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laR
 
21.02.2021 - 19:46
Aggiornamento: 20:56

Lo chiamavano Bulldozer, il presidente che nega il virus

Il tanzaniano Magufuli non vuole conteggiare i casi e si affida alle preghiere. Ma a snobbare il Covid ci sono altri Paesi, come Tajikistan e Turkmenistan

lo-chiamavano-bulldozer-il-presidente-che-nega-il-virus
(Keystone)

Il 29 aprile di un anno fa la Tanzania aveva 509 casi di coronavirus accertati, con 12 morti e 183 ricoverati. Dal giorno dopo i casi erano diventati zero. E zero sono rimasti. Miracolo? No. Semplicemente, per ordine presidenziale, si è smesso di contare. Perché il coronavirus per John Magufuli, non esiste. Curioso che a negare l’esistenza della malattia sia un uomo appena tornato dal funerale del suo braccio destro, John Kijazi, morto di coronavirus. Insomma, in uno dei Paesi più famosi al mondo per i suoi elefanti, uno bello grosso - eppure minuscolo come un virus - gira, ignorato, nelle stanze presidenziali.

Ieri l’Organizzazione mondiale della sanità ha lanciato un appello affinché la Tanzania adotti un piano vaccinale. Magufuli ha risposto picche, continuando a far testare rimedi con erbe locali e affidandosi alle preghiere “che vanno triplicate, perché è evidente che abbiamo fatto qualcosa che ha indisposto Dio”. Quindi: il Covid non esiste, ma bisogna pregare per debellarlo. Eppure chi più di tutti dovrebbe affidarsi alle preghiere – come la Chiesa locale – sta cercando in tutti i modi di spiegare ai tanzaniani come proteggersi dal virus, caldeggiando l’uso di mascherine, disinfettanti e distanziamento sociale. Intanto a Zanzibar, l'isola semiautonoma della Tanzania, è morto il vicepresidente Seif Sharif Amad. Le cause non sono state rese note: ma la moglie e i suoi principali collaboratori sono risultati positivi al coronavirus. Due più due non fa quattro, almeno sulla calcolatrice di Magufuli.

Il presidente della Tanzania non è il solo ad adottare uno dei modi più popolari di reagire ai problemi: ossia, negarli. Anche il Turkmenistan ha adottato il modello “Fight Club”, sulla scia del celebre monologo di Brad Pitt. Prima regola del coronavirus: non parlate mai del coronavirus. Seconda regola del coronavirus: non dovete mai parlare del coronavirus. Ci si ammala o si muore per un’infezione polmonare. Ma, sia chiaro, non di coronavirus.

Il motivo è semplice: questa parola in Turkmenistan non esiste più, vietata da Gurbanguly Berdimuhammedow, padre padrone dal 2007 dell’ex repubblica sovietica, uno stato autoritario noto per le limitazioni delle libertà e - da un annetto a questa parte - anche del dizionario medico.

Il Turkmenistan, quindi, fa parte di quella manciata di Stati che ufficialmente non sta registrando casi di coronavirus. Tra questi, con qualche ragione e prova in più, ci sono alcuni microstati del Pacifico, favoriti dalla posizione, da un po’ di fortuna e dalla prontezza nel chiudere le frontiere quando le cose hanno iniziato a complicarsi. Così Nauru, Tuvalu, Vanuatu, le Isole Salomone, la Micronesia, Tonga, Palau, le Isole Marshall, Samoa e altri piccoli avamposti sperduti negli oceani (come Sant’Elena, dove finì in esilio Napoleone) possono dirsi - con qualche ragione - Covid-free.

Diversa la situazione in Corea del Nord e nello Yemen.  All’inizio della pandemia, mentre Cina e Corea del Sud parlavano di possibili infettati oltre il famigerato 38º parallelo, Pyongyang ha smentito, facendo anche trapelare la notizia di una sorta di erba miracolosa che crescerebbe entro i confini del Paese permettendo di vincere il virus. Tuttavia, a differenza di quanto accaduto in passato, il regime di Kim Jong-Un ha preso precauzioni, bloccando i voli, istituendo la quarantena e disinfettando strade e palazzi. A un certo punto uscì anche la notizia, mai confermata, del dittatore contagiato. Una voce che si era moltiplicata in seguito a un lungo periodo senza sue nuove foto e senza uscite pubbliche.

Si spera solo che a Pyongyang non sia applicato il modello apparso in alcune pagine satiriche, in cui il problema dei contagiati verrebbe eliminato, letteralmente, in pochi minuti. “Ore 8.03: un caso. Ore 8.10: zero casi. Ore 8.40: un caso. Ore 8.45: zero casi...”. E così via.

Il coronavirus non sembra il primo dei problemi nemmeno nello Yemen, dove la guerra civile prosegue dal 2015: le organizzazioni internazionali si lamentano di avere numeri a singhiozzo sui contagi, ma di questi tempi da lì non arrivano cifre accurate su niente.

Un caso perfino più assurdo delle omissioni tanzaniane e delle parole proibite in Turkmenistan è quello del Tajikistan, che il coronavirus non lo nasconde, anzi, lo esibisce come prova per dimostrare la superiorità igienica del proprio popolo nonostante i reiterati dubbi espressi dall’Oms sulla pulizia degli ospedali tajiki. “Nessun caso qui perché i nostri standard sanitari sono i più alti al mondo”, dichiarò nel marzo di un anno fa il presidente Emomali Rahmon. Si era rifiutato di dare il nome coronavirus alle polmoniti negli ospedali e anche di annullare gli immancabili eventi di piazza per celebrare il Nowruz, che - almeno lui - nonostante il nome possa ingannare, non è una malattia, ma la grande festa di primavera. Dopo essersi piegato alle richieste dell’Oms e - soprattutto - all’evidenza, il Tajikistan aveva iniziato a censire contagiati, ricoverati e morti. Ora che la nuova festa di primavera – prevista il 20 marzo – si avvicina, il conteggio è stato di nuovo stoppato dal Leader della nazione: maiuscolo, sì, perché, in questo modo roboante va chiamato dai suoi concittadini dopo una legge appositamente creata nel 2017. Il tanzaniano Magufuli, invece, condivide il soprannome con Bud Spencer, l’unico che poteva permettersi di sfidare il virus a schiaffoni: lo chiamavano Bulldozer.

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