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Per non dimenticare
27.01.2022 - 13:04
Aggiornamento : 17:20

‘Quello di don Roberto è stato un assassinio cinico’

Nelle motivazioni della condanna all’ergastolo del 53enne che ha tolto la vita al sacerdote le ragioni delle sue ‘modalità efferate dell’azione’

di Marco Marelli

Stanno scritte nelle 52 pagine delle motivazioni alla sentenza di condanna all’ergastolo di Ridha Mahmoudi, 53enne tunisino, le ragioni della morte di don Roberto Malgesini. Quel 15 settembre del 2020 si è consumato, infatti, un assassino “cinico” ma assolutamente “lucido” da parte di un imputato che “merita di non uscire più dal carcere”. Parole che spiegano il carcere a vita. Dietro quei fendenti che hanno tolto la vita al 51enne sacerdote vi è “lo sfogo del sentimento di vendetta nei confronti della persona che lo aveva aiutato più di ogni altra, ma nella sua ottica prepotente e vittimista, non solo non aveva fatto abbastanza, ma lo aveva addirittura tradito”.

Insomma, don Roberto è morto per il suo servizio gratuito agli ultimi. Lo ribadiscono i giudici della Corte d’Assise di Como. “È pacifico e incontestato che Ridha Mahmoudi sia l’autore dell’omicidio”, scrivono ancora i giudici, che spiegano poi le ragioni per cui hanno ritenuto il tunisino capace di intendere e volere e quindi imputabile, oltre alla motivazione dell’aggravante della premeditazione. “L’imputato ha seguito una precisa strategia difensiva, secondo la sua logica, astuta, anche se maldestra – si spiega –, ha scelto di negare l’evidenza, addirittura negando di conoscere la vittima, ma nel contempo ha dimostrato piena lucidità e precisa memoria anche nei dettagli di tutte le altre vicende della sua vita”.

Una manciata di righe basta a chiarire come le modalità di azione non lascino alcun margine di dubbio sul fatto che si tratti di omicidio volontario: “Le modalità efferate dell’azione, consistita nella reiterazione di colpi in direzione di organi vitali, con un coltello di grosse dimensioni, e nell’infierire sulla vittima, già inerme, in segno di sfregio”. La premeditazione, infine, che parte dall’acquisto del coltello e passa dalla preparazione della borsa da portare in carcere, per chiudersi pochi istanti prima dell’azione finale. “Anche dopo aver avvicinato la sua vittima, che gli ha offerto l’ultimo aiuto per accompagnarlo in ospedale – scrive la Corte –, Mahmoudi avrebbe avuto il tempo di recedere dal suo proposito omicida, ma non lo ha fatto”. L’avvocato Sonia Bova, difensore del tunisino che era in attesa dell’espulsione dall’Italia, dopo aver letto le motivazioni che spiegano la condanna all’ergastolo, ha confermato il ricorso in appello, puntando sulla presenza di possibili patologie psichiatriche. Si torna, dunque, alla perizia psichiatrica, mai concessa dai magistrati comaschi.

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