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David Cronenberg, Viggo Mortensen e Kristen Stewart sul tappeto rosso di Cannes
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24.05.2022 - 19:31
di Ugo Brusaporco

Cannes dalla musica di Bowie ai corpi di Cronenberg

In Concorso sono arrivati gli attesi David Cronenberg e Park Chan-wook, ma il miglior film è ‘Nos Frangins’ (I nostri fratelli) di Rachid Bouchareb

La notte è passata sulle note di uno scatenato David Bowie portato all’ultima proiezione del lungo giorno sulla Croisette da Brett Morgen nel suo ‘Moonage Daydream’. Il regista, dopo aver affrontato Kurt Cobain in ‘Montage of Heck’ e la storia dei Rolling Stones in ‘Crossfire Hurricane’, ha puntato il suo sguardo sull’archivio del "Sottile Duca Bianco". Il film prende avvio con un senso immaginario dalla mostra itinerante "David Bowie", da record, che ha fatto tappa in 12 musei in tutto il mondo dal 2013 al 2018, una retrospettiva che è diventata un’eredità dell’influente art rocker, dove poterlo scoprire come musicista, con il suo stile, i suoi concerti-performance, i suoi video e i suoi film, e, naturalmente, la sua pittura e la sua scultura. Il titolo del film è quello di una sua famosa canzone del 1971. Morto a New York il 10 gennaio 2016, Bowie nel film racconta di aver appreso più nella sua detestata carriera americana che nel resto della sua britannica vita. Ascoltiamo in oltre due ore un gran numero di sue canzoni, dalle più note ad altre meno conosciute, una vera manna per chi ama questo artista che purtroppo blatera quando parla svariando da un argomento all’altro come una farfalla che cerca di farsi notare, ma basta una battuta come "ero buddista martedì e venerdì ero in Nietzsche" per comprendere il suo essere soprattutto alla moda: nella bisessualità, nelle peregrinazioni filosofiche e spirituali, nel suo aspetto androgino. Per il resto il film farà felice i fan e tribolare chi ancora si sta arrovellando sul cosa ci facciano i film di Méliès, Dreyer, Murnau, Eisenstein, Buñuel, Bergman, Kubrick, Oshima e Warhol, con uno sguardo particolare su Lang e il Robert Wiene del ‘Gabinetto del dottor Caligari’, dimenticandone altri, in questo documentario che insieme al genio musicale mostra un essere noioso e pretenzioso.

In Concorso due film attesissimi come ‘Crimes of the Future’ di David Cronenberg e ‘He-eojil gyeolsim’ (Decision to Leave) di Park Chan-wook, film che hanno reso quasi felici i fan e consegnato alla noia tanta parte del pubblico: il fatto è che entrambi gli autori sembrano incapaci di uscire dal nido dorato in cui meritatamente si sono trovati per il loro riconoscibile stile e per l’indubbia capacità di fare cinema. Cronenberg con questo ‘Crimes of the Future’ fa il verso a uno dei suoi primi film e in particolare a uno dallo stesso titolo portato sullo schermo nel 1970. Anche là si parlava di corpi ed estetica, un argomento che qui viene amplificato come fossimo a un convegno medico e non a vedere un film. Diciamo subito grazie a due attori – Viggo Mortensen e Léa Seydoux, soprattutto lei – che in questo ‘Crimes of the Future’ mettono sé stessi. Mortensen interpreta Saul Tenser, una celebrità nel mondo dark che Cronenberg presenta grazie al suo caso avanzato di "Sindrome da evoluzione accelerata": il suo corpo forma nuovi organi anormali con frequenza crescente e questi tumori vengono poi osservati, tatuati o rimossi dalla sua amante/complice Caprice (la seducente Seydoux) in spettacoli d’avanguardia. Siamo in un mondo che non conosce più soglie nel dolore e trova nella chirurgia il nuovo modo di fare sesso, il porno è la penetrazione nel corpo di un diverso tipo di metallo, bisturi chirurgici, maneggiati o da letti controllati da computer con arti operanti, prodotti da una losca società: è il cupo futuro. Il film si apre con una madre che uccide il proprio figlio non sopportando che lui si nutra di plastica e si chiude con lo stesso bambino conservato in ghiaccio che diventa oggetto del chirurgico piacere, peccato che aprendogli la pancia non scoprano un mondo inquinato al suo interno. Cronenberg resta in superficie, non tutti i personaggi sono sviluppati e pesa la scrittura criptica di gran parte dei dialoghi. Di buon livello le musiche di Howard Shore. "Non si possa dire nulla di naturale in un’epoca di sanguinosa confusione", scrisse Brecht, e forse vale la pena di tenerne conto per questo film.

Non convince neppure l’altro film atteso in concorso ‘He-eojil gyeolsim’ (Decision to Leave) di Park Chan-wook che sei anni fa aveva presentato tra gli applausi convinti il bel ‘The Handmaiden’. L’autore sudcoreano in questo suo nuovo thriller poliziesco viaggia vicino a ‘Basic Instinct’ con una storia di criminale amour fou, incapace di appassionare. Non si nega al regista una singolare bellezza del linguaggio, ma qui resta il vuoto, a parte qualche scena di grande e scontato impatto visivo. Il fatto è che non riesce a far appassionare alla storia di una dark lady (la bravissima attrice cinese Tang Wei) e dell’ispettore di polizia (il convincente Park Hae-il) che si innamora perdutamente di lei: una vecchia storia, Bizet la ben musicò in Carmen. Lui è così innamorato di lei che non si rende conto che sta rovinando l’intera indagine e non può andare avanti senza che le cose sembrino sospette da parte sua. Persino il suo compagno di polizia lo rimprovera su come sta gestendo questo caso mostrandosi troppo favorevole alla sospettata. Il finale è proprio da strappare con basso romanticismo il cuore. Peccato.

Su altri cieli ci porta il miglior film della giornata ‘Nos Frangins’ (I nostri fratelli) di Rachid Bouchareb, che ci riporta a Parigi nella notte tra il 5 e il 6 dicembre del 1986 dove due innocenti furono assassinati dalla polizia. Erano i giorni in cui gli studenti protestavano a migliaia per le riforme dell’istruzione superiore. I due non erano alla manifestazione: Abdel Benyahia (20 anni) viene ucciso da un poliziotto ubriaco in un sobborgo di Parigi; diverse ore dopo, Malik Oussekine (22 anni) viene inseguito e picchiato a morte da tre agenti di polizia all’uscita di un concerto jazz dove era andato con la sua ragazza. Rachid Bouchareb racconta con scarna e raccolta emozione, basterebbe una scena a dire tutto il dolore e l’umanità che il film mette in scena: all’obitorio un addetto alto e nerissimo di pelle di fronte ai due corpi che gli hanno consegnato, recita per ognuno una dolce preghiera chiamandoli per nome. Bouchareb si concentra soprattutto sulla famiglia di Malik, seguendo tutto il tragico e offensivo calvario che sono costretti a subire perché la polizia nasconde i suoi colpevoli agenti. E in questo cammino inserisce quello di un fratello di Malik che casualmente scopre dei sandali francescani nella casa del fratello e una ricevuta lo porta a ritirare una Bibbia in una libreria cattolica. Incapace di capire si reca dal parroco della vicina parrocchia e scopre il suo stesso stupore nel volto dell’altro che gli spiega come Malik studiasse per diventare prete lasciando la religione musulmana. La cosa sconvolge ancora di più l’uomo, che non abbandona però il potente e amorevole ricordo del fratello. I funerali saranno accompagnati da un immenso corteo di studenti e gente comune tutti consci che si può morire per colpa della polizia. Gli attori, a cominciare da Reda Kateb, Lyna Khoudri e Raphaël Personnaz sono tutti bravi. Ma l’applauso più grande va a Rachid Bouchareb e sono stati venti minuti di applausi con le lacrime in gola.

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