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09.04.2022 - 17:21

Cronache del bambino anatra, la dislessia a teatro

Intervista a Sonia Antinori, autrice dello spettacolo in scena al Foce di Lugano mercoledì 13 aprile

di Ivo Silvestro
cronache-del-bambino-anatra-la-dislessia-a-teatro

Mercoledì 13 aprile al Foce di Lugano andrà in scena, per la stagione teatrale del Lac, ‘Cronache del bambino anatra’. "Uno spettacolo sulla dislessia", si legge nella presentazione, ma forse bisognerebbe dire "lo spettacolo sulla dislessia" perché – come ci ha spiegato l’autrice Sonia Antinori – «di spettacoli sulla dislessia non ne esistevano, in Italia e credo neppure a livello internazionale, come ci ha confermato anche Philip Schultz», uno scrittore statunitense vincitore di un premio Pulitzer e dislessico «con cui ci siamo confrontati». Una delle tante persone coinvolte e consultate per la realizzazione di ‘Cronache del bambino anatra’ che vede il sostegno dell’Associazione italiana dislessia e dell’Associazione nazionale pedagogisti italiani.

Il lavoro «è iniziato su stimolo di due attrici, Maria Ariis e Carla Manzon che sono state le interpreti del lavoro nella prima versione, diciamo quella "pre-Covid"» ha raccontato Antinori. La pandemia è stata uno spartiacque un po’ per tutti, ma per questo spettacolo in modo particolare «perché abbiamo perso il nostro regista, Gigi Dall’Aglio, venuto a mancare il 5 dicembre 2020 proprio per il Covid». La sua, ha proseguito Antinori, è stata una regia «molto limpida, molto pulita, molto lineare, veramente al servizio del testo e questo lo dico orgogliosamente perché è stata una cosa anche affettuosa nei miei confronti, di starmi a fianco rivedendo lo spettacolo e sperimentandolo sulla pelle» delle attrici.

Il dopo pandemia ha anche visto un cambio di cast: per problemi di salute Carla Manzon non riusciva più a stare «in questo ruolo un po’ acrobatico» e adesso è Massimiliano Speziani a «incarnare il bambino nelle diverse età, dall’adolescenza all’età adulta». Il testo, infatti, ruota attorno ai disturbi specifici dell’apprendimento partendo dalla relazione tra una madre e un figlio che viene portata in scena con salti temporali che coprono cinquant’anni di vita.
«L’idea originaria non era neanche mia, è stato qualcosa che mi hanno lanciato e io mi sono interrogata se potevo essere all’altezza, non essendo affatto esperta dell’argomento» ha spiegato Antinori. «La modalità che abbiamo poi trovato è stata quella di entrare in contatto con quelle persone che avevano una diretta adesione a questa caratteristica»: bambini dislessici, genitori di bambini dislessici, insegnanti o anche dislessici adulti «che hanno scoperto questa caratteristica molto tardi».

Tra queste persone «c’è stato un ragazzo poi entrato nella dirigenza dell’Associazione italiana dislessia, Giacomo Cutrera, che ha scritto un libro, ‘Il demone bianco’, e questo libro ci ha toccato profondamente perché raccontava un elemento che poi credo sia abbastanza connotante dello spettacolo: la difficoltà a comunicare la propria singolarità». Cutrera «parlava di una grande solitudine vissuta e sofferta negli anni dell’innocenza, nell’infanzia. A me che ero, per motivi del tutto diversi, stata una ragazzina con un’esperienza analoga mi ha parlato molto» ha aggiunto Antinori.

Per riferirsi alla dislessia Antinori ha sempre utilizzato parole come "caratteristica" e "singolarità" e questo perché «usare una terminologia adeguata è la prima cosa che ci hanno detto le persone che abbiamo incontrato». La nostra società, ha aggiunto, «ha cominciato a interrogarsi, non ha ancora capito ma ha cominciato a interrogarsi e questo è importante perché la sofferenza che esprimevano queste persone riguarda l’incomprensione che li circonda, anche nel mondo della scuola dove la cosa dovrebbe essere consolidata, visto che si parla di dislessia dagli anni Novanta». Senza dimenticare che «spesso possono esserci storie di grande successo: conosciamo molti nomi di dislessici famosi, di dislessici geniali e questo forse proprio per quel percorso doloroso di chi si deve far spazio, di chi è come se dovesse muovere in un roveto: che sia un machete o il farsi piccolo per scivolare dentro, devi trovare un tuo modo».

Lo spettacolo è indicato a partire dai 10-14 anni. «È stato concepito per un pubblico adulto. Come uno qualunque degli spettacoli che facciamo: non siamo specializzati in teatro per l’infanzia». Poi si è visto, e già al debutto al Teatro Verdi di Pordenone che ha prodotto il primo allestimento e poi con la seconda versione prodotta dalla Fondazione Teatro Due di Parma, «che era estremamente apprezzato dai ragazzi e la programmazione è sempre stata mista», spesso con il pubblico di tutte le età in sala insieme. «E ragazzi e adulti hanno un sistema di immedesimazione sui due personaggi: i ragazzi empatizzano, ridono, soffrono, tacciono, sospendono il fiato quando le emozioni sono portate dall’interprete del figlio; gli adulti hanno lo stesso spettro di emozioni ma con la madre». L’ideale, conclude Antinori, «è certamente vederlo in famiglia, tutti insieme».

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