(Keystone)
Confine
17.05.2018 - 05:000
Aggiornamento : 09:00

Indovina chi viene a cena: conversazione coi 5 Stelle ticinesi

Scordatevi i ‘Mostri’ di Dino Risi. Scordatevi i leoni da tastiera, da avvicinare con lo sgabello e la frusta da domatore.

Scordatevi i ‘Mostri’ di Dino Risi. Scordatevi i leoni da tastiera, da avvicinare con lo sgabello e la frusta da domatore. Scordatevi anche il tono saccente e manicheo dei loro leader politici (certo: non solo i loro). Un incontro con il ‘meetup’ luganese del MoVimento 5 Stelle – il comitato dei suoi militanti locali – basta a ricordarsi che la realtà è sempre più complessa di come sembra.

Ci vediamo martedì in birreria (“In birreria! Come le camicie brune!” sibila in testa il diavoletto del pregiudizio). Loro sono in tre, ma portano le idee e gli umori di tutti e 32 gli iscritti. Troppo pochi, per trarne un affresco dell’intero MoVimento. Ma abbastanza per individuare qualche pur tenue linea di tendenza.

Matteo Salani è ricercatore all’Istituto Dalle Molle e padre di tre figli: un cremasco sulla quarantina che porta i capelli lunghi, arriva in bici elettrica e rivela un’intelligenza ironica dietro l’aria un po’ nerd. Ha fondato il meetup nel 2012 e ne ha sviluppato le attività. Non è più iscritto al MoVimento: non gli piacciono in particolare i metodi coi quali si chiede il consenso degli iscritti per programmi e alleanze, “che procede a tappe forzate ed esclude la scelta di bocciare tutte le alternative proposte, l’equivalente di annullare la scheda”. Eppure continua a votarlo e a sostenere quelli che ritiene i suoi valori fondativi. All’inevitabile domanda su come vede l’imminente governo con la Lega risponde subito, sia pure con un sorriso sardonico: “Sono spaventatissimo. È chiaro che con la Lega ti porti dentro le schifezze di una destra potenzialmente xenofoba. E poi c’è l’ipoteca che Berlusconi ha messo sul governo (in cambio di un’attesa “astensione benevola”, ndr). Per cui bisognerà valutare con la massima attenzione il programma”.

Anche Roberto Pasqualetti – marchigiano, sessant’anni, ginecologo all’Eoc – è preoccupato: “Mi viene in mente l’Avvelenata di Guccini: se io avessi previsto tutto questo… Però è anche colpa del Pd, che ha rifiutato un’alleanza”. Pasqualetti ha il tono un po’ spiccio del medico che deve dirti come sono messe le analisi dopo le sbornie natalizie, ed è amareggiato dal fatto che il paziente-paese non abbia seguito le prescrizioni: “Certamente il successo del M5S viene anche dal voto di protesta. Non è vero che le ideologie sono morte, ma è vero che la sinistra ha tradito la sinistra. Adesso invocare una rivoluzione culturale può suonare presuntuoso. Però è la vecchia partitocrazia che ha portato l’Italia dov’è, che ha reso necessaria una rottura, e alla fine il MoVimento se ne è solo fatto portavoce: ha una funzione maieutica, deve far partorire una politica diversa. A quel punto non è detto che non possa sparire per fare spazio ad altro. Ma prima bisogna creare le premesse”.

Il nuovo, dal basso

La democrazia diretta è un tema che sta a cuore a tutto il MoVimento, e a maggior ragione alle tessere svizzere del suo mosaico. Fabio Bolis, giovane analista di software bergamasco, maniere educatissime al limite della timidezza, ribadisce che “è fondamentale sottoporre il contratto di governo alla base. La democrazia di oggi è diversa da quella di quarant’anni fa; le possibilità di accesso all’informazione e alla partecipazione rendono possibile una formula nuova. Chiedere più partecipazione non significa stravolgere la costituzione. Dipende da come la implementi”. Anzi, aggiunge Salani: “La democrazia diretta è un ritorno alla costituzione. Non vuole sovvertire la democrazia rappresentativa, vuole completarla. Poi guarda, in un mondo ideale io sognerei un governo trasversale ‘di tutti’ integrato da iniziative e referendum, come qui. Perché restituisce al legislativo il potere di fare le leggi, e lascia al governo l’esecuzione. Che è proprio l’intenzione costituzionale, mentre ora è il governo che detta la linea al Parlamento”. Con l’elemento di democrazia popolare a fare da monito e correttivo: “In Svizzera il politico deve sempre decidere sapendo che il popolo potrà prendere l’iniziativa contro le sue decisioni. E questo lo dissuade, per quanto possibile, dal fare solo gli interessi di una parte”.

Onestà

Cercasi insomma una modalità nuova di fare politica, che risponda all’autodistruzione di un’élite incancrenita. Ma vale il solito discorso delle strade infernali lastricate di buone intenzioni, per cui è meglio andare nel concreto. Qui le cose si fanno più difficili, come lo sarebbero a onor del vero per qualsiasi comitato politico: è difficile mettersi d’accordo su cosa serve davvero per restituire all’Italia “onestà” e “legalità”, parole che ricorrono come un refrain. “Se affossi i progetti di legge contro la corruzione e il conflitto d’interessi, il MoVimento implode”, sancisce Pasqualetti senza mezzi termini. “La legalità è fondamentale”, carica Bolis. Ma un quarto di secolo di (anti)berlusconismo rende difficile pensare alle misure concrete in maniera equanime. Certo, tutti sono d’accordo sull’urgenza di una norma contro il conflitto d’interessi, e su regole di condotta che riformino “non solo gli stipendi dei parlamentari, ma anche la loro percezione della natura e dei limiti della vita politica” (Bolis). Ma sulla giustizia i sentieri divergono. I due insistono sulla necessità di abolire la prescrizione, per evitare come dice Pasqualetti che “i più ricchi possano fare ostruzionismo”. Salani invece è più garantista, e teme che abolire la prescrizione condanni gli imputati – non solo quelli ricchi e potenti – a processi eterni. Pasqualetti in passato ha seguito l’esperienza politica di Antonio Di Pietro, e si preoccupa “del fatto che i magistrati possano continuare a fare il loro lavoro senza essere attaccati, come succede con l’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia”. Anche Bolis denuncia “una politica impegnata a far fallire tutti i processi per reati nella pubblica amministrazione”. Salani invece guarda di più ai rischi dello strapotere giudiziario, ma ricorda realisticamente che “i giudici hanno colmato il vuoto lasciato dal potere politico. E solo una politica credibile può sopperire a questo vuoto”.

It’s the economy, stupid

Poi, naturalmente, c’è la questione economica. E qui la domanda viene spontanea: come fate a combinare la flat tax, che sgraverebbe i redditi medi e alti a discapito delle casse pubbliche, con il costoso reddito di cittadinanza? Che poi nel programma non è più un vero esborso a tutti i cittadini, secondo il progetto visionario che voleva farne una rete di sicurezza diffusa: ora diventa un semplice sussidio di disoccupazione. Salani ammette questo annacquamento, mentre Pasqualetti richiama l’attenzione sul fatto che “intanto in Italia chi non ha lavoro non prende nulla, e un rimedio è urgente. Il Pd dice che non bisogna ‘regalare’ i soldi ai disoccupati: è questa la sinistra?”. Nemmeno Bolis vuole perdersi in troppi distinguo: “L’importante è dare subito una mano a chi non ha un lavoro, e incentivare la formazione continua. Poi ovviamente si dovrà trovare un compromesso, se si vuole permettere la flat tax”. Che qui non piace a nessuno.

Di certo sarà difficile trovare la quadra senza aumentare il debito pubblico. E qui Salani invoca la lezione keynesiana, ricordando che “in condizioni come queste non è possibile far ripartire l’economia senza debito. Nel 2012 si è inserito proditoriamente nella costituzione il vincolo del 3% nel rapporto fra deficit e Pil. Toglierlo è una priorità assoluta”. Per nessuno la soluzione è uscire dall’Europa e dall’euro, ma Salani indica misure alternative come “i certificati di credito fiscale”, titoli gratuiti concessi dallo Stato ai cittadini e alle imprese per pagare tasse e altre obbligazioni finanziarie verso lo Stato.

Ci salutiamo dopo due ore di discussione vivace ma mai urlata, talmente fitta che siamo riusciti a stento a consumare i nostri pasti. E durante la quale non si sono mai messi al centro i leader del MoVimento: i Di Maio, i Di Battista, Grillo e Casaleggio… Segno forse di una certa ingenuità: quando si guarda alla politica italiana bisognerebbe essere più machiavellici. Che poi la delusione possa nascondersi dietro l’angolo lo temono tutti, l’accordo con Salvini è un enigma. Ma intanto si è parlato d’idee, non di leader e guru. E va già bene così.

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