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15.04.2022 - 05:30
Aggiornamento: 15:31

Il progetto della Russia sull’Ucraina (e su di noi)

Un lungo articolo dell’agenzia di Stato Ria Novosti solleva interrogativi inquietanti. Ne parliamo con l’esperto Luca Lovisolo

Smembrare l’Ucraina – giudicata "impossibile come Stato nazionale" – in "repubbliche popolari di nuova costituzione" occupate dalla Russia. Procedere immediatamente alla "denazificazione", intesa in realtà non solo come eliminazione dell’attuale classe dirigente a Kiev, ma anche come repressione di quella gran parte della popolazione ritenuta sua complice. Avviare una "rieducazione, che si ottiene col soffocamento degli atteggiamenti nazisti e con una rigida censura: non solo nella sfera politica, ma necessariamente anche nella sfera della cultura e dell’educazione". Negare agli ucraini qualsiasi sovranità per almeno una generazione, gesto giustificato per una Russia che si ritiene "custode del processo di Norimberga". È quanto invoca un lungo articolo dell’agenzia di Stato russa Ria Novosti, ottimamente tradotto da Donato Sani e pubblicato dal sito d’informazione ticinese ‘Naufraghi.ch’. Ma cosa abbiamo tra le mani? È solo il delirio di un autore ansioso di blandire il Cremlino, oppure abbiamo sfogliato la reale illustrazione dei piani del presidente Vladimir Putin? Dobbiamo preoccuparci?

«Non poco», ci risponde subito Luca Lovisolo, autore dell’attualissimo saggio ‘Il progetto della Russia su di noi’. «Questo non è un delirio, ma un piano reale, peraltro in linea con l’elaborazione teorica di personaggi come l’ideologo Aleksandr Dugin e il Capo di stato maggiore delle forze armate russe Valerij Gerasimov. Non c’è nulla di inventato: si tratta della visione di Putin, che ormai concepisce la sua missione storica come ricostruzione dell’antica unità imperiale, un’unità nella quale i popoli non russi dell’Impero erano oppressi e sottomessi con la forza», spiega il traduttore e ricercatore indipendente in diritto e relazioni internazionali, sottile conoscitore del mondo politico russo e ucraino.

Come nasce e a chi si rivolge l’articolo di Ria Novosti?

Possiamo considerarlo alla stregua delle ‘Betrachtungen’ che apparivano un tempo sui giornali della Germania Est: trattazioni utili non a chiarire i fatti, ma a spiegare come leggerli alla luce dell’ortodossia ideologica comunista. Caduto il comunismo resta il metodo, atto a produrre vademecum di propaganda da diffondere poi in patria, ma soprattutto all’estero.

Ma non è controproducente? Dopotutto, a molti lettori occidentali un testo del genere farà venire la pelle d’oca.

In realtà molte persone sono probabilmente indifferenti al testo o lo liquidano erroneamente come un delirio isolato. Altre, più preparate ma minoritarie, proveranno in effetti ribrezzo. Ma questo testo – elaborato dalla più nota delle agenzie di stampa russe – non parla a loro: parla a quella componente della nostra società che simpatizza con Putin o che è comunque particolarmente vulnerabile alla propaganda ideologica antioccidentale. Parliamo anche di persone istruite, che magari nutrono dubbi apparentemente ragionevoli, che però si rivelano infondati a una più accurata disamina dei fatti.

Che ruolo giocano ideologie e pregiudizi?

A sinistra certi testi fanno presa soprattutto tra chi ha già una lunga storia di antiamericanismo, ed è più propenso a identificare la "denazificazione" con quella che crede essere la tradizione dell’antifascismo. Allo stesso tempo l’articolo contiene concetti speculari che alludono all’autoritarismo, all’uomo forte, alla purificazione del Paese dall’elemento ‘allogeno’, tutti temi cari all’estrema destra: è il putinismo che piace ai Salvini e alle Le Pen. Che l’immediata avversione per Putin sia tutt’altro che universale, d’altronde, lo dimostrano proprio le Presidenziali francesi, dove i candidati filorussi o con simpatie moscovite, da Éric Zemmour a Jean-Luc Mélenchon passando per la stessa Marine Le Pen, Valérie Pécresse e altri, hanno totalizzato circa il 60% dei consensi, un dato che rispetto ai sondaggi prima della guerra è addirittura leggermente cresciuto.

Al netto delle bufale vere e proprie – il "nazismo" di Volodymyr Zelensky, il fatto di ingigantire la penetrazione estremista tra battaglioni e politici che costituiscono un’infima minoranza della società ucraina – l’impressione è che lo stesso termine "nazismo" acquisisca in Russia un significato ambiguo: forse suona bene a certe orecchie occidentali, ma nasconde di fatto concetti ben diversi da quelli che vi associamo abitualmente. Nell’articolo, ad esempio, si intuisce un’identificazione surreale tra nazismo, europeismo e capitalismo.

In effetti nella Russia di oggi "nazismo" e "fascismo" – termini utilizzati in modo pressoché equivalente – hanno ben poco a che fare con i regimi storici che portavano queste etichette. In una sorta di ripiegamento semantico, hanno finito per designare qualsiasi cosa venga percepita come etnicamente non russa e antirussa. Si tratta di un processo iniziato in Unione Sovietica dopo la Seconda guerra mondiale: allora tali termini furono utilizzati per rimarcare la superiorità morale dell’Urss e del comunismo rispetto all’Occidente, tant’è vero che il muro di Berlino aveva assunto la designazione, assurda alle nostre orecchie, di "baluardo antifascista". Crollati l’Unione sovietica e il comunismo, la Russia si è impossessata della stessa retorica, escludendo da quell’apparente contrassegno di eroismo tutte le altre 14 repubbliche sovietiche. Che ora si definisca "nazismo" qualsiasi rivendicazione nazionale non russa si vede bene proprio in questo testo: se a "denazificazione" sostituiamo "denazionalizzazione" dell’Ucraina, il ragionamento continua a filare da capo a fondo e tutto diventa più chiaro.

Che Ucraina vede Putin?

Nella sua conferenza stampa di fine 2021 Putin ha utilizzato un’espressione rivelatrice, dicendo che "i Paesi dell’ex Unione Sovietica sono Russia storica al di fuori dei confini della Federazione Russa". Un discorso che si applica all’Ucraina – che peraltro lui concepisce tale solo nella sua componente russa e ortodossa – ma anche alle Repubbliche baltiche, alla Bielorussia (di fatto già sotto controllo), alla Moldavia. Il documento illustra uno scenario in cui vi sarebbero un est "russo" e un ovest "cattolico" dell’Ucraina, anch’esso comunque da mantenere sotto il dominio di Mosca. È facile intuire che tipo di rimozioni etniche e culturali, di deportazioni in stile stalinista potremmo aspettarci in un contesto del genere. Lo stesso concetto di ‘rieducazione’ rievoca chiaramente un certo passato russo e sovietico.

Le ambizioni imperiali di Putin non sono illusorie?

Sì, se l’Occidente saprà sostenere la resistenza ucraina e questa continuerà a infliggere quelle perdite che già hanno costretto le truppe russe a ripiegare dall’Ucraina occidentale. Se invece si abbandonasse l’Ucraina al suo destino, crescerebbero per Putin le probabilità di realizzare almeno in parte certi progetti. Anche perché il presidente russo non è soggetto ai cicli rapidissimi delle democrazie occidentali: può anche aspettare una decina d’anni e riprendere da dove aveva cominciato, proprio come vediamo ora dopo che nel 2014 si era allargato in Crimea e Donbass, ma era poi stato respinto da avamposti quali Kharkiv e Odessa. E se non lo farà lui, potrebbe farlo qualcun altro: a differenza dei totalitarismi dell’Europa occidentale novecentesca, l’ideologia del neoimperialismo russo somiglia a quella di Lenin, nel suo essere filosoficamente fondata per sopravvivere anche alla scomparsa dell’‘uomo forte’ del momento.

A voler essere cinici, però, noi occidentali potremmo comunque considerarci al di fuori delle brame di Putin. O no?

No, perché vediamo chiaramente con quale facilità quello stesso approccio permetta di installare politici filorussi anche da noi. Lo si nota bene in Italia, dove la maggioranza del Parlamento è clamorosamente filorussa.

Proprio quelle componenti ci ricordano però che sarebbe stata l’Ucraina a commettere un genocidio in Donbass e a vietare la lingua russa.

Si tratta di un’idiozia totale. Con tutti i suoi difetti, il sistema istituzionale e mediatico ucraino è tale che il presunto genocidio di 14mila russofoni – la cifra ripetuta da Putin – non sarebbe passato inosservato. Invece non ve n’è traccia, e i sostenitori di questa tesi non hanno mai portato alcuna prova. Il numero di vittime citato da Putin conta tutti i caduti degli scontri in Donbass, truppe ucraine e separatiste incluse, un genocidio è qualcosa di ben diverso. Non è neanche vero che la lingua russa sia vietata, come sa benissimo chiunque visiti l’Ucraina: si parla liberamente. Ciò non significa che in Ucraina non ci siano frizioni tra comunità linguistiche, ma siamo ben lontani dalla drammatizzazione che ne fa la propaganda. Le leggi ucraine hanno cercato – dopo decenni di sovietizzazione che di fatto imponeva il russo a chiunque volesse avere una vita sociale – di ricostituire quella conoscenza diffusa dell’ucraino necessaria ai rapporti con lo Stato. Questo, lo ricordo, in un Paese che conta una quindicina di diversi gruppi etnici, nei quali peraltro le lingue – ucraino, russo, ma anche polacco, rumeno e così via – si diversificano anche tra città e campagna circostante, o convivono persino nella stessa famiglia e nei diversi raggruppamenti sociali. Un ordinamento linguistico fondato su un federalismo cantonale, come lo conosciamo in Svizzera, in Ucraina sarebbe impraticabile per ragioni oggettive. Le dirò di più, proprio Putin ha fatto il peggior disservizio alla lingua russa: dal 2014 a oggi le statistiche testimoniano di sempre più persone che sono passate dal russo all’ucraino pur di non parlare la lingua dell’invasore.

Eppure c’è ancora chi pensa che la popolazione russofona sia automaticamente filorussa, un po’ come se in Ticino tutti gli italofoni fossero favorevoli a un’annessione all’Italia.

Gli ucraini sono ucraini, punto. Il loro comportamento in questa guerra ce lo sta dimostrando, casomai ve ne fosse ancora bisogno. Anche tra i russofoni solo una minoranza si sente particolarmente legata alla Russia, e un numero ancora più esiguo coltiva propositi separatisti, i sondaggi svolti ancora nel 2013/14 parlano chiaro. Le stesse spinte autonomiste del Donbass sono nate per questioni politico-economiche e solo ex post sono state strumentalizzate in chiave linguistica e identitaria, soprattutto quando la fuga a ovest di gran parte della popolazione ha lasciato centri come Donetsk e Lugansk in mano ai separatisti e alle milizie russe, che hanno limitato la libera circolazione delle idee, lavorato di propaganda e oscurato i media ucraini.

Anche se Putin dovesse ritirarsi, non c’è il rischio che l’invasione rafforzi un ‘contronazionalismo’ ucraino, spostando il potere nelle mani di gruppi ultranazionalisti?

Certo, e questa sarebbe un’ulteriore conseguenza dei clamorosi errori di valutazione di Putin. Ogni attacco comporta il riaccendersi degli estremismi, di destra come di sinistra. D’altronde, questa guerra nasce dall’incapacità storica da parte di Mosca – al netto della primissima fase di Boris Eltsin – di gestire la transizione post-sovietica in chiave collaborativa invece che antagonistica. Con le conseguenze che possiamo ben vedere.

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