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08.09.2017 - 18:590
Aggiornamento : 11.12.2017 - 18:20

Si avvicina il taglio del quantitative easing. E l'euro s'impenna.

Il quantitative easing di Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea (Bce), è ormai prossimo al ridimensionamento. Che verrà annunciato a ottobre per partire a gennaio ma sarà graduale, con quattro ipotesi ieri sul tavolo dei governatori a Francoforte.

Nel ’day after’ della conferenza stampa con cui Draghi ha indicato il prossimo meeting del 26 ottobre come quello decisivo senza rivelare troppi dettagli, le indiscrezioni su quanto presentato dai comitati tecnici al consiglio direttivo raccontano di un percorso ormai ben delineato. Una riduzione degli acquisti mensili di debito, da gennaio in poi, a 40 o 20 miliardi al mese dagli attuali 60. E un’estensione di 6 o 9 mesi rispetto alla scadenza del programma a dicembre.

L’euro, intanto, continua a correre: 1,2092 dollari è il massimo raggiunto oggi, un livello che non si vedeva dal gennaio 2015, prima che il ’Qe’ di Draghi divenisse operativo. Merito del rischio di implosione dell’Eurozona ormai superato, e della crescita stimata dalla Bce al 2,2% quest’anno (ben al di sopra degli Usa). Ma la stessa Bce sembra aver accettato che un certo apprezzamento è inevitabile: se ieri Draghi ha definito l’euro a 1,20 "una fonte d’incertezza che richiede di essere monitorata", quelle parole sono lontane da quando, nel 2014 e con l’euro a 1,40, il presidente della Bce aveva parlato di "seria preoccupazione" per il tasso di cambio.

È la Reuters, citando due fonti a conoscenza delle discussioni, a rivelare quanto discusso ieri. Il ’tapering’ è ormai la prossima tappa. A Francoforte, per evitare probabili grane legali (e politiche), non sarebbe allo studio una modifica alla regola che vuole acquisti dei bond di ciascun Paese proporzionali alla sua quota nel capitale della Bce. Né una al limite del 33% di ciascuna emissione di bond acquistabile. Visto che gli acquisti di bond secondo questi parametri già agli inizi del 2018 si scontreranno con una scarsità di titoli sul mercato, specie sui bond tedeschi, si cercano soluzioni tecniche per consentire al ’bazooka’ di Draghi di guadagnare qualche mese.

Draghi, inoltre, vorrebbe evitare gli strappi con la Bundesbank che hanno accompagnato il quantitative easing dai suoi esordi. Una prudenza giustificata dalla delicatezza dell’attuale fase, con l’inflazione ancora ferma all’1,5% (l’obiettivo è invece al quasi 2%) e che trova riscontro nei toni concilianti di Jens Weidmann, il presidente della Bundesbank tedesca e consigliere Bce spesso apertamente critico con il Qe: ieri la Bce ha preso "tempo per valutare con calma il quadro di politica monetaria", perché "le previsioni attuali indicano un rialzo molto lento dell’inflazione". Weidmann sa che i giorni del Qe sono ormai ’contati’, dati i vincoli tecnici. E (con un occhio a una sua possibile candidatura a succedere a Draghi) fa quasi da calmiere con una parte dell’opinione tedesca ancora riottosa: l’Handelsblatt dà ampio spazio ad Axel Weber, predecessore di Weidmann, che chiede un tapering accelerato e critica la sequenza sui tassi.

Una exit strategy definita, ma graduale. Che però ha due possibili ostacoli: l’inflazione, che nelle stime della Bce il prossimo anno non segnerà più dell’1,2% in media. E l’euro, sulla cui forza giocheranno anche le prossime mosse di una Fed divenuta meno prevedibile nell’era Trump. (Ats)

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