Presentato il programma del Film festival diritti umani Lugano, dall'11 al 18 ottobre al Corso. In selezione anche ‘Naza’, il film su Gaza contestato dal governo israeliano

Otto giorni per parlare di diritti umani grazie alla forza di 27 film, di cui 15 in prima svizzera: il programma della tredicesima edizione del Film festival diritti umani Lugano, presentato mercoledì, affianca alle proiezioni incontri, dibattiti, una mostra e presentazioni di libri per ragionare, insieme, su migrazioni, guerre, repressione, propaganda, sfruttamento delle risorse e crisi climatica.
Proprio durante la conferenza stampa si è aggiunto un nuovo film che ha certamente bisogno di uno spazio dedicato alla discussione e alla riflessione: ‘Naza’ di Yuval Abraham e Rachel Szor. Il condirettore Antonio Prata l'ha annunciato verso la fine, appena arrivata la conferma: sarà proiettato sabato 17 ottobre alle 20.30 al Cinema Corso dopo la cerimonia di premiazione. Premiato a Venezia, il film dà voce a 24 militari e agenti dell'intelligence di Israele. Un film che non parla solo del conflitto a Gaza, ma anche di libertà di espressione: come ci ha spiegato Prata, ‘Naza’ ha faticato a trovare sale disposte a proiettarlo e il ministro della Cultura israeliano ha minacciato di ritirare la cittadinanza ad Abraham e Szor.
Un’inevitabile riflessione sul futuro
Otto giorni per parlare di diritti umani. Nonostante tutto, si potrebbe aggiungere: non che sia mai esistita un'età dell'oro senza violenze e discriminazioni, ma sembrava che almeno avessimo costruito un linguaggio comune, quello appunto dei diritti inalienabili. L'attualità ci ricorda che era una fragile conquista: le istituzioni internazionali che dal dopoguerra dovrebbero tutelare questi diritti – dalle Nazioni Unite ai tribunali internazionali – sono sempre più spesso ignorate, delegittimate, quando non apertamente attaccate. Nella retorica politica i diritti tornano a essere un privilegio, un qualcosa di riservato a pochi. E anche quando ci sono, vengono dopo: dopo l'economia, dopo la sicurezza, dopo la protezione dei confini.
Nel 2028 si celebreranno, o commemoreranno, gli ottant'anni della Dichiarazione universale dei diritti umani, adottata dall'Assemblea generale dell'Onu nel dicembre del 1948. Ricorrenza praticamente obbligatoria per il programma della 15ª edizione del festival e questo, come ha confermato il presidente Roberto Pomari, è sicuramente l'obiettivo. Ma non è un obiettivo che si possa dare per scontato: già quest'anno mettere insieme il budget «è stato un miracolo» e il festival si sta avvicinando a un «limite fisiologico di sostenibilità economica». A preoccupare è la scadenza degli accordi con Città, Cantone e Confederazione: da Berna sono già stati annunciati tagli sostanziali, legati alle misure di risparmio chieste all'amministrazione federale dal 2027. Per le convenzioni con Città e Cantone c’è minore preoccupazione, ma resta il problema di non avere le risorse per pianificare il futuro della manifestazione e non solo di anno in anno.
La Fondazione diritti umani, che promuove il festival, ha iniziato a rivolgersi in modo sistematico alle grandi fondazioni svizzere, ha spiegato il presidente Bruno Bergomi. Senza nuovi fondi e la necessaria sicurezza finanziaria, ha aggiunto Pomari, «sarà inevitabile avviare un'ampia riflessione sul futuro del festival». Tutto questo mentre l'interesse intorno al Film festival diritti umani Lugano rimane alto, tanto che si sono aggiunte delle proiezioni in orario scolastico, vista la richiesta degli istituti, e le candidature per il volontariato hanno superato il fabbisogno, costringendo l'organizzazione a dire di no ad alcune persone.
Tornando al programma di questa edizione, come accennato i film selezionati dai condirettori artistici Antonio Prata e Margherita Cascio affrontano le tante crisi del presente. A partire da Gaza, raccontata non solo da ‘Naza’: in concorso ‘Effondrement’ di Anat Even, cineasta israeliana che torna nel kibbutz di Nir Oz devastato il 7 ottobre e da lì guarda la Striscia oltre la recinzione; fuori concorso ‘One More Show’, sugli artisti del Free Gaza Circus che si esibiscono per i bambini sfollati; e ‘The Encampments’, sulle proteste studentesche nate alla Columbia University. Ci sono le migrazioni e la loro criminalizzazione, con ‘Domani. Il viaggio di Maysoon Majidi’, attivista curda arrestata come scafista a Crotone e assolta dopo 302 giorni di carcere, e ‘L’enfant bélier’, ispirato alla morte di una bambina curda uccisa da un colpo di pistola della polizia belga. E ci sono le guerre che fanno meno notizia, dal Congo di ‘Trop c’est trop’ all’Ucraina di ‘Traces’, seguito da un collegamento con Oleksandra Matvijčuk, alla guida del Centro per le libertà civili di Kiev, Nobel per la pace 2022.
Molte storie lontane, come abbiamo fatto notare al condirettore artistico Prata. Da una parte, ha risposto, è la forza del cinema, che trova nella dimensione dell’altrove un modo per far arrivare il pubblico «a sentire più interiormente qualcosa». «La nostra paura è sempre quella di credere che la cosa più scontata, quando sei di fronte a questi film, sia dirsi semplicemente: “ma tanto succede lì”», ha aggiunto. Una distanza che per Prata «può comunque essere colmata» con i vari eventi, tra cui i dibattiti dopo le proiezioni. E poi, ha concluso, «come si fa a pensare che Israele sia così lontano?». Lo vedremo, al festival, con la proiezione di ‘The Encampments’, film sulle manifestazioni per la Palestina nei campus americani, con il corollario di repressione che ha riguardato anche l’Europa.
L'altrove è del resto qui con noi: ‘Enjoy Your Stay’ racconta lo sfruttamento di donne filippine senza documenti negli chalet di lusso di Verbier, ‘Tutto il male del mondo’ la battaglia della famiglia di Giulio Regeni, con l’avvocata Alessandra Ballerini in collegamento. Diversi film parlano direttamente della situazione europea e occidentale in generale: in concorso ‘Sometimes, I Imagine Them All at a Party’, di Daniela Magnani Hüller, ricostruisce il tentato femminicidio subito a 17 anni in Germania da parte di un compagno di scuola; ‘Hungry’, di Susanne Brandstätter, ibrido tra documentario e fantascienza, immagina una Terra ormai disabitata per ragionare sulla crisi climatica.
Momento centrale della settimana resta il Premio diritti umani per l’autore, che il 16 ottobre sarà consegnato alla regista camerunese Rosine Mbakam, in collegamento con una delle comunità raggiunte da Caravane Cinéma, il progetto con cui porta i suoi film nelle scuole e nei villaggi del Camerun. Nei suoi film, tra documentario e finzione, Mbakam racconta soprattutto donne africane e della diaspora alle prese con precarietà, razzismo ed eredità coloniali, rifiutando lo sguardo con cui l’Occidente guarda all’Africa. Al Corso presenterà ‘Mambar Pierrette’, il suo primo film di finzione; all’Iride, il giorno dopo, il documentario ‘Chez Jolie Coiffure’.
Ricco il programma di eventi collaterali, spesso realizzato in collaborazione con altre realtà del territorio. Oltre alle proiezioni per le scuole, ci sono i cortometraggi autobiografici di ‘La vita in un minuto’, realizzati dall'associazione Rec con giovani del pretirocinio d’integrazione e proiettati prima dei film; il Caffè dei diritti al Mamitas, le librerie, le collaborazioni con il Festival internazionale del teatro, l’Usi e Amnesty. E l’Oltrefestival, che il 2 ottobre anticipa il festival alle Cantine Morcote di Besso con ‘Waking Hours’, sui passeur afghani al confine tra Serbia e Ungheria.
Info: www.festivaldirittiumani.ch.