e Sylvester Stallone.

La minaccia di dazi ha colto di sorpresa gli Studios e suscitato timori nei vari Paesi dove da anni Hollywood, attratta da incentivi fiscali, delocalizza le produzioni per abbassare i costi troppo alti della California: Canada, Gran Bretagna, Australia, Nuova Zelanda, ma anche Italia, Germania, Ungheria. I dettagli tuttavia non sono chiari, alimentando il caos che di solito accompagna gli annunci di Trump. Nel suo post infatti non ha specificato se i dazi si applicheranno alle società di produzione americane che producono film all'estero, tra cui i recenti Deadpool & Wolverine, Wicked e Il Gladiatore II. Non è chiaro inoltre se la gabella interessa anche i film nei servizi streaming, come Netflix, oltre a quelli proiettati al cinema, né come saranno calcolati.

Il fondatore della catena di cinema europea Vue, Timothy Richards, ha chiesto come Trump definirebbe un film statunitense: "È la provenienza dei soldi? La sceneggiatura, il regista, gli attori, dove è stato girato?". Sono le stesse domande che si fanno i dirigenti degli Studios, ben sapendo che i film, come le auto, hanno componenti create in differenti Paesi con una post-produzione spesso realizzata negli Usa.

Nel caos dei dazi si inserisce anche quello del rimpasto per sostituire il consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz dopo il chatgate: il commander in chief dice di non aver perso la fiducia in lui e di averlo "promosso" come ambasciatore Usa all'Onu, valutando ora come successore nei prossimi sei mesi - mentre Marco Rubio tiene l'interim - il vice chief of staff Stephen Miller, l'artefice delle sue aggressive politiche migratorie.