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12.05.2022 - 07:23
Aggiornamento: 17:25

‘Sini’, il domani del burkinabé Soma all’Accademia Dimitri

Al Festival dei Master l’impegnativo teatro fisico di Mamadou Soma

di Priscilla De Lima
sini-il-domani-del-burkinabe-soma-all-accademia-dimitri

Dove vuoi andare, se non sai da dove vieni? Nel lavoro di Master all’Accademia Dimitri del burkinabé Mamadou Soma ci si interroga continuamente sul passato e sul futuro e sul contributo che ognuno di noi è tenuto a dare nella costruzione di un futuro migliore. Lo spettacolo andrà in scena venerdì 13 alle 17 e domenica 15 alle 20.30 nella tenda del Parco del Clown a Verscio, nell’ambito del "Festival dei Master". Le presentazioni degli studenti dell’ultimo anno saranno accompagnate da tavole rotonde tematiche con esperti, professori e professionisti da tutta Europa, pronti a dialogare con il pubblico sul futuro del teatro e sul suo insegnamento. Mamadou Soma ci racconta il percorso creativo e umano dietro alla realizzazione del suo spettacolo.

"Sini" significa "domani", in lingua Djoula. Che però non è la tua lingua madre.

Il Djoula è la seconda lingua più parlata in Burkina Faso, tra la sessantina di lingue ufficiali. L’ho imparato quando ero ancora al villaggio, dove però si parlava anche lo Djerma, mentre noi in casa comunicavamo in Karaboro. Quando sono arrivato nella capitale Ouagadougou, dopo aver finito il liceo (in francese), ho realizzato che la lingua principale era il Mooré. Mi sono detto che non c’era speranza di farmi capire dal pubblico, se continuavo nel solco della tradizione francese di teatro molto parlato. "Sini", per 55 minuti di spettacolo, conta a malapena una pagina di testo. Il resto è musica, canto, danza, rituali. Ho cercato di costruire un linguaggio artistico accessibile a tutti, dove ognuno può costruire la propria storia.

La tua specialità è proprio il teatro fisico, in cui il corpo diventa uno strumento…

Mio padre è il "griot" del piccolo villaggio in cui sogno cresciuto, nell’ovest del paese. Ogni fine settimana assistevo a rituali tradizionali in cui lui suonava e cantava, accompagnando con la musica le persone che entravano in trance. C’erano balli e canti, cerimonie in cui si convocavano gli antenati. Penso che tutto sia iniziato lì, da quella che per me è una forma di teatro con una tecnica e una nomenclatura diversa da quella a cui siamo abituati. Quella è la mia storia ed è questo il teatro che ho voglia di esplorare.

Quale storia ci racconta ‘Sini’?

‘Sini’ rappresenta la gioventù di tutto il mondo, una gioventù che si sente tradita dai politici, dai dirigenti, dalle grandi lobby internazionali. Ma alla fine anche dalla propria gente, che una volta al potere si dimentica da dove viene. Sini cerca di fare ordine, di costruire, o ricostruire, un mondo migliore. Fa del suo meglio, con quello che c’è. Ma è un lavoro infinito!

Un lavoro frustrante.

Sì, e c’è tanta rabbia e potere distruttivo nel suo lavoro. Le giovani generazioni si trovano troppo spesso a dover pagare la sanzione globale di qualcosa che non hanno scelto. Hanno forse colpa i giovani ucraini di quello che succede? E la gioventù russa? Lo stesso discorso vale per i giovani in Burkina Faso, nel Mali, e in tutte le altre situazioni ingiuste del mondo. I giovani di oggi e di domani non hanno un futuro, se non lo prepariamo.

Allora cosa bisogna fare?

Restare e continuare a provarci. In realtà interpretare questo personaggio è molto faticoso, perché si porta sulle spalle questo enorme senso di ingiustizia. Ma contemporaneamente incarna anche tutte le speranze in un futuro più giusto, più corretto, più ordinato. Testimonia la volontà di credere che ognuno di noi può, anzi deve fare qualcosa.

Si tratta di un monologo, ma in realtà non sei solo in scena.

È vero, ho chiesto la presenza di un bravissimo polistrumentista, cantante e compositore: Simon Winse. Anche lui è cresciuto in una famiglia di griots, suona molti strumenti tradizionali del nord del Burkina Faso che sono praticamente in via di sparizione. Ma cerca anche il dialogo con la musica e gli strumenti occidentali moderni. Infatti sulla scena si sente un mix di musica tradizionale rituale e musica elettronica europea, in un dialogo tra i mondi di ieri e di oggi. Simon porta a questo spettacolo leggerezza e gioia, attraverso la sua musica. È una presenza molto importante, un vero sostegno.

Il viaggio che ti ha portato dal piccolo villaggio di paesani vicino a Banfora, nel sud-ovest del Burkina Faso, al Locarnese non è stato lineare, né privo di intoppi.

Quando sono stato ammesso alla École Supérieure de théâtre Jean-Pierre Guingané di Ouagadougou non potevo crederci: prendono solo una decina di studenti ogni due-tre anni! Ero riuscito a passare le selezioni e subito dopo è scoppiata la rivoluzione! (Nell’ottobre 2014 i cittadini burkinabé si sono rifiutati di accettare che l’allora presidente, Blaise Campaoré, mantenesse la carica grazie a una modifica costituzionale dopo 27 anni al potere, ndr). A Verscio, per il Master, sono arrivato in piena pandemia da coronavirus. Degli inizi poco incoraggianti!

Come sei arrivato all’Accademia Dimitri?

Avevo vinto un semestre di studi in Germania, all’Accademia delle Arti dello Spettacolo del Baden Württemberg. Sapevo di un ragazzo burkinabé che aveva studiato teatro qui a Verscio, anche se non lo conoscevo personalmente. Visto che ero già in Europa, ho deciso di presentarmi qui per un colloquio. Mi hanno detto che se avessi passato gli esami, mi avrebbero sostenuto. Così sono tornato in Burkina, ho lavorato duro per farmi conoscere, per sviluppare il mio linguaggio artistico e anche per raccogliere i soldi per potermi pagare il viaggio (ride, ndr). Fortunatamente, una volta qui, ho ricevuto anche il sostegno della fondazione basilese Oumou Dilly, con cui avevo già lavorato in passato, e dell’associazione Beogo (Gruppo ticinese di solidarietà con il Burkina Faso).

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