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27.09.2022 - 15:01
Aggiornamento: 17:49

Un agosto a Kaliningrad

Il mio amore per la Russia non può giustificare l’Operazione militare speciale in Ucraina.

di Fabiana Testori
un-agosto-a-kaliningrad
Diario di un agosto nell’exclave russa al tempo della cosiddetta ‘Operazione speciale’

Dall’inizio del conflitto in Ucraina, per uscire dall’exclave di Kaliningrad, territorio russo incastonato fra Polonia e Lituania, non è più possibile volare verso nessuna città europea. L’oblast, una volta ricchissima Prussia Orientale, poi trofeo di guerra dell’Armata rossa, ha una superficie di 15mila km² ed è abitata da 1 milione di abitanti. La regione che diede i natali a Immanuel Kant e ad Hannah Arendt si affaccia sul Mar Baltico, dove ospita, complice delle acque che non ghiacciano mai, la Flotta del Baltico della marina militare russa.

Oggi, se si desidera lasciare questo fazzoletto di terra e raggiungere l’Europa, è necessario armarsi di pazienza e intraprendere il tragitto in automobile. Lunghe attese prima alla frontiera russa (un’ora), poi a quella polacca (due ore) per finalmente giungere a Danzica. Lungo tutto il percorso si costeggia una strada, ancora parzialmente visibile, ma oramai abbandonata. Le piante, l’erba, il tempo stanno avendo il sopravvento sulla pietra. I russi la chiamano "Berlinka", perché è quel che resta del tracciato che da Königsberg, capitale della Prussia Orientale, portava appunto fino a Berlino. La memoria di un pezzo di Europa che nel ’45 la storia ha in parte consegnato all’allora Unione Sovietica. Quella stessa Kaliningrad è ora agli onori della cronaca per i sistemi missilistici balistici tattici ipersonici Iskander e per i velivoli da combattimento Mig-31 muniti di missili ipersonici Kinzhal, ricevuti per proteggere l’exclave da un attacco Nato.

Il mio diario comincia dalla fine, dalla "Berlinka". Saluto Kaliningrad, la Russia, in un periodo molto cupo della sua storia, un Paese che sta aggredendo un popolo, gli ucraini, che gli stessi russi si ostinano a chiamare fratelli. Quando arrivo a Danzica, dopo un mese senza una vera e propria bistecca di manzo, domando al tassista polacco (in inglese) di portarmi in un ristorante dove io possa trovare della carne di qualità. È gentilissimo, ma non capisce cosa voglio e allora, considerata l’età, gli chiedo se parla russo: risponde di sì. Quando si ferma davanti al ristorante mi saluta cordialmente augurandomi buon appetito, ma mentre scendo dall’auto mi guarda e mi intima "dentro non parlare russo, è più prudente".

Addento la mia bistecca e penso che ieri, 30 agosto, è morto Mikhail Gorbaciov, padre della perestrojka (ricostruzione/ristrutturazione) e della glasnost (trasparenza), padre di una Russia che poteva essere diversa e che oggi, lo sappiamo, ha deciso di non esserlo. Mikhail Sergeevich, odiato in patria, adorato all’estero, fra i grandi protagonisti della storia del XX Secolo e Premio Nobel per la pace, non avrà diritto a un vero e proprio funerale di Stato. Il Presidente russo Vladimir Putin non parteciperà alle esequie a causa di altri impegni.

Sono stata presuntuosa. Ero convinta che aver fatto qua e là fra la Svizzera e la Russia per anni, aver studiato la lingua, essere circondata da amici russi carissimi e coltissimi mi desse una consapevolezza chiara del paese che frequento da molto tempo. Mi sbagliavo. Della Russia, ancora oggi, non ho capito niente. Perché? Perché sono e sarò sempre un’occidentale. Inevitabilmente, tendo a osservare la realtà attraverso un prisma basato sui principi filosofici del mondo greco-romano-cristiano-illuministico, in cui sovranità popolare e diritti inalienabili rimangono prerogativa di qualsiasi cosa. In una parola: democrazia, imperfetta e fragile, ma pur sempre democrazia.

Per quanto semplicistico e banale possa sembrare è a causa del tessuto culturale a cui appartengo, quello europeo, sorto soprattutto dalle ceneri della Seconda guerra mondiale, dagli orrori dell’Olocausto e dei totalitarismi, che quanto sta avvenendo in Ucraina per mano russa resta per me inaccettabile. Per il governo russo e per la maggioranza della popolazione della Federazione invece non lo è. Io vedevo l’apertura, la crescita economica, il commercio internazionale, i turisti stranieri, San Pietroburgo rinnovata, Mosca futurista, Kaliningrad come un ponte possibile fra Russia ed Europa. Ingenua.

Al contrario, da tempo, il potere assolutista di Putin e dei suoi siloviki, complice una popolazione facilmente stregata da una retorica populista, patriottica e revanscista, ha deciso di relazionarsi al mondo occidentale secondo una sola forma, quella aggressiva. Quotidianamente, il primo canale della televisione di stato ripete ai propri telespettatori un unico e semplice mantra: le cose brutte provengono da ovest, il sistema capitalista è male, la libertà dei cittadini è anche peggio. La Russia rimane la sola vera custode dei valori tradizionali di Dio, patria e famiglia.

E allora è giusto essere coerenti, penso io, quando invitata in case russe ho diritto a lunghe teorie di stampo nazionalistico su come si possa giustificare l’operazione in Ucraina, dai gruppi filo-nazisti, alla Crimea russa regalata alla Repubblica Socialista Sovietica Ucraina da Krusciov in un momento di sconsideratezza e ora finalmente ripresa, al popolo sovietico solo e unico e così via, e non indignarsi per i fenomeni di russofobia osservati in Europa dopo l’invasione russa di Kiev, per l’abolizione dei visti, per la diffidenza dell’Occidente.

Cara Russia e cari russi, la libertà ha un prezzo che si chiama civiltà. La libertà ha però un prezzo anche per l’Europa. La guerra in Ucraina deve essere un monito per l’Occidente, per noi, per il nostro essere liberi e civili. I populismi striscianti che si aggirano per l’Europa, dall’Ungheria all’Italia, complice la crisi economica, energetica e migratoria, picconano ogni giorno un po’ di democrazia. Sono ammaliatori e seduttivi, ma pericolosi. Vladimir Putin e il suo governo ce lo stanno mostrando, la storia ce lo ha già insegnato.

3 agosto. La guerra in Ucraina ha suscitato reazioni diverse. A Kaliningrad c’è chi ha deciso di lasciare l’exclave, anche se le ragioni non sono le stesse per tutti. Una minoranza, solitamente composta da giovani, per protesta ha abbandonato definitivamente il Paese alla volta della Turchia o della Georgia, nazioni in cui i russi non necessitano di visto per soggiornare. Altri invece hanno deciso di trasferirsi in regioni russe considerate più sicure. Nella popolazione è infatti diffuso il timore che Kaliningrad, circondata da paesi Nato, possa subire qualche attacco militare. Ascolto stupita le affermazioni: "E se domani decidono di bombardarci?" Ma chi? Penso io.

5 agosto. La gente, nel quotidiano, tende a non parlare della guerra. La maggioranza evita il discorso, ma se inavvertitamente il tema viene evocato, la tesi generale è quella del nemico esterno. Quanto sta accadendo viene imputato principalmente agli americani, in seconda battuta agli europei. "Sono loro che hanno provocato questa situazione, attraverso l’Ucraina volevano attaccare la Russia. Continuano ad armare gli ucraini. Zelensky è una marionetta americana. Il punto è che nessuno vuole una Russia forte". Il pensiero resta unico ed è la copia fedele della recita della propaganda di Stato.

9 agosto. La tensione fra la regione di Kaliningrad e la Lituania riguardo al transito merci proveniente dalla "grande Russia" in direzione dell’exclave resta alta. Secondo le linee guida della Commissione europea sulle sanzioni alla Russia, Kaliningrad, data la sua posizione geografica, fa eccezione. È infatti consentito il traffico su rotaia di merci russe sottoposte a sanzioni attraverso il paese baltico per raggiungere l’oblast, poiché, senza fermate intermedie su territorio lituano, nessun tipo di merce russa sanzionata ha la possibilità di entrare nel mercato unico europeo. Inizialmente, la parte lituana aveva bloccato interamente il transito facendo infuriare il Governatore della regione Anton Alikhanov. Ora che le regole sono state chiarite, le banche lituane comunicano di non poter accettare il pagamento per il passaggio delle merci sul proprio territorio da parte russa, frenando, di fatto, nuovamente il processo. (A fine mese la questione sembra risolta).

12 agosto. Appena la gente comprende che sono europea mi viene rivolta la classica domanda: "Da voi cosa si dice di noi? Che siamo degli occupanti, dei banditi, vero?" Sorrido e taccio.

13 agosto. È diffusa nella popolazione russa di mezza e di terza età la convinzione secondo cui sia sufficiente attendere l’autunno e le temperature fredde per vedere un cambiamento nell’atteggiamento dell’Ue verso la Federazione. Sono certi che gli europei, ai loro occhi deboli e incapaci di accettare delle privazioni, si piegheranno al ricatto energetico di Mosca, cambiando la propria visione sulla guerra in Ucraina e abolendo le sanzioni alla Russia.

14 agosto. Molti russi sono persuasi che l’esercito di Mosca in Ucraina stia avanzando lentamente non per mancanza di mezzi, uomini e coordinazione, ma per preservare al massimo la popolazione e le strutture civili. "Se l’esercito russo volesse, potrebbe distruggere l’intero Paese in poco tempo". Viene da chiedersi: ma le immagini di Mariupol le avranno viste?

15 agosto. Ero rasserenata dal fatto di non aver ancora notato in città nessuna Z, simbolo dell’operazione militare speciale in Ucraina, né sui palazzi amministrativi, né sulle auto. La Z (latina?) sta per ZA, che letto in cirillico significa per, quindi "per Putin, per la vittoria". Oggi, purtroppo, in un semplicissimo negozio di abbigliamento femminile ho visto esposta una maglietta che inneggia alla guerra in Ucraina. So inoltre di una grande Z affissa sulla facciata principale della piscina cittadina. Pare che a Mosca la disegnino sui dolci venduti nelle pasticcerie.

16 agosto. Quasi tutte le sere si vedono e soprattutto si sentono le esercitazioni militari dei famosi Mig. Volteggiano in cielo mostrando i muscoli ai paesi vicini. I miei amici russi mi rassicurano dicendo che finché si sentono non c’è nulla di cui preoccuparsi.

18 agosto. È di oggi la notizia che il giovane Governatore di Kaliningrad Anton Alikhanov si e reso recentemente a Kherson, città meridionale dell’Ucraina, conquistata dai russi a inizio marzo. Il Governatore avrebbe incontrato la nuova amministrazione occupante, garantendo sostegno e aiuti umanitari da parte dell’exclave. Conosco personalmente Alikhanov. Ho avuto modo di intervistarlo anni fa. Mi aveva dato l’impressione di essere un giovane politico della nuova generazione, aperto, internazionale, orientato al dialogo. È giusto precisare che in questo momento Alikhanov si trova in piena campagna elettorale in vista della sua rielezione. Vederlo a Kherson mi ha profondamente sorpreso.

21 agosto. I prezzi degli alimentari sono in aumento anche qui. I chip delle carte di credito Sberbank non vengono sostituiti alla scadenza. La banca garantisce che le carte continueranno a funzionare comunque. Nei centri commerciali una parte dei negozi di marchi internazionali ha le serrande abbassate. Il governo regionale promuove attivamente l’agricoltura a chilometro zero, mele, asparagi, patate. Si reclamizza a gran voce l’idea che l’oblast possa divenire praticamente autosufficiente da un punto di vista agricolo. Il cartone del latte è ora quasi interamente grigio, manca il colore, solo un lato reca la tonalità bianca e l’etichetta.

25 agosto. Le milizie Fsb della regione hanno arrestato un estremista locale, simpatizzante delle truppe Azov, il quale, apparentemente, stava pianificando un attentato terroristico alla sede della Flotta del Baltico e all’aeroporto di Kaliningrad. I miei amici russi hanno reagito con la domanda: "Ma sarà vero? Magari hanno creato la storia semplicemente per mostrare che vigilano sulla nostra sicurezza."

28 agosto. Alcuni russi ritengono che quanto sta avvenendo in Ucraina doveva capitare trent’anni fa, alla caduta dell’Urss e senza sangue. Mi dicono: "Noi, gli ucraini e i bielorussi siamo un unico popolo, eravamo tutti Unione Sovietica". Quando ribatto che in realtà l’Urss era composta da ben 15 repubbliche mi rispondono "Sì, ma il Caucaso, i Paesi baltici sono altri popoli, sono diversi, non sono come noi, invece i bielorussi e gli ucraini sì." Apparentemente il concetto russo di popolo si estende e supera i confini nazionali definiti dopo la dissoluzione dell’Urss.

29 agosto. Putin visiterà l’exclave il 1°settembre, in Russia giornata della conoscenza e primo giorno di scuola. I bambini che lo incontreranno sono stati obbligati alla quarantena preventiva, così da preservare il leader russo da una possibile infezione da Covid. Alla Russia di oggi i valori occidentali non interessano più, o forse, non sono mai veramente interessati. Dell’Ovest si apprezzano il buon vino, le spiagge della Sardegna e del Sud della Francia, il Made in Italy, gli ospedali e le scuole per i figli, il resto è noia.

Lo sguardo oramai è rivolto verso est.

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