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laR
 
28.09.2022 - 05:30
Aggiornamento: 15:13

Dall’Iran al Libano, la rivolta è donna

In piazza per rivendicare il diritto di non portare il velo oppure a rapinare banche che occultano i loro risparmi: un mondo messo a tacere alza la voce

di Claudio Mésoniat
dall-iran-al-libano-la-rivolta-e-donna
Proteste in tutto il mondo per il caso di Mahsa Amini (Keystone)
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In Iran una donna che ha pagato con la vita il "porto irregolare" del suo velo è diventata simbolo di una nuova ondata di proteste contro i torvi ayatollah e i loro sgherri della "buoncostume"; in Libano una donna che ha "rapinato" una banca per prelevare i risparmi della sua famiglia illegalmente congelati da oltre due anni è diventata l’eroina di un popolo ridotto in miseria da una classe politica corrotta e teleguidata dalle teocrazie che si fronteggiano nella regione. Di Mahsa Amini stanno parlando tutti, mentre Sali Hafez non ha conquistato nessuna prima pagina perché dal Libano si attende più che altro il definitivo atto di morte della "Svizzera del Medio Oriente". Vediamo i fatti.

Mahsa è morta il 13 settembre, tre giorni dopo l’arresto, verosimilmente a causa del trattamento subito negli uffici di polizia (le autorità iraniane, dopo aver parlato di "arresto cardiaco", oggi hanno aperto un’inchiesta). Da alcuni mesi il regime islamista di Teheran ha introdotto una nuova disposizione relativa all’hijab: il velo non può più limitarsi a coprire i capelli ma deve celare anche collo e spalle. L’illuminato giro di vite sul foulard è stato voluto dal nuovo capo del governo Ebrahim Raïssi. La questione non va bagatellizzata, poiché gli ayatollah hanno reso a tal punto politica e ideologica una questione di codice di abbigliamento che qualora fossero costretti a rinunciare a questa prerogativa vedrebbero crollare uno dei pilastri della loro autorità e della stessa identità politico-religiosa della Repubblica islamica.


Il volto della ragazza uccisa mostrato in piazza (Keystone)

Un’onda sempre più grande

Ora le manifestazioni dilagate e duramente represse in tutto il Paese (si parla di almeno 70 morti e migliaia di arresti) preoccupano il regime per la loro portata, sia geografica che socioeconomica. Non si tratta più solo di studenti e intellettuali della capitale ma delle classi popolari in un’ottantina di città e piccoli centri. Ma soprattutto impressiona il ruolo delle donne, che sono diventate una sorta di temibile partito politico: non sarà più possibile reprimere i loro diritti sostenendo che ciò farebbe parte della cultura islamica. Colpisce vederle gettare nel fuoco il loro velo o marciare fieramente nei cortei con la testa rasata (delitto orrendo per i Torquemada dello sciismo iraniano) e inalberando i ritratti della giovane Mahsa, al grido di "Donna, Vita, Libertà" e "morte al dittatore" (Khamenei).

Altrettanto significativa la partecipazione degli uomini che, per le strade come sui social, ostentano le loro teste velate con improbabili hijab. Non si tratta di una mascherata goliardica. Una strategia della Repubblica komeinista è sempre consistita nel cercare di dividere il popolo: gli uomini non devono battersi per i diritti delle donne e la gente di Teheran non deve battersi per i diritti dei curdi.


In piazza a Teheran (Keystone)

Oltretutto, i coraggiosissimi familiari di Mahsa sono persone di estrazione popolare: potrà il regime accusarli di essere agenti occidentali? A quanto pare ci sta già provando: domenica gli ayatollah hanno mandato in piazza a Teheran migliaia di manifestanti a difesa del velo islamico e contro i "complotti dei mercenari contro-rivoluzionari". D’altra parte uno dei più alti dignitari religiosi iraniani, Hossein Nouri Hamedani (peraltro vicino alla guida suprema Ali Khamenei) ha richiamato le autorità ad "ascoltare le domande del popolo", mentre una formazione politica vicina all’ex presidente "riformatore" Mohammad Khatami ha chiesto l’annullamento della legge sul velo obbligatorio e la cessazione delle attività della "polizia dei costumi".

I soldi in ostaggio

"Sono Sali Hafez", ha detto la donna di 28 anni – filmata in un video che spopola sui social media – mentre assaltava la Blom Bank a Sodeco (Beirut), accompagnata da una dozzina di persone tra le quali anche due giornalisti. "Sono venuta per riavere i soldi per mia sorella che sta morendo in ospedale". Aveva in mano una pistola, poi rivelatasi un giocattolo del nipote, e ha tenuto in ostaggio per alcuni minuti gli impiegati della banca, dandosi poi alla fuga con una parte dei risparmi, 13mila dollari, depositati dalla famiglia e tenuti in "ostaggio" (metafora sua) dalla Blom Bank a causa delle restrizioni introdotte arbitrariamente da tutti gli istituti di credito libanesi alla fine del 2019.


L’assalto alla Blom Bank visto dalla strada (Keystone)

Occorre ricordare che già qualche mese prima del fallimento internazionale della Banca Centrale del Libano (marzo 2020) si avvertivano gli scricchiolii di una generale insolvenza bancaria. Ma occorre ricordare che le banche libanesi si permettevano da alcuni anni di pagare interessi stellari, fino al 17%, sui grossi capitali depositati. Un andazzo folle, coperto dal governatore della Banca Centrale, Riad Salameh (sul quale gravano inchieste penali nei Paesi di mezzo mondo, tra cui la Svizzera). Un canto del cigno con cui si cercava di attirare in Libano capitali internazionali, soprattutto dai Paesi arabi (capitali per la gran parte dirottati dai loro proprietari verso i Paesi del Golfo ancora in… tempo utile).

Il "metodo Sali" ha fatto scuola e negli ultimi giorni gli assalti alle banche da parte dei risparmiatori beffati si sono ripetuti in tutto il territorio libanese. Gli istituti di credito hanno rapidamente chiuso i loro sportelli, adducendo la scarsa o nulla protezione da parte delle forze dell’ordine. Da alcune settimane i giudici libanesi sono in sciopero e lamentano, come gli stessi poliziotti, l’inadeguatezza dei loro stipendi, che si aggirano per questi ultimi sui 50 dollari mensili. Basti sapere che il costo di un litro di benzina in questo momento di pesante inflazione (quasi al 100%) e di svalutazione vertiginosa della lira libanese (da 1’500 lire per dollaro a 30’000 lire) ha raggiunto il dollaro al litro: uno stipendio per un pieno, a conti fatti.


Sali Hafez durante l’assalto (YouTube)

Sui media del Paese, e nei pochi tribunali aperti, si discute accanitamente sulla natura penale di queste "rapine" commesse da gente ingannata ed esasperata, nonché sulla loro punibilità (alcuni sono stati scarcerati, Sali si è data alla macchia). Numerose sono le associazioni di clienti "derubati" dalle banche e i collettivi di avvocati che le sostengono. Uno tra i più noti e spregiudicati, Rami Ollaik si è autodenunciato come "complice" di Sali Hafez. "Sali mi ha parlato del suo piano", ha riconosciuto Ollaik, "abbiamo studiato un modus operandi che avrebbe consentito l’applicazione dell’articolo 184 del codice penale [che sancisce] l’autodifesa [di fronte a] un’aggressione ingiusta e non provocata".


Le proteste per il caro-vita in Libano (Keystone)

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