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laR
 
20.05.2022 - 08:43
Aggiornamento: 16:47

Kirill, più oligarca che patriarca

Il reazionario omofobo, al quale si attribuiscono enormi ricchezze, benedice l’invasione dell’Ucraina. Ma è sempre più isolato, e rischia sanzioni

Quando appare sotto la cupola dorata della Cattedrale di Cristo Salvatore, a due passi dal Cremlino, quello che Papa Francesco ha definito "chierichetto di Putin" è davvero l’immagine dell’opulenza: fasci di candele e sfarzosi paramenti, in testa l’ingombrante koukoulion tempestato di gemme e al collo una pletora di pesanti immagini sacre. Ma sono le ricchezze ‘private’ del patriarca Kirill che l’Unione europea vorrebbe colpire con le sue sanzioni. Un patrimonio che la Novaya Gazeta – prontamente censurata dal governo russo – stima tra i 4 e gli 8 miliardi di dollari e che comprenderebbe yacht e immobili anche all’estero. Siti investigativi russi come Proekt parlano di numerose proprietà nella zona di Mosca, cui si aggiungerebbero palazzi, tenute e dacie dalla Carelia al Mar Nero e perfino uno chalet in Svizzera (il Patriarca, a quanto pare, ama sciare).

Una fortuna della quale però la Chiesa ortodossa russa ha sempre smentito l’esistenza, e che anche l’Ue farà fatica a confermare ed eventualmente congelare, dato il complesso gioco di scatole cinesi che protegge gli averi degli oligarchi russi. Canta insomma vittoria troppo presto Sergej Chapnin, l’ex direttore del Giornale del Patriarcato di Mosca licenziato per aver accusato Kirill di guidare una "Chiesa dell’impero", quando prevede che "le sanzioni aiuteranno a individuare i suoi fondi nascosti, soldi rubati alla Chiesa". L’unica misura davvero efficace, in caso di effettiva adozione e applicazione delle misure previste, potrebbe rivelarsi il ‘travel ban’, ovvero il divieto di metter piede in Europa.

Il metropolita del tabacco

L’accusa mossa al patriarca da molti osservatori russi e internazionali è quella di essersi arricchito spudoratamente a partire dagli anni Novanta. Allora la Chiesa ortodossa importava alcool e sigarette – queste ultime anche attraverso il contrabbando con l’Iraq sotto embargo americano – sfruttando il suo status di istituzione esentasse e i canali agevolati dell’aiuto umanitario. Poi rivendeva il tutto a prezzi competitivi. Secondo Forbes, ad esempio, "nel 1995 il monastero di Nikolo-Ugreshky, direttamente subordinato al Patriarcato, ha incassato 350 milioni di dollari dalla vendita di bevande alcoliche. Il dipartimento delle relazioni ecclesiastiche con l’estero, presieduto da Cirillo, ci ha guadagnato 75 milioni di dollari, ma il Patriarcato ha contabilizzato nel budget 1995-1996 solo 2 milioni di ricavi". Dove è finito il resto? E chi lo sa. Quel che si sa è che all’epoca il soprannome di Kirill era già ‘Metropolita del tabacco’.

Non ha preso dal nonno

Vladimir Mikhailovic Gundaev – questo il nome di battesimo del patriarca – è nato nel 1946 a Leningrado, oggi San Pietroburgo, proprio come quell’altro Vladimir. Anche il nonno di Gundaev era sacerdote: fu spedito in un gulag e poi in esilio per una trentina d’anni perché si oppose ai disegni di Stalin, che infiltrava la Chiesa ortodossa coi suoi cekisti per manipolarla e indebolirla definitivamente, consolidando l’ennesima fase della sua plurisecolare subordinazione al potere politico. Il nipote, invece, ha sempre avuto rapporti più distesi col potere: è proprio dagli archivi di San Pietroburgo che sono spuntati i documenti alla luce dei quali è stato accusato, insieme ad Alessio II, di essere stato un agente del Kgb (nome in codice: ‘Mikhailov’). L’intelligence sovietica si serviva infatti del clero per dare una sbirciata nell’anima dei fedeli. Un’altra accusa smentita da Mosca, ma un’altra fonte d’imbarazzo per il patriarca.

Miracoli fino al gomito

Un po’ come il Breguet da 30mila dollari che gli spuntò al polso e fu poi sbianchettato alla bersagliera da una foto ufficiale, dimenticandone però il riflesso sul tavolo sottostante (era il 2012 e Kirill vinse la Scarpa d’argento – un premio per "i più discutibili exploit dello show business" – nella categoria "Miracoli fino al gomito"). Secondo i suoi difensori – a elogiarne la "saggezza" oggi sono anche alcuni esponenti dell’ultrasinistra occidentale – è tutta propaganda antirussa, o al più invidia per un prelato in grado di scalare in breve tempo i ranghi della gerarchia ecclesiastica: vescovo a Vyborg nel 1976, a Smolensk nel 1984, a Kaliningrad nel 1988, infine metropolita dal 1991 e patriarca dal 2009, anno della morte di Alessio II. È Kirill il primo Patriarca nominato in epoca post-sovietica, "il candidato del potere" secondo il quotidiano Vedomosti (lo ha ricordato La Repubblica).

Un borscht nazionalista

Sia come sia, in un Paese in cui il 70% dei 144 milioni di abitanti si dichiara ortodosso, Kirill si può a considerare a tutti gli effetti il traduttore spirituale di Putin, colui che ne mette in sermone l’imperialismo e ne pantografa l’ideologia in precetto religioso. Il tutto attraverso la chiave dell’etnofiletismo, ovvero la sovrapposizione tra fede e nazionalismo etnico, tra incenso e sangue. Il risultato è un minestrone – pardon: un borscht – di ultraconservatorismo, sciovinismo e autoritarismo messianico, con il presidente russo salutato quale "divino miracolo" e la guerra – ri-pardon: l’operazione militare speciale – negata con affermazioni del tipo "la Russia non ha mai attaccato nessuno nella sua storia, ha solo protetto i suoi confini".

Secondo Kirill proprio la Russia è "il vero leader del mondo libero", come insegna l’ideologia imperialista del Russkij Mir, il ‘mondo’ nel quale Federazione russa, Ucraina e Bielorussia sono tutt’uno, e Mosca è il faro della civiltà e dei cari vecchi valori tradizionali. Più che valori, pregiudizi, ancora molto radicati in una società sul cui volto l’Unione Sovietica seppe applicare solo un belletto posticcio di laicità, spesso altrettanto fideistica. Una società che vede Stato e Chiesa confondersi e tenersi bordone a vicenda, in cui è normale che il patriarca possa giustificare l’invasione dell’Ucraina spiegando che "per entrare nel club" dei Paesi occidentali "è necessario organizzare una parata del Gay Pride, e sappiamo come le persone resistano a queste richieste e come questa resistenza venga repressa con la forza. Ciò significa che si tratta di imporre con la forza un peccato condannato dalla legge di Dio", come spiegato in apertura di Quaresima. Ecco allora che l’intervento in Ucraina – rea appunto di essere stata traviata dal libertinismo europeo – diventa una missione contro una feroce cricca di gay nazisti.

Putin ricambia il favore

Il patriarca aiuta Putin, insomma, ma la cosa è reciproca. Non solo per via di quelle enormi ricchezze che il Cremlino gli avrebbe permesso di accumulare, e neppure per la comune crociata reazionaria che ha condotto, tra le altre cose, al bando parziale e alla persecuzione di circa 170mila Testimoni di Geova. Gli è che sulla punta delle baionette si combatte anche la guerra d’invasione della Chiesa ortodossa russa, impegnata da anni nel disperato tentativo di ripristinare la sua egemonia sui fedeli ucraini.

Si tratta di una storia che parte da lontano, da quando cadde quell’Unione Sovietica che nel 1917 aveva soppresso tutte le Chiese, ufficialmente se non dai cuori e dalle penombre della semiclandestinità. Nel 1991, toltisi dal collo lo stivale comunista, gli ortodossi ucraini corsero in gran parte da sacerdoti che non avessero legami con Mosca, finendo per ‘occupare’ anche molti luoghi di culto precedentemente vicini al patriarcato russo. In tutta risposta l’allora patriarca Alessio II incaricò proprio Kirill, il suo ‘ministro degli Esteri’, di riconquistare le posizioni, ovviamente con la forza conferitagli da milioni di rubli pubblici. In Ucraina furono così costruite migliaia di nuove chiese affiliate all’ortodossia russa. Solo che convincere gli ucraini ad entrarci si dimostrò tutta un’altra storia: restarono semivuote.

Bartolomeo non ci sta

Da allora ci si è messo anche il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo, lo stesso che ultimamente si è opposto all’invasione. Nonostante in Turchia si contino poche migliaia di ortodossi, è lui a essere riconosciuto come vero capo – o meglio, "primus inter pares" – dal mondo spirituale ortodosso (vedi ‘laRegione’ del 12 aprile scorso). È dunque l’unico che per principio possa riconoscere l’autocefalia, ovvero l’autonomia a una Chiesa nazionale: prerogativa della quale si è avvalso nel 2019 concedendola alla Chiesa ucraina, mandando su tutte le furie Kirill che lo accusò di "violare tutte le regole".

Insomma, così come la condotta di Putin ha portato al crescente isolamento della Russia rispetto al ‘secolo’ globale, così quella di Kirill lo ha messo all’angolo rispetto al resto del mondo ortodosso. Da anni centinaia di religiosi appartenenti alla stessa comunità accusano il "nazionalismo religioso" di Mosca, e di recente 400 sacerdoti hanno firmato una lettera aperta condannando l’invasione dell’Ucraina. "Kirill predica la dottrina del ‘Mondo russo’, lamentano i prelati, "che non corrisponde agli insegnamenti ortodossi e va condannata come eresia". Più chiaro di così.

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