I requisiti proposti dal Governo comprometterebbero il modello d’affari, ha affermato il presidente del Cda Colm Kelleher

UBS sta bene, ma rimangono le incertezze legate alle future regole sui fondi propri e se non arriveranno i giusti segnali dal mondo politico la banca è pronta anche ad adottare le misure che si imporranno: è il messaggio arrivato oggi dall'assemblea generale dell'istituto.
"Il 2025 è stato ancora una volta un ottimo anno per UBS", ha dichiarato il presidente della direzione Sergio Ermotti durante la riunione degli azionisti svoltasi a Basilea. La banca è sulla buona strada per riportare la redditività ai livelli del 2022 entro il 2028, "quindi prima dell'acquisizione di Credit Suisse" (CS). Sul fronte dell'integrazione, il 65enne ha annunciato un traguardo operativo significativo: in marzo sono stati trasferiti con successo gli ultimi clienti di CS in Svizzera sui sistemi UBS. "Con questo abbiamo sostanzialmente completato la migrazione di circa 1,2 milioni di relazioni con i clienti in tutto il mondo". Anche l'integrazione nelle divisioni aziendali e nelle funzioni centrali è completata, e i rischi legali sono stati "ulteriormente ridotti in modo significativo".
Il CEO ha confermato gli obiettivi a breve termine: entro fine 2026, un rendimento del capitale di base del 15% e un rapporto costi/ricavi inferiore al 70%. Nelle attività elvetiche, però, si registra un leggero ritardo. "La situazione dei tassi d'interesse in Svizzera potrebbe ritardare il nostro obiettivo di raggiungere un rapporto costi/ricavi del 50% entro la fine del 2026". Ermotti ha poi guardato al prossimo decennio, sottolineando il ruolo cruciale della tecnologia e dell'intelligenza artificiale. La banca sta investendo "in modo massiccio" in programmi di trasformazione che ridisegneranno "radicalmente" i processi, miglioreranno il servizio clienti e renderanno la banca più resiliente. Parallelamente, attivi digitali e tokenizzazione offrono nuove opportunità: "Il modo in cui lavoriamo potrebbe cambiare di conseguenza in modo fondamentale".
Sul fronte della regolamentazione, il presidente del consiglio di amministrazione (Cda) Colm Kelleher ha ribadito le critiche ai requisiti patrimoniali proposti dal Consiglio federale. "Lasciate che lo dica in modo inequivocabile: vogliamo mantenere la nostra sede principale in Svizzera", ha sottolineato. UBS è pronta a collaborare con le autorità per una "regolamentazione mirata, proporzionata e coordinata a livello internazionale".
Ma ci sono dei limiti. Secondo il manager le norme proposte dal governo richiederebbero un capitale primario aggiuntivo di circa 22 miliardi di dollari (17 miliardi di franchi), portando il rapporto CET1 al 18,5%, "superiore di circa il 50% rispetto a quello dei nostri principali concorrenti". Un tale onere – ha argomentato – sarebbe come imporre dazi del 50% più alti alla Svizzera: comprometterebbe il modello d'affari.
Non è che UBS non si sia mossa: Kelleher ha ricordato che dal 2008 il bilancio combinato UBS-CS è sceso di oltre due terzi, il profilo di rischio è stato ridotto e la dotazione patrimoniale è triplicata. Il presidente del Cda non ha quindi mancato di esercitare pressione sui legislatori. "È nostro dovere esaminare attentamente le opzioni appropriate per limitare il più possibile le conseguenze negative di queste proposte estreme", ha detto riferendosi ai requisiti patrimoniali. In questo contesto e di fronte alla crescente pressione dei mercati e degli azionisti, importanti decisioni aziendali potrebbero presto diventare inevitabili, ha aggiunto. "Voglio ribadire: continuiamo a cercare una soluzione praticabile. Allo stesso tempo restiamo fedeli alla nostra strategia vincente e collaudata, orientata all'espansione della nostra attività di gestione patrimoniale. Escludiamo una riduzione dei campi di attività che creano valore".
Il presidente ha ottenuto un sostegno negli interventi di vari azionisti e anche di una rappresentante del personale: Natalia Ferrara, vicepresidente dell'Associazione svizzera degli impiegati di banca, ha infatti attribuito la colpa del fallimento di Credit Suisse anche a governo e autorità. Il Consiglio federale e la Finma, l'autorità di vigilanza dei mercati finanziari, sarebbero corresponsabili della chiusura della seconda banca elvetica: anziché far rispettare le norme vigenti, avrebbero infatti concesso deroghe eccessive. "Innanzitutto bisognerebbe applicare le norme che già esistono", ha sostenuto l'esponente PLR. "Le nuove regole dovrebbero essere adeguate, ma anche le autorità devono agire in modo ponderato nell'attuazione". La Svizzera non può permettersi di perdere l'ultima grande banca a causa di un trasferimento all'estero.
Circa le voci sulla durata dell'incarico del CEO Sergio Ermotti vanno rilevate le parole di Kelleher. "Sergio guiderà l'integrazione fino al suo completamento e successivamente si concentrerà sulla promozione della crescita e di rendimenti durevolmente più elevati. Inoltre, guiderà UBS attraverso l'attuale fase di incertezza normativa". Come si ricorderà, a fine marzo il 65enne manager ticinese aveva dichiarato che sarebbe rimasto alla guida dell'istituto almeno sino ad aprile 2027. Ieri sera la Reuters ha rilanciato le voci secondo le quali Ermotti potrebbe rimanere al suo posto anche nella seconda parte del 2027. Stando agli addetti ai lavori una volta abbandonata la guida operativa il dirigente potrebbe essere chiamato a ricoprire il ruolo di presidente del Cda.
Infine, l'assemblea ha approvato tutte le proposte del Cda, comprese quelle dei compensi, con percentuali quasi sempre superiori al 90%. Sono stati riconfermati nove esponenti del Cda, tra cui Kelleher (con il voto più basso, 88%), e sono entrati Markus Ronner (nuovo vicepresidente), Luca Maestri e Agustin Carstens in sostituzione di tre dimissionari.