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Il palazzo del governo regionale di Mykolaiv (Keystone)
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04.06.2022 - 05:30
di Cristiano Tinazzi, da Mykolaiv (Ucraina)

Resistere, sposarsi, morire sotto le bombe

A Mykolaiv arrivano volontari da tutta l’Ucraina: ognuno ha la sua storia, un soprannome, un motivo o una persona per tornare sano e salvo a casa

"Questo lo ha preso mio nonno mentre combatteva i nazisti durante la seconda guerra mondiale ". Olexander, 41 anni, nome di battaglia ‘Iskander’, laurea in storia, prima della guerra per mantenersi faceva il muratore e montava insegne pubblicitarie. Iskander ha in mano un cucchiaio di metallo. Sul manico c’è ancora impresso il simbolo del Terzo Reich: un’aquila nazista. La svastica però è stata grattata via.

"I soldati della Wehrmacht si erano sistemati nelle case degli abitanti, requisendo per loro delle stanze. Un maggiore viveva nella nostra casa. Era in convalescenza e si stava riposando in una delle stanze perché aveva un braccio rotto. Nel marzo del 1944, quando l’Armata Rossa attaccò la città, i soldati nazisti che stavano dai miei bisnonni si ritirarono in fretta e furia. Mio nonno tirò fuori un fucile da caccia che aveva nascosto e sparò due volte al maggiore nazista che però riuscì a scappare saltando dalla finestra della cucina. Sul tavolo era rimasta una gavetta e questo cucchiaio, che adesso è sempre con me. Un po’ per avere un ricordo di lui, e un po’ come talismano".


Case e auto distrutte a Mykolaiv (Keystone)

Olexander, che chiameremo d’ora in poi solo con il nome di battaglia, Iskander, ripone il cucchiaio in una delle tasche del suo giubbotto antiproiettile. È appena arrivato davanti a una serie di case popolari, nel distretto di Korabelny, nel sud della città. La casa è stata colpita da un colpo di artiglieria pesante partito dalle postazioni russe, distanti una trentina di chilometri. Viene da Kiev, insieme al suo battaglione di difesa territoriale, creato dal partito politico Solidarietà Europea di Petro Poroshenko, ex presidente dell’Ucraina dal 2014 al 2019. Sono stati i soldati del battaglione 206, insieme all’esercito, a evacuare centinaia di civili da Irpin, Bucha e altri insediamenti a poca distanza dalla capitale durante uno dei peggiori momenti del conflitto, ai primi di marzo. Iskander è laureato in storia e ama ricordare gli eventi del passato paragonandoli a quanto sta succedendo oggi. "I russi ci hanno sempre causato dolore. Prima con l’impero zarista, poi con l’Urss, ora con Putin. L’Holodomor, il nostro olocausto, dovuto allo stalinismo, è qualcosa di incancellabile dalla memoria ucraina".

Valentin Lyaskovskiy alias Validol, comandante di una delle compagnie del battaglione, si trova con i suoi uomini e con le sue donne a Mykolaiv, cittadina strategica sotto controllo ucraino che si frappone all’avanzata russa verso Odessa. Validol è un veterano del Donbass e ha combattuto nelle battaglie più cruente, come quella di Debaltseve. Dopo il 2015 era tornato alla vita civile fondando una azienda di sicurezza. "Quando è scoppiata la guerra mi ricordo la luce del mio smartphone, era notte fonda e mi ricordo di aver letto la notizia che Putin aveva annunciato l’invasione dell’Ucraina. Ho chiamato i miei ex commilitoni e siamo andati tutti subito ad arruolarci. Dovevamo difendere Kiev, non c’era tempo per pensare ad altro". Persone comuni, ognuno in passato con un lavoro, ognuno con una famiglia in pensiero per loro, lontana, che hanno deciso di arruolarsi nelle unità territoriali di difesa per difendere il proprio Paese. Come questi uomini e donne, arrivati da Kiev per dare una mano ai civili e ai soldati impegnati a combattere contro i russi qui a Mykolaiv.


Una sigaretta dietro le barricate (Keystone)

Nessuna scelta, nessun futuro

Molti di loro sono giovani, non arrivano neanche ai trent’anni. Come Wolf, ventotto anni "Non ho deciso di diventare un militare, io ero un civile. Ho appena finito medicina, ero specializzato in chirurgia. Quando la guerra è arrivata, non è che ho deciso di fare qualcosa, non c’erano altre scelte, è stato per me un dovere arruolarmi". Insieme a lui altre due persone, Albina detta Shark, per i suoi canini lunghi, e Yura detto Vitamin. "La maggior parte di noi non è spaventata dalle bombe o da altro, non è la guerra in sé che ci fa paura, quello che ci terrorizza e non poter più vedere le nostre famiglie e sapere che loro soffrirebbero, se cadiamo in battaglia". Gli occhi di Wolf hanno un colore grigio, Albina ha invece gli occhi profondamente azzurri e Yura neri. C’è un velo di rassegnazione nei loro sguardi, come se sapessero che parte di loro, della loro giovinezza, della loro spensieratezza, è già morta prima dei loro corpi, se mai dovesse accadere l’irreparabile. Sono soldati, ma sono ancora dei ragazzi, cresciuti per necessità, perché è necessario farlo, come tutto qui. "A parte il nostro lavoro di soldati, la cosa migliore che possiamo fare adesso è vivere ora e adesso, nient’altro". Shark e Vitamin si sono sposati un mese fa.

"Non sapevamo cosa sarebbe stato del nostro futuro, quindi abbiamo deciso di sposarci, anche con una guerra in corso. Perché vogliamo vivere ogni momento insieme, non sappiamo quando sarà l’ultimo", racconta Albina. Mostrano la loro fede, stringendosi forte le mani. Yura ha sul cellulare le fotografie scattate durante la cerimonia. Lei ha una corona di fiori sulla testa e una vyshyvanka, la tradizionale camicia ucraina, azzurra. Lui è vestito di bianco. Sorridono, guardando l’obiettivo. Nella loro base dormono per terra, in un letto matrimoniale improvvisato, fatto di sacchi a pelo e materassini, nella sala medica, tra scatoloni di medicinali e attrezzatura.


Un soldato ucraino in città (Keystone)

Yura ha 33 anni, Albina ne ha 27 e quando la guerra è iniziata erano nella loro città, Leopoli. Una passione in comune per le moto, la musica rock, tatuaggi e piercing. Lui lavorava in una concessionaria, lei era laureata in arte. "Il primo giorno di guerra è stato terrificante, ma appena sono tornato in me, mi sono arruolato e poco dopo mi hanno inviato a Bucha". "La prima notte Yura mi ha svegliato dicendomi che era iniziata la guerra e la prima cosa che ho pensato è stata dove sistemare il nostro gatto. Poi sono andata con lui per arruolarmi".

Korabelny è un quartiere martoriato dai bombardamenti. Come a Kharkiv, anche se in scala ridotta, riporta le stesse dinamiche di sofferenza e distruzione. I negozi chiusi, i vetri coperti dai pannelli di compensato, le pompe di benzina chiuse. Poca gente in giro. Chi ha potuto, se n’è andato già via. Rimane, come sempre, chi non ha mezzi per andarsene, chi non vuole lasciare i propri affetti o ha persone che sono impossibilitate a muoversi. Sono loro, le vittime quasi quotidiane della furia russa.


Una cucina dopo un bombardamento (Keystone)

Negli ultimi giorni i bombardamenti sono aumentati, effetto della controffensiva ucraina che sta cercando di rompere le linee difensive russe per avanzare verso Kherson. I russi intendono così colpire la popolazione, per piegarla, in un tentativo vano, già visto altrove, di piegare il morale degli ucraini colpendo i civili. Il distretto è a ridosso della zona portuale. È qui che all’improvviso si sentono forti esplosioni in successione. Dopo, delle grida. Sull’asfalto una prima rosa di schegge, causate dall’esplosione. Poi, poco vicino, un ordigno esploso, e poi un secondo, inesploso. Sono bombe a grappolo. Armi vietate dalle convenzioni internazionali, usate contro persone inermi.

Come tutti i giorni dopo un’esplosione, le donne puliscono per terra, cercando di spazzare via i vetri esplosi, mentre gli uomini tagliano da rotoli di plastica rettangoli per coprire le finestre. Questi sono i danni minori, ma spesso si muore o si rimane gravemente feriti solo per andare a cercare da bere. Come successo a un uomo, colpito dalle schegge di un proiettile di artiglieria che hanno reciso alberi e perforato gli scivoli di un parco giochi per bambini. Era uscito per prendere dell’acqua potabile. Dopo che il suo corpo è stato portato via, rimane parte di lui impressa sul terreno, imbevuto di sangue. A Mykolaiv manca l’acqua dallo scorso otto di aprile. I russi hanno bombardato la rete di distribuzione idrica. Adesso quello che esce dai rubinetti è salato, imbevibile. E si muore anche così qui a Mykolaiv, per un bicchiere di acqua.


Si prova a proteggere e oscurare le finestre come si può (Keystone)

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