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20.02.2021 - 06:00

La Corte Suprema britannica taglia le gomme a Uber

Gli autisti sono dipendenti e non collaboratori freelance, hanno stabilito i giudici. Bandiera (Unia): la sentenza potrebbe fare scuola anche in Svizzera

È il pilastro su cui poggia il modello d’affari di Uber, il colosso californiano dei taxi online: gli autisti sono liberi professionisti che prestano la loro forza lavoro all’azienda, non dipendenti veri e propri. La Corte Suprema britannica lo ha fatto crollare. Con una sentenza resa nota ieri, ha stabilito che gli autisti vanno invece considerati dipendenti a tutti gli effetti, non collaboratori freelance. Il verdetto potrebbe fare scuola altrove. Anche in Svizzera. «Non è solo una questione giudiziaria. Quello emesso dai giudici britannici è anzitutto un giudizio di civiltà, che sancisce la presenza del diritto in un contesto dove la tecnologia – venduta come oasi di libertà – nasconde in realtà situazioni di precarietà e di barbarie», commenta Umberto Bandiera, responsabile per la Romandia del settore trasporti e logistica presso il sindacato Unia.

La decisione unanime della Corte Suprema britannica conferma quanto sancito in precedenti gradi di giudizio. Costringerà la società che tramite una app mette in collegamento diretto passeggeri e autisti a garantire contratti e tutele rafforzate a questi ultimi, come invocato da tempo da sindacati e autorità locali. E questo nel paese che rappresenta il suo maggior mercato in Europa, sia nel trasporto dei passeggeri che nella distribuzione di pasti. La piattaforma, che non è redditizia su scala globale, potrebbe non avere altra scelta che aumentare le sue tariffe nel Regno Unito, con il rischio di perdere quote di mercato se i suoi concorrenti non saranno assoggettati alle stesse regole.

‘Vittoria storica’

Uber non si scompone. La decisione, ha detto Jamie Heywood, responsabile per la Regione Uk, Northern & Eastern Europe, «si riferisce a un piccolo numero di autisti che hanno usato l’app di Uber nel 2016. Da allora abbiamo apportato alcuni significativi cambiamenti al nostro business, guidati in ogni passo dagli autisti. Questi includono dare anche più controllo su quanto guadagnano e fornire nuove protezioni come l’assicurazione gratuita in caso di malattia o di incidente». «Siamo impegnati a fare di più», ha aggiunto.

Il sindacato Gmb festeggia una “vittoria storica”. «I nostri assistiti hanno lottato per molti anni anni per i diritti dei lavoratori, siamo felici che finalmente stiamo arrivando in fondo», ha commentato dal canto suo Nigel Mackay, avvocato dello studio Leigh Day che ha rappresentato vari ricorrenti. Si apre ora la possibilità di «richieste di indennizzi per migliaia di sterline» da parte di ciascun autista, come compensazione delle mancate tutele del passato. «Dopo lungo tempo, abbiamo ottenuto la vittoria che meritavamo, lavorare per Uber è stressante, era il minimo che dovessimo avere gli stessi diritti degli altri lavoratori (dipendenti)», ha affermato Mark Cairns, uno dei leader della rivendicazione fra le migliaia di guidatori di Londra.

Uber e altre piattaforme numeriche simili sono coinvolti da tempo in battaglie legali in mezzo mondo. «La lunga diatriba britannica è simile a quelle in corso in Svizzera e altrove. Soprattutto negli ultimi due anni ci sono state svariate sentenze, a diversi livelli di giudizio. Sostanzialmente vanno tutte nella stessa direzione», dice a ‘laRegione’ Umberto Bandiera. In California, per contro, lo scorso novembre Uber e la rivale Lyft sono uscite vincitrici da un referendum. I loro autisti possono così continuare a essere considerati freelance.

Vertenza ginevrina in dirittura d’arrivo

Nella Confederazione uno dei contenziosi oppone Uber al canton Ginevra. Respingendo un ricorso della società californiana, la Camera amministrativa della Corte di giustizia di Ginevra ha stabilito in dicembre che gli autisti di Uber che lavorano nel cantone devono essere considerati come dipendenti della multinazionale e non come indipendenti. La decisione obbliga Uber, in quanto società di trasporto vera e propria, a rispettare gli obblighi di legge, in particolare le disposizioni relative alla protezione sociale dei lavoratori e al rispetto dei contratti collettivi di lavoro o dei contratti normali. «Uber nel frattempo ha inoltrato ricorso al Tribunale federale», indica Bandiera.

La sentenza britannica, secondo il segretario sindacale, potrebbe «fare scuola» anche qui. Ad ogni modo, è «motivo di fiducia per tutti i lavoratori che si stanno battendo contro queste piattaforme numeriche per farsi riconoscere i propri diritti in quanto lavoratori salariati». E possiamo soltanto augurarci che «i giudici elvetici traggano ispirazione dal lavoro dei colleghi britannici nella valutazione dei parametri da prendere in considerazione».

Nel Regno Unito la decisione della Corte Suprema potrebbe avere importanti implicazioni anche per le altre piattaforme numeriche con lo stesso modello d’affari, basato sui lavoratori della cosiddetta ‘gig economy’, l’economia dei lavoretti occasionali, temporanei e su chiamata. Come i fattorini della piattaforma di distribuzione di pasti Deliveroo, che stanno tentando di ottenere un contratto collettivo di lavoro davanti alla Corte d’appello di Londra. In Olanda, negli scorsi giorni un tribunale di Amsterdam ha stabilito che i ‘riders’ della società non sono lavoratori freelance, ma dipendenti a tutti gli effetti aventi diritto a salari e condizioni di lavoro convenuti per il settore. Deliveroo ha annunciato che farà ricorso alla Corte suprema.

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