Abbiamo visto ‘Common land’, la nuova produzione della compagnia ticinese. Al Lac fino al 4 marzo

Quello dei Trickster-p è un teatro che mette sempre in discussione le idee di spettatori e spettatrici — innanzitutto quelle su cosa sia il teatro, con percorsi e installazioni che a prima vista paiono vicine ad altre forme artistiche ma che una volte praticate si confermano esperienze profondamente teatrali, soprattutto per il controllo dei tempi drammaturgici.
In ‘Common land’ — che ha debuttato ieri al Teatro Studio del Lac di Lugano che ha sostenuto e coprodotto lo spettacolo e dove resterà fino al 4 marzo — questo aspetto del tempo è centrale non solo nel definire la natura teatrale dell’esperienza, ma anche l’idea stessa del progetto.
Se le ultime due produzioni, ‘Eutopia’ e ‘The game’, usavano il gioco come dispositivo scenico, con ‘Common land’ l’approccio è (apparentemente) più tradizionale. Iniziando da un allestimento quasi classico, sviluppato in collaborazione con lo Studio CCRZ: una ventina poltrone disposte in semicerchio di fronte a tre schermi e, ai lati, due tavolini ai quali troviamo, impassibili e in abito bianco e nero, i due fondatori della compagnia Cristina Galbiati e Ilija Luginibuhl. Sullo schermo centrale appare una scintilla mentre una voce fuori campo ci ricorda che “dietro ogni inizio si nasconde sempre un altro inizio — e poi un altro ancora”.
Il primo inizio è nel nostro presente (e “nostro”, come si vedrà, può significare tante cose), con un casolare di campagna abbandonato. Andiamo nel 2008, quando qualcuno ancora viveva, in quella cascina, prima di doverla lasciare come conseguenza della crisi finanziaria di quell’anno. E poi l’11 settembre 2001, l’attentato delle Torri gemelle di New York ma anche il giorno in cui Anna e suo fratello gemello — non ne sappiamo il nome, o meglio non era presente nel percorso che abbiamo scelto di percorrere votando in alcuni momenti — hanno compiuto 85 anni. E poi vediamo la radura ai margini del bosco tra cento anni, quando del casolare restano solo rovine al momento della caduta del Muro di Berlino, dell’esplosione della prima bomba atomica, della scoperta della penicillina, della Presa della Bastiglia, dell’invenzione dell'orologio portatile e di quello strano giorno del 1492 in cui la popolazione dell’isola di Guanahani vide arrivare tre grandi barche con a bordo strani uomini. Vediamo sugli schermi e ascoltiamo dalle voci di Galbiati e Luginibuhl cosa succede nel bosco, negli anfratti dal casolare, nel sottosuolo.
Il pubblico è seduto e protetto dalle poltrone, ma al contempo è invitato a guardare e ascoltare il mondo in altro modo: altre epoche, altre forme di vita, a concepire il mondo non come un percorso lineare e strutturato intorno a un unico punto di vista, ma come una ramificazione di esperienze diverse che dipende anche dalle scelte che siamo chiamati a fare. “Il tempo non scorre: siamo noi a muoverci” dirà a un certo punto la voce fuori campo.
Poi lo sguardo si ampia, non più decenni o secoli ma millenni, milioni, miliardi di anni. Arriviamo alla nascita dell’agricoltura, alla comparsa di Homo sapiens, ai dinosauri, alla formazione del sistema solare, all’inizio dell’universo, a quando il Sole diventerà una fredda stella gigante. Qui la narrazione si fa purtroppo meno solida: anche l’efficace macchina scenica realizzata da Galbiati e Luginibuhl non riesce a dare una reale percezione dei tempi che attraversiamo: 230 milioni, 4 miliardi, 13 miliardi rimangono cifre difficili da concepire.
‘Common land’ resta un’esperienza arricchente e disorientante — arricchente perché disorientante —, grazie anche alle illustrazioni di Giorgio Zeno Graf, all’evocativo spazio sonoro di Zeno Gabaglio e alla voce fuori campo di Gabriella Sacco (anche se i testi suonavano a tratti freddi e astratti).