Proteste a Port-au-Prince (foto keystone)
Estero
19.10.2019 - 11:150

Gli ultimi si rivoltano ad Haiti, 'Qui è il Far West'

Supermercati saccheggiati, trasporti fermi, ospedali sguarniti, polizia assente...il racconto da Haiti del ticinese Ernesto Jacomelli

Ad Haiti si vive barricati in casa, da settimane le strade di Port-au-Prince sono messe a ferro e fuoco dai manifestanti, che chiedono le dimissioni dell’attuale presidente Jovenel Moise che però non sembra sul piede di partenza. «Qui scarseggia il petrolio, i trasporti sono paralizzati, mancano generi alimentari e quelli importati costano di più, i supermercati sono stati saccheggiati, la moneta locale è deprezzata del 50%, gli ospedali sono sguarniti, non trovi più medicamenti. Se giri in auto vieni bloccato, ti chiedono soldi, usano la tua auto per fare barricate, se non sei veloce a scappare, rischi di venire malmenato o ammazzato in strada. È il Far West. La polizia è assente, impotente davanti a questa guerra tra i poveri. Gli agenti, come tanti funzionari, non vengono pagati da mesi. Uffici, banche, tribunali e posti di polizia sono stati saccheggiati, incendiati o chiusi. Ogni ondata di violenza mira ad un settore: magazzini, banche, concessionari d’auto, ville dei facoltosi, stranieri. Se sei bianco, sei un bersaglio perché sei ricco o sostieni il regime. Da un anno e mezzo evito di uscire, nelle ultime 5 settimane ho lasciato casa solo durante le tregue per cercare cibo. Per vari giorni può mancare l’elettricità, quindi non si riempiono i serbatoi d’acqua sul tetto, non funziona internet e tutto il resto». Questa la vita, giorno dopo giorno nel Far West di Haiti, come ci racconta Ernesto Jacomelli, raggiunto su WhatsApp.


‘Possono entrarci in casa, preparati al peggio’

Il ticinese vive da 11 anni sull’isola haitiana, ci resta per motivi umanitari. «Il Paese è paralizzato, così sperano di liberarsi del presiedente», spiega. Alle spalle una carriera militare e diplomatica, con missioni in giro per il mondo (come addetto alla difesa per la Svizzera nelle ambasciate, per le Nazioni Unite in missioni di ‘Peace Keeping’). Dal 2008 ad Haiti, ha diretto il Centro delle operazioni congiunte della missione Minustah dell’Onu (coinvolte 15mila persone), è sopravvissuto per miracolo al terremoto del 2010, coordinando da subito le operazioni umanitarie. Dal 2016 si occupa di progetti umanitari (vedi articolo sotto), ora sospesi. «Può succedere di tutto, possono entrarci in casa. Sono preparato al peggio, sono già sopravvissuto al terremoto. Ero uscito due minuti prima che crollasse il quartier generale della Missione Onu dove lavoravo». Aver sfiorato la morte ha maturato nuove priorità. «Ho avuto tanto nella mia vita, ora mi dedico agli altri». Come faceva suo padre. Prima di morire gli disse. «Il destino vuole che fai qualcosa per quella gente».


‘4 miliardi per i poveri fagocitati dall’élite’

I semi della ribellione sono germinati dopo decenni di sopportazione. La gente è stufa di una corruzione endemica, il vaso di Pandora si è aperto, mettendo a nudo la feroce voracità della classe dirigente che ha volatilizzato 4 miliardi di dollari, legati al progetto Petrocaribe, ricevuti dal Venezuela per la vendita del carburante a basso costo. Fondi destinati alla costruzione di strade, case, ospedali, ma drammaticamente prosciugati dalle classi politiche con la complicità dell’attuale presidente. I soldi sono finiti e il presidente – spiega – un anno e mezzo fa ha deciso l’aumento del prezzo della benzina del 51%, penalizzando di nuovo le classi piu svantaggiate e senza minimamente intaccare i privilegi dei ricchi.
L’inizio della catastrofe. C’è chi si è intascato milioni. Mentre la gente sopravvive con meno di un dollaro al giorno. L’ennesimo schiaffo che sta tornando come un boomerang verso un’élite fatta di famiglie potenti, che hanno perpetrato un sistema coloniale: «Impongono monopoli e prezzi, investono quasi solo all’estero; controllano politici-marionette che possono ‘mangiare a volontà’ ma devono fare i loro interessi. Hanno promulgato leggi assurde che favoriscono pochi e non fanno l’interesse della comunità». Gli esempi non mancano:  «Non paga le tasse su beni e aziende chi è console onorario, così i ricchi ad Haiti sono consoli onorari e non pagano nulla. Oppure, è esentato dal fisco chi costruisce 7 appartamenti. I parlamentari fanno a gara per arrivare al numero magico e non pagare le tasse».
Lo scandalo dei miliardi intascati dall’élite ha rotto l’accordo tra le famiglie più potenti ed è stata una guerra tutti contro tutti. «Oggi il Paese è paralizzato e in mano alle gang assoldate da politici e industriali. Manca una vera opposizione, appena si affaccia un papabile viene ucciso».
Anche la Cooperazione Svizzera, impegnata da 10 anni ad Haiti, ha rallentato per l’impossibilità di portare avanti i progetti. «Qui tutto funziona con bustarelle e regna sovrana l’incompetenza perché i funzionari sono piazzati non per merito, ma per politica. C’è chi dorme in ufficio, chi gioca, chi non sa cosa risponderti. È scoraggiante per chi è impegnato in progetti», conclude.

I progetti: 'Nel carcere facciamo yoga con i detenuti'

Si chiama Jaminor Haiti, la Ong fondata da Jacomelli dopo il terremoto. Coinvolge vari professionisti ed i progetti sono diversi: la coltura di Spirulina, un’alga ricca di proteine e di altri principi attivi, per combattere la malnutrizione (“Ne soffre l’80% della popolazione con conseguenti ritardi mentali”), scuola e formazione di adolescenti, corsi di recupero in carcere, la costruzione di un ospedale (prima fase per un investimento di 800mila dollari). L’obiettivo è migliorare la situazione sanitaria, diminuire i rischi di epidemie, favorendo la prevenzione. I progetti hanno già ricevuto il benestare dei ministeri competenti. «I fondi stavano arrivando ma ora tutto è sospeso».
Dentro la prigione di Les Cayes, Jacomelli ha promosso il corso ‘Prison S.M.A.R.T.’. Lezioni di yoga, respirazione, meditazione studiati apposta per ridurre rabbia, stress, vergogna e interrompere il circolo vizioso della violenza. Tecniche insegnate ad un piccolo gruppo, poi condivise con tutti i 600 detenuti. I commenti di chi ha partecipato: “L’esperienza ha cambiato la nostra percezione di noi stessi, del penitenziario, favorendo un benessere nei giorni seguenti”. Anche questo un progetto, per ora, in standby.
(Chi vuole saperne di più sui progetti: Paolo Jacomelli jacomell@gmail.com). 

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