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14.04.2021 - 05:30
Aggiornamento : 16:20

Per il Sudamerica? Tutto a destra

Finiti i sogni di gloria del chavismo, anche l'Ecuador sceglie un conservatore come Brasile e Uruguay. Ma in Perù spunta una speranza comunista

“Sono socialista, bolivariano, cristiano e anche marxista”, così Hugo Chávez, sotto lo sguardo di Fidel Castro, dal Palacio de Las Convenciones dell’Avana (da dove sennò?) conquistava i delegati del vertice per l’Alleanza Bolivariana dei popoli dell’America Latina. Eravamo agli sgoccioli dello scorso millennio quando Chávez prese il potere in Venezuela aprendo la strada a un Sudamerica mai così sbilanciato verso sinistra, con le elezioni in rapida sequenza di Luiz Inácio Lula da Silva e poi Dilma Rousseff in Brasile, Nestor Kirchner e la moglie Cristina Fernandez in Argentina, Evo Morales in Bolivia, Michelle Bachelet in Cile, Rafael Correa in Ecuador e dei quindici anni ininterrotti del Frente Amplio in Uruguay, culminati con l’elezione dell’ex tupamaro Pepe Mujica, il presidente che tutti avremmo voluto come nonno e il nonno che tutti vorremmo come presidente. Mujica divenne una celebrità suo malgrado: meno faceva per finire sotto i riflettori, più i riflettori lo illuminavano. L’auto scassata, la casetta umile, i vestiti del mercato mal stirati, le frasi sagge a metà tra l’antico proverbio e i mantra motivazionali new-age, l’idea che ci salveranno i giovani, l’ecologia e le rinunce ben più delle pretese.

Da Lenin a Lenìn

Vent’anni dopo Chávez è morto, il marxismo è morto, il socialismo è morto e anche il bolivarismo non si sente tanto bene. Gli altri sono spariti tutti, o quasi. Resiste l’erede Nicolas Maduro, presidente a metà in un Venezuela ormai allo stremo, resistono madame Kirchner, tornata in auge a fine 2019 (come vice del presidente Alberto Fernández) dopo l’esperimento fallimentare di Mauricio Macri in Argentina; e Lula, riemerso da una serie di scandali giudiziari. Resiste soprattutto la religione, collante d’importazione che in parte cozza con le pretese chaviste di un’America Latina unita e primigenia, massacrata dai conquistadores andati dall’altra parte del mondo nel nome di Dio. Lo stesso nome pronunciato fino allo sfinimento dal nuovo presidente dell’Ecuador, Guillermo Lasso, ultimo esponente di un’ondata di uomini di potere sudamericani ultraconservatori che ha spazzato via i sogni di chi, come Chávez metteva nel suo pantheon Marx e Gramsci, Castro e Garibaldi. Ironia della sorte, Lasso sfila la sedia al delfino di Correa, il socialista Moreno, il cui nome di battesimo è Lenín, con l'accento sulla i.

Dio, Dio, Dio, patria e famiglia

Banchiere e membro dell’Opus Dei, il neopresidente dell’Ecuador si è presentato al Paese come un inevitabile dono del Signore, Eppure per ben due volte era stato bocciato dagli elettori. Strano, per un predestinato. Questa volta nulla ha potuto la sinistra telecomandata sempre da Correa, che aveva scelto Andrés Arauz per continuare una via socialista a cui non credeva più nessuno. Anche perché Correa, il telecomando lo usa dal Belgio, dove ha riparato dopo una condanna a otto anni per corruzione in patria.

E così tra espliciti richiami patriarcali e la promessa che mai l’aborto sarà praticato sotto la sua presidenza, Lasso s’infila nel solco creato da Bolsonaro e i suoi fratelli. Del presidente brasiliano, negazionista del Covid e grande amico di Trump, dei petrolieri e dei disboscatori dell’Amazzonia, si è già detto e scritto tutto. Il suo mandato scade nell’ottobre del 2022 e - fino a un anno fa - tutto credeva, Bolsonaro, fuorché ritrovarsi con una pandemia fuori controllo e il possibile ritorno del temuto Lula in politica.

Proprio l’esito del voto in Brasile (sempre che Lula si candidi davvero) potrebbe far tornare a oscillare il pendolo sudamericano verso sinistra, in virtù del peso specifico di un Paese grande quasi la metà dell’intero subcontinente.

I figli delle dittature

Una prima scossa potrebbe arrivare dal Perù dove lo scontro per la presidenza non poteva avere due contendenti ideologicamente più lontani, il maestro-contadino comunista Pedro Castillo e un candidato della destra, molto probabilmente Keiko Fujimori, figlia dell’ex dittatore Alberto: i due pretendenti, usciti da una rosa-monstre di 18 candidati, mostrano al meglio le mancanze di una terra sedotta spesso dagli estremi e raramente dalla sintesi. Castillo per ora è avanti, ma al ballottaggio i conservatori (che hanno conquistato secondo, terzo e quarto posto) potrebbero unirsi e tenere a bada questo rigurgito di sinistra.

Proprio la presenza di Keiko Fujimori riaccende il dibattito sulle dinastie, sui familismi e sui clientelismi che in Sudamerica - come e più che in altre parti del mondo - sono durissimi a morire. In Cile, al comando c’è Sebastian Piñera, che è rimasto in sella nonostante le maxi-proteste di due anni fa. Erede di una famiglia che fin dal Settecento va a braccetto con il potere e fratello dell’ex ministro del Lavoro di Augusto Pinochet, sostenne in prima persona il dittatore fino allo storico referendum del 1988 che vide l’inattesa sconfitta del Caudillo.

In Paraguay il legame tra il potere di oggi e quello delle sanguinarie dittature del Novecento è altrettanto lampante: l’attuale presidente Mario Abde Benítez è il figlio del segretario personale del generale Alfredo Stroessner, il meno noto, non il più tenero dei carnefici di un Sudamerica incapace di liberarsi dei fantasmi di destra che si auto-replicano svestendo le uniformi per un più rassicurante doppiopetto come di una sinistra barricadera, prigioniera dei suoi sogni e mai all’altezza delle aspettative.

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