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Ventimiglia, un cappio sul collo del grande progetto europeo

La ‘Regione’ in viaggio nella scena aperta dei migranti, bloccati al confine con la Francia, dove la presenza dello Stato si limita ad essere poliziesca

La Francia, un miraggio (Ti-Press/Samuel Golay)

La ‘Regione’ in viaggio nella scena aperta dei migranti, bloccati al confine con la Francia, dove la presenza dello Stato si limita ad essere poliziesca

26 ottobre 2023
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Mustapha, somalo, sempre intontito dall’alcool. Zakaria, marocchino, che sogna di fare il pugile ma non sa dove dormirà questa sera, né se andrà a sostare, in fila, per ritirare il suo unico pasto sul grande parcheggio davanti al cimitero. Buba, il saggio, che quando parla ti guarda dentro. E Beatrice, la barista nata in Argentina da genitori calabresi, che il nuovo sindaco, Di Muro, chiama “il peperoncino di via Tenda” per la sua abitudine di dire sempre quello che pensa. E quello che pensa non è quasi mai piacevole da sentire, specialmente per un sindaco leghista.

Ti-Press/Samuel GolayNella terra di nessuno

È un coacervo di volti, caratteri, promesse e sospiri, un viaggio nella Ventimiglia dei migranti. Qui, nel collo di bottiglia dove lo Stato non esiste se non per qualche sgombero improvviso, il vero e unico, generoso e incessante servizio pubblico è quello privato delle Ong. Italiane e francesi: l’Italia, con Lampedusa, vittima sacrificale degli accordi di Dublino, secondo cui l’esame di una domanda d’asilo o di uno status di rifugiato spetta inderogabilmente al primo Paese d’entrata; e la Francia, che nei pensieri di tutti è la convitata di pietra: attraente e irraggiungibile, come l’Europa, di cui dovrebbe aprire le porte.

La speranza

Da Piazza Angeli Custodi è come se Grimaldi avesse due strade. Una è chiusa sul fondo e rende onore al pedigree del più esclusivo e spettacolare dei quartieri della città, aperto solo alla crème di una Liguria di ponente che parla del Principe come di un concittadino qualunque. Anna, immigrata polacca con mezza vita passata a New York, affacciata al secondo piano del suo rustico indica la fetta di montagna dove il regnante monegasco farà costruire un albergo. L’ennesimo con vista sul mare, la stessa, imprendibile vista concessa alla pletora di ville che costellano la lingua d’asfalto rigonfia delle radici. Vediamo ulivi, salici, melograni e rododendri; e geometrici orti da cui svettano alti cactus.

L’altra strada, che vi si sovrappone, è quella del dolore e delle cause perse. Ogni giorno la percorrono decine di donne, uomini e bambini provenienti dal fondovalle. Janine, nata in Olanda, ligure da 40 anni, da tanto, spazzando il suo cortiletto, ne osserva i transiti. «Riconosco le nazionalità da come camminano», esordisce. Poi, a sorpresa, ci mostra il cuore: «In ognuno di loro rivedo mio figlio. Sono silenziosi, gentilissimi, spesso con i piedi che sanguinano». «Certe – si emoziona – sono donne che allattano. Mi guardano e sorridono, quasi scusandosi, senza fermarsi». Perché poi proseguono nel bosco, verso il famigerato passo che scollina verso il confine, in direzione Mentone Garavan, il primo quartiere francese: quello dei rastrellamenti. Lì opera la Paf, la Police aux Frontières, che per rispondere all’emergenza ha richiamato in servizio anche gli agenti in pensione. Eseguono, semplicemente, un ordine: “Dimenticare il trattato di Schengen”. Succede da 8 anni, dagli attentati. Parigi era stata pioniera di un’eccezione che oggi, con il caos in Medio Oriente, sta diventando la regola.

Ti-Press/Samuel GolayLungo il ‘sentiero della morte’

Le entrate

«Qui c’erano dei bambini», dice il fotografo, chinandosi, con un tono che non gli riconosco. Nella terra, sul sentiero, una maglietta e dei pantaloncini, lo spazzolino, una fascia fermacapelli con la galetta nera. A lato, un trolley svuotato di fretta. Alzando lo sguardo, quel giorno, avranno visto Mentone, i roccioni glabri, l’incipiente Costa Azzurra. Il mare, che li aveva cullati durante l’incubo. Possiamo solo immaginarle, la concitazione, la paura, la fretta, la speranza di quei primi passi che dirigevano nella macchia mediterranea. Mai, avranno detto loro in chissà quale lingua, mai, assolutamente, prendere a sinistra, anche dove sembra che il sentiero digradi morbido verso il mare. Perché è lì che si trovano gli strapiombi, e il viaggio finisce subito.

Il nostro, prosegue e racconta. Di confusione, sporcizia, escrementi essiccati nell’afa, indumenti incrostati che diventano essi stessi parte del cammino: pezzi d’umanità strappati ai corpi che coprivano. Fino alla ramina bucata: la grande promessa, quasi sempre disattesa, lasciata su quello che qui chiamano “il sentiero della morte”.

I percorsi

L’immagine, dal treno, è quella di un artiglio; quei grossi artigli da inceneritore, che calano, piano, e afferrano il pattume, perdendone, risalendo, pezzi che ricadono silenziosi dentro la massa putrescente. Per la Paf, anche in stazione, il lavoro a Garavan è nulla più che una “routine”: il regionale per Cannes e Nizza, a cadenza semioraria, che ferma sul binario 1; gli agenti che salgono, un paio per convoglio, e scrutano dentro gli occhi cercando lo spavento, l’insicurezza, quella frazione di secondo in più che distingue il colpevole dall’innocente.

Ti-Press/Samuel GolayUn fermo in stazione a Mentone Garavan

“Documents”, scandiscono, tendendo il braccio a mano aperta. A Ismail, della Guinea, e alla ragazza col neonato a tracolla, lo hanno ripetuto una seconda volta. Ma non serviva: scortati, li hanno fatti alzare, uscire, sedere accanto al marciapiede, controllati, divisi e infilati in due cellulari di servizio. Destinazione: il posto di frontiera, al Ponte San Luigi. Lì, la gabbia dei reietti, poi l’espulsione, con un foglio di via in mano. E la corriera. O a piedi, che fino a Ventimiglia sono 8 chilometri.

Si era fatto largo fra i turisti, Ismail, quella mattina, fingendo indifferenza, con una borsa ancora decente e gli occhi sul telefonino. Andando al treno l’aveva forse salutata, quella terra di nessuno che è diventata la cittadina ligure. Dopo Lampedusa ci aveva vissuto giorni, settimane, forse persino mesi. Tentando, periodicamente, di infilare la maglia più larga di un controllo mancato.

Via Tenda, dove tornerà, è in periferia. Corre veloce lungo tutta la scena aperta. È uno spaghetto dritto e brutto che costeggia il lungofiume. La Roya, con i suoi cigni e i germani reali, ridiventa bella solo alla foce nel Tirreno. Dalla collina, sul promontorio della Mortola, vi si specchiano i Giardini Hanbury, dove Calvino, incantato, veniva a scrivere. Ma tutto il resto è grigiore: ettari di sterrato, materassi logori, bivacchi improvvisati, e il cavalcavia della statale a fare da tetto, ma anche da cassa di risonanza. Degli urli, gli improperi, i litigi che si esauriscono per stanchezza, inedia, altre preoccupazioni.

Ti-Press/Samuel GolayGli accampamenti del lungofiume, sotto il cavalcavia

Le storie

Ahmed, Lotfi, Naoui sono facce e sono storie che Filippo, artigiano edile in pensione, va a conoscere ogni giorno per farle proprie. Cresciuto in un’altra Ventimiglia, oggi lavora per la Scuola di pace, federazione di associazioni che opera lungo il confine. È qui ogni giorno, da anni. Dal margine del parcheggio indica il cavalcavia e dice che là sotto stanno gli stanziali, la maggioranza dei quali diventati passatori: «Sono i posti buoni, la strada li ripara dall’acqua. A loro non interessa partire, anche perché non hanno prospettive che vanno oltre il presente. Ogni sera mangiano gratis e in più fanno soldi con chi è di transito. Sono pericolosi, lasciano credere di sapere dov’è facile passare il confine, ma bluffano, tant’è vero che quasi ogni partenza ha un ritorno. Li manovrano». Poi si alza, si dirige di corsa verso un capannello in fila per la distribuzione del pasto e redarguisce un lungagnone dai tratti maghrebini, che sembra dirigere i movimenti di alcuni giovani subsahariani.

È tutto rosso in faccia, Filippo, e quando ritorna abbraccia un ragazzo. «Komi», lo presenta. Ha lo sguardo intelligente. «Chiedigli come ce l’ha fatta», ci esorta, creando nel giovane un certo imbarazzo. Poi ce lo dice lui, con la fierezza di un padre: «È arrivato dal Togo, col barcone, e subito si è messo a lavorare. Con il permesso di soggiorno ha iniziato la scuola. Oggi è operatore sociosanitario».

A lavorare ha cominciato da poco anche Ahmed, 24 anni, marocchino della costa, da dove era partito per 10 giorni in mare dentro una stiva. «Non sapevo niente, non chiedevo niente, aspettavo solo che finisse». Da Las Palomas è andato a Barcellona, poi ad Albacete, infine a Ventimiglia. Di giorno vende fiori a Bordighera, nella bottega del signor Massimo. «È come un padre – racconta – mi dà i vestiti che suo figlio non mette più». Poi si pizzica i jeans, mostra la maglietta e allarga le braccia. “Vedi – sembra voler dire – le persone buone ci sono anche qui”.

Zakaria

Non lo era stato chi a Napoli, mentre dormiva in stazione, aveva rubato a Zakaria tutto ciò che aveva. Figlio di Marrakech, si era consegnato al fato lungo la rotta dei Balcani. Recita «Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia, Croazia e Slovenia» come chi ci abbia ripensato mille volte, a quel viaggio durato tre mesi, a piedi, per raggiungere l’Italia e ridiscenderla, chissà come, fino a quella notte in stazione. Il suo futuro, a 21 anni, è oggi nelle mani della Caritas, un cui legale gli ha detto che forse, con un po’ di fortuna, qualcosa si può sperare.

Ti-Press/Samuel GolayZakaria ha un sogno

Ma la sua, di speranza, è in un movimento plastico che regala al nostro obiettivo. Il busto che ondeggia, agile, sotto il collo rigonfio per lo sforzo improvviso. Destra, sinistra, gli occhi semichiusi. E le braccia che fendono l’aria, mimando diritti, montanti, difese al corpo. Corre, Zakaria, finalmente libero, come se lasciasse il suo ring da vincitore.

Infine si avvicina, riprendendo fiato, di nuovo sorridente, di nuovo timido. «A casa ero bravo», sussurra, come se fossero passati cent’anni. Lo sei ancora, pensiamo, rimanendo in silenzio. Lo sei ancora.