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Soldati ucraini in mezzo alla neve (Keystone)
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laR
 
28.01.2022 - 08:30
Aggiornamento : 17:56

Tra Russia e Ucraina c’è il Generale Inverno

Mosca ha strategia e forza d’urto, ma deve stare attenta al meteo e ai soldati di Kiev, ben addestrati e ben armati. L’invasione? Se ci sarà, sarà da sud

di Giuseppe D’Amato
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“Non succede assolutamente nulla”. Così Volodia descrive la situazione nelle cittadine e nei villaggi della zona meridionale del Donbass, lungo la linea di interposizione con la Repubblica popolare di Donetsk, nel territorio controllato dai governativi di Kiev. Ma è la classica calma prima della tempesta? I russi attaccheranno davvero, come afferma dal novembre passato l’intelligence Usa, che ha pubblicato fotografie satellitari delle truppe di Mosca (valutate in 130mila uomini), acquartierate a ridosso del confine occidentale?

“Più o meno anche al fronte è tutto tranquillo – continua il nostro interlocutore locale –. A Mariupol, il maggiore porto sul mare di Azov e il secondo d’Ucraina, non si muove una foglia”. Qui hanno sede la base della divisione Azov e quella della 56esima brigata. “Assaltare la città dal mare – ci viene raccontato – è un suicidio: il fondale è troppo basso ed è sorvegliato nei punti cruciali. E poi serve transitare, in precedenza, dallo stretto di Kerch, che è un imbuto. Ci vorrebbero due giorni da Sebastopoli per arrivare fin qui con le navi. L’effetto sorpresa non è possibile”.

Ghiaccio, neve e fango

Le temperature attuali sono dalla parte di chi difende: tra meno due e più due gradi. Fango, terreno molle. Chi tenta di attraversare i campi si impantanerebbe, figurarsi cosa succederebbe a pesanti carri armati. Se, invece, arrivasse il gelo – perlomeno per una settimana – le cose cambierebbero: il terreno ghiaccerebbe e i campi si trasformerebbero in piste lunghe e piatte come autostrade.


Parata nella neve per la liberazione di Leningrado a San Pietroburgo (Keystone)

Ma se dal mare, da sud, è difficile attaccare, attraverso le due repubbliche filo-russe, circondate da trincee e zone di interposizione, sarebbe possibile? “Tutto attorno a loro – ci viene spiegato – è pieno di campi minati, installazioni militari pesanti e postazioni anti-tank, ben organizzate dalle Forze armate ucraine. Difficile passare”.

In Dnr (Donetsk) e Lnr (Lugansk), ossia il territorio controllato dai separatisti filo-russi, la gente è stufa. Da 7 anni sono periodici gli allarmi lanciati sulla ripresa del conflitto, oggi “congelato”; così nessuno, in queste ore febbrili, ci fa più alcun caso. Anche laggiù la calma regna sovrana o quasi. Pochi giorni fa sono iniziate le manovre congiunte russo-bielorusse. A Kiev, ci si domanda, se da queste unità possa arrivare ora il pericolo.

Nato e dintorni

Nelle ultime settimane vari politici europei e il segretario di Stato americano Blinken hanno visitato Kiev per mostrare pubblicamente il proprio appoggio. La dirigenza ucraina ha infatti reso noto a più riprese la volontà della repubblica ex sovietica di aderire all’Alleanza atlantica al più presto, ma il Cremlino non è d’accordo. Da qui l’escalation di tensione. Quasi contemporaneamente sia i russi sia gli occidentali hanno dichiarato ai quattro venti di voler resuscitare gli accordi di Minsk della primavera 2015, i quali, in teoria, avrebbero dovuto riportare la pace in Donbass se non comporre il dissidio russo-ucraino. In teoria, appunto. Per i loro detrattori essi sono stati redatti solo per fermare il conflitto e tenerlo “congelato”.

Come si ricorderà, tra l’estate del ’14 e la primavera del ’15 nella regione orientale, ferita dalla guerra, si sono registrati per le ostilità oltre 13mila morti e quasi 2 milioni di sfollati. “Fino a quando – sostiene Jura – il presidente Zelensky non ha tenuto un discorso invitando la popolazione a evitare il panico – ad esempio andando in banca a ritirare i soldi o fare incetta di prodotti alimentari – tutti più o meno hanno fatto finta di niente. Adesso, invece, sono in tanti a essere preoccupati. Poi Zelensky ha detto che se i russi occupano Kharkhiv (ndr, seconda città più popolosa del Paese, situata a pochi chilometri dal confine con la Russia) noi combatteremo. Mia moglie ha, per questo, iniziato a guardare su Internet, dove mandare via per sicurezza i figli in caso di guerra. So, però, di gente che qui si sta armando e compra proiettili”.

Pronti a rispondere

L’atmosfera che si respira tra gli ucraini è tutt’altro che quella di chi si appresta a prestare l’altra guancia. “I militari di Kiev – osserva un tataro di Crimea fuggito nella capitale dalla penisola annessa da Mosca nel marzo 2014, – li stanno aspettando per ammazzarne il più possibile. Vorrebbero contrattaccare in territorio russo e iniziare una guerra partigiana”. Il Cremlino può contare su circa 300mila militari super professionisti, un numero di certo non sufficiente per controllare l’intera Ucraina, uno dei Paesi più estesi d’Europa, persino più grande della Francia. La sua forza d’urto maggiore è rappresentata dai 3’300 carri armati.


Giochi di guerra sui carri armati davanti alla statua della Madre Patria a Kiev (Keystone)

Le Forze armate di Kiev non sono, però, più un’armata Brancaleone come nel 2014. Adesso sono armate fino ai denti, ben addestrate e vogliose di combattere. Gli americani hanno consegnato loro i bazooka anti-tank Juvellin (più o meno 3mila pezzi); sono disponibili 8mila sistemi anti-carro Stugna e Korsarov; sono arrivati quantitativi di ultramoderni Stinger, missili leggeri trasportabili capaci di abbattere qualsiasi velivolo in un raggio di 4,5 chilometri fino a 3’800 metri di altezza. I primi modelli di questi ultimi sono ben conosciuti dai russi fin dalla guerra in Afghanistan negli anni ’80, usati dai mujaheddin contro i sovietici. I militari di Kiev hanno in uso vicino alle repubbliche separatiste anche i droni di fabbricazione turca Bayraktar, appena comprati da Ankara, che in Nagorno-Karabakh hanno di recente permesso la vittoria degli azeri contro gli armeni. Inoltre hanno fucili elettronici anti-drone, jammer. Sulla carta, in uno scontro tradizionale, l’esercito ucraino ha poche speranze di resistere. La differenza è abissale. 67 caccia contro 1’531; 34 elicotteri da combattimento contro 538; 11mila mezzi corazzati contro 27mila; 2’040 pezzi di artiglieria contro 4’465; 13 piccole navi contro 214.

Attacco da sud

Secondo gli strateghi più noti, se vi sarà l’invasione il Cremlino tenterà di occupare le regioni meridionali per aprire un corridoio da Rostov fino alla Crimea, passando per Mariupol e Odessa, arrivando a sbloccare la Transnistria, la regione separatista filo-russa della Moldova. In tre settimane l’Ucraina verrebbe isolata, utilizzando anche l’arma cibernetica.

Il problema è lo scenario successivo a uno spaventoso bagno di sangue, quando inizierebbe la guerra partigiana. Nel 2014 in Crimea, con un’operazione di incredibile sagacia tattica e cooperazione tra intelligence e forze sul terreno, le unità ucraine vennero bloccate nelle caserme grazie all’uso degli “uomini verdi”, truppe ultra professioniste. Non si sparò. Ma adesso tutto è diverso.

In Donbass invece, stando alle accuse di Kiev, il “grande Fratello” arriva, quando i separatisti sono in difficoltà. Così è stato nel 2015. Poi è seguito un conflitto congelato in trincea, fatto nei momenti di maggiore crisi di sparatorie dei cecchini, di pesanti colpi di artiglieria, di azioni diversive. La Nato rafforza dal canto suo il suo “fianco orientale”, ma non metterà piede in Ucraina. Da oltre un anno russi e occidentali si confrontano nei mari e nei cieli in giro per il globo, ma solo adesso i mass media se ne sono accorti.

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