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Un controllo al Festival di Montreux (Keystone)
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laR
 
11.08.2021 - 05:10
Aggiornamento: 07:30
di Umberto Rapetto

La miniera d’oro dei green pass falsi

Chi si rivolge a sedicenti esperti via web ci rimette non solo molti soldi in cambio di nulla, ma anche la cosa più preziosa che abbiamo: la privacy

Il “lasciapassare verde” è al centro dell’attenzione. Non averlo è senza dubbio un ostacolo alla mobilità personale, ma ancor prima è indicatore di un atteggiamento ostile verso la campagna vaccinale o – quanto meno – del rifiuto di rispettare le regole elementari per la convivenza e la socialità in un momento difficile come quello che stiamo vivendo.

Tralasciando i problemi burocratici e le attese per il proprio turno a porgere il braccio per l’inoculazione del farmaco, la questione del “green pass” ha creato accese polemiche e più tranquille discussioni ma al contempo ha fornito opportunità davvero ghiotte per le organizzazioni criminali che hanno intravisto nei “no-vax” e degli aspiranti “finti-vax” un mercato estremamente proficuo.

Documento fondamentale

La certificazione che attesta l’avvenuta somministrazione di almeno una dose di vaccino (con indicazione puntuale della struttura sanitaria, della data e del lotto di appartenenza della fiala) abbinata all’esibizione di un documento di identità (indispensabile per dar luogo al necessario abbinamento tra “pass” e “persona”) rappresenta il sistema più efficace per limitare gli accessi fisici negli ambienti chiusi o nei contesti di naturale assembramento.

Nonostante la logicità dell’iniziativa, gli evidenti aspetti di carattere funzionale e il ruolo preventivo di certe soluzioni, il coro dei “no” ha rapidamente fatto sentire la sua voce. Non è mancato chi ha sventolato i vessilli dei diritti costituzionali e chi ha issato la bandiera delle privacy: persino in mezzo alla popolazione “vaccinata” si sono palesati i soggetti in disaccordo sui controlli. Ironia della sorte, nemici giurati del vaccino hanno ritenuto interessante l’opportunità di entrare in possesso di un “green pass” fasullo, ovvero dell’attestazione tarocca per inoculazioni in realtà mai avvenute.


Il certificato Covid della Confederazione (Keystone)

I pifferai magici

Un mucchio di babbei si sono fatti ammaliare dalle suadenti note di moderni “pifferai magici”: la delicata melodia dei malfattori ha richiamato l’attenzione di chi – ben lontano dalle fatidiche iniezioni – sperava di poter comprare qualcosa che il Servizio Sanitario metteva gratuitamente a disposizione dei cittadini che facevano richiesta e si prenotavano per questo o quel siero.

Difficile complimentarsi con i criminali che speculano sulla cretinaggine della loro “clientela”, ma è lecito sorridere di quel che tocca in sorte a chi si crede furbo e cade in trappole incredibilmente evidenti. I tonti vengono “puniti” automaticamente perché i costosi documenti cartacei e digitali che comprano online sono inutili e riconoscibili immediatamente.

Cosa sta accadendo? Su siti Internet, nel deep web, all’interno delle dark-net o attraverso canali Telegram e gruppi di vario genere sulle piattaforme di messaggistica istantanea si assiste a un vero e proprio mercato di “contrabbando” di “green pass” farlocchi e di totale inutilità. Per la gioia dei truffatori sono davvero tanti quelli che abboccano e che, ancora contenti di essersi fatti bidonare, provvedono a pubblicizzare la “magica” possibilità con un serrato passaparola.

Chi si fa fregare riceve un file pdf pronto a essere stampato oppure una immagine da esibire sul telefonino in caso di controllo. Peccato che il QR-code non funzioni, anche se apparentemente conduce a una pagina web contenente i dati dell’interessato e le informazioni vaccinali di mera fantasia. Se il controllore con il proprio smartphone inquadra il codice grafico QR ci impiega un istante a capire che la pagina web che viene visualizzata non è quella dell’ente pubblico competente a certificare l’avvenuta vaccinazione.

Le decine o addirittura le centinaia di euro spese finiscono solo per arricchire indebitamente i truffatori che – in realtà – ai malcapitati non rubano soltanto i soldi.

Il nodo criptovalute

In questa brutta storia, infatti, spicca lo scippo dei dati personali di chi si è fatto raggirare. Chi viene gabbato – oltre a mettere mano al portafogli (venendo pure costretto a trovare i bitcoin o altre criptovalute) deve compilare schede e moduli. Quei modelli consentono alle organizzazioni criminali di recuperare una moltitudine di informazioni sul conto del “furbetto” che chiedeva il falso “green pass”. Nomi, cognomi, indirizzi di casa e di posta elettronica, date e luoghi di nascita, identificativi sanitari e codici fiscali, numeri di telefono e così a seguire: il bottino dei briganti telematici può persino includere dati sanitari se qualcuno ha riempito anche gli spazi in cui si domandavano precisazioni sulle condizioni di salute.

Questi archivi elettronici sono molto interessanti per le aziende farmaceutiche, per l’ospedalità privata, per i laboratori di analisi cliniche, per le compagnie assicuratrici che stipulano polizze sanitarie o sulla vita, per gli istituti di credito che erogano prestiti o mutui pluriennali: la redazione della scheda proposta dai banditi via internet diventa una specie di confessione che può far comodo a una vasta gamma di soggetti.

Sono proprio i dati personali il petrolio del terzo millennio e non sempre le persone hanno coscienza del loro valore. In questo caso, poi, finiscono subito nelle mani sbagliate perché chi li raccoglie se ne servirà senza nessuno scrupolo.

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