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02.11.2021 - 15:19
Aggiornamento: 16:21

Como, la Diocesi pensa alla beatificazione di don Roberto

La parola ‘santo’ è riecheggiata tante volte nel processo contro il 53enne tunisino che uccise il sacerdote con 25 coltellate nel settembre 2020

di Marco Marelli
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“Rendo lode a Dio per la testimonianza, cioè per il martirio, di questo testimone della carità verso i più poveri”. Le commosse parole di papa Francesco, a conclusione - era la tarda mattinata del 16 settembre dello scorso anno - della tradizionale udienza generale del mercoledì, in ricordo di don Roberto Malgesini, il “prete di strada che serviva gli scartati di Como” (sono parole del pontefice quelle virgolettate). Dunque, don Roberto martire e la Diocesi di Como già pensa alla beatificazione del sacerdote ucciso la mattina del 15 settembre dello scorso anno con 25 coltellate da un 53enne tunisino che nei giorni scorsi è stato condannato all’ergastolo. E nel corso del processo l’espressione santo riferita a don Roberto è risuonata decine di volte. L’hanno ripetuta, chiamati a testimoniare, i volontari che collaboravano con don Roberto, dagli operatori della Caritas alla religiosa che gestisce la mensa dei poveri a chi distribuiva con lui le colazioni. Lo hanno detto gli immigrati e le persone in difficoltà che il sacerdote aveva accolto e che aiutava quotidianamente. Lo hanno detto i consulenti ai quali il “prete degli ultimi” si rivolgeva per chiedere una visita, un consulto legale o per una pratica burocratica per chi aveva più bisogno, compreso proprio lo stesso omicida. E durante l’ultima udienza del processo, quella della sentenza, è emerso chiaramente che “santo” potrebbe essere qualcosa di più di una parola usata spontaneamente e senza esitare da chiunque abbia conosciuto don Roberto. Per avviare un processo di beatificazione, come previsto dal diritto canonico, devono essere trascorsi almeno cinque anni dalla morte di una persona. Ma è apparso chiaro che, in prospettiva, la Chiesa stia già facendo un ragionamento in questa direzione. Questo spiegherebbe il motivo per cui monsignor Oscar Cantoni, vescovo di Como ha inviato una lettera alla Corte d’Assise chiedendo di poter avere, “per motivi religiosi”, gli abiti indossati da don Roberto il giorno in cui è stato ucciso, la croce Tau che il sacerdote portava sempre al collo, la mascherina, le chiavi, il telefono, oltre ai vestiti dell’omicida. La croce è già stata restituita alla madre del sacerdote. Richiesta che i giudici non hanno potuto accogliere, in quanto già fatta dalla famiglia. La Corte ha infatti disposto che gli oggetti personali di don Roberto siano consegnati ai genitori, a due fratelli e alla sorella del sacerdote una volta che sarà passata in giudicato la sentenza. Ciò non inficia la possibilità di beatificazione del sacerdote, in quanto gli oggetti necessari per iniziare l’iter saranno messi a disposizione dalla famiglia. La norma canonica prevede anche l’acquisizione di testimonianze orali.

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