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08.02.2022 - 18:40
Aggiornamento: 19:04

Mariangela D’Abbraccio e la magia di Tennesse Williams

L’attrice a Bellinzona con ‘Un tram chiamato desiderio’, spettacolo che “ha colto i nodi dell’animo umano e le lotte sociali che sarebbero venute poi”

di Valentina Grignoli Cattaneo
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Blanche DuBois, personaggio iconico della storia della drammaturgia, indimenticabile, etereo, rivelatore, nel dramma più celebre di Tennesse Williams, ‘Un tram chiamato desiderio’, ammette: “Non voglio realismo. Voglio magia”. Questa sembra essere anche la vocazione teatrale di Mariangela D’Abbraccio che interpreterà Blanche sul palco del Teatro Sociale di Bellinzona giovedì 10 e venerdì 11 febbraio e che abbiamo incontrato prima della rappresentazione.

L’attrice napoletana, nata in una famiglia d’arte e cresciuta nel mondo del teatro e sui palchi da quando aveva17 anni, ha debuttato diretta da Eduardo De Filippo e si è poi legata in sodalizio artistico con Giorgio Albertazzi interpretando, negli anni, i capolavori del dramma moderno. Con l’incredibile opera di Tennessee Williams, che valse all’autore il Pulitzer nel 1947 e che il regista Elia Kazan rese celeberrima (prima in teatro e poi sul grande schermo) facendola conoscere ancora oggi a tutto il mondo, Mariangela D’Abbraccio torna a un grande amore d’infanzia, la protagonista Blanche DuBois, appunto. L’eroina estremamente moderna che si fece portavoce in tempi non sospetti della complessità umana, delle contraddizioni all’interno di ognuno di noi, della fragilità e della difficoltà di stare in un mondo che non guarda in faccia a nessuno. Il dramma porta in scena – e fa riaffiorare attraverso la profondità dei suoi personaggi – tematiche quali l’omosessualità, la violenza psicologica e sessuale, il disagio mentale, l’ipocrisia sociale mettendo in luce quella parte nascosta dell’american dream. Blanche DuBois si rifugia dopo un lutto a New Orleans, a casa di sua sorella sposata con Stanley Kovalski, per il quale sente repulsione e attrazione. La tragica parabola si affaccia sugli Elysian Fields, dove sferraglia il tram del titolo, che da Desire conduce a Cemetery.

“A sedici anni feci una scoperta: l’amore. Tutto in una volta, troppo fulmineamente. Fu come inondare di luce accecante una cosa che era sempre stata in penombra”. (Blanche)

Mariangela D’Abbraccio, chi è per lei Blanche DuBois?

Tennessee Williams ha voluto mettere in scena con Blanche la parte poetica dell’essere umano, quella che non affronta la dura realtà, e viene schiacciata. Blanche è questa poesia, che può essere anche pericolosa per sé e per gli altri, perché non è in contatto con la realtà.
È un animo puro – Blanche si fidava di tutti anche durante la sua infanzia felice, ma anche fragile, che ha dovuto affrontare esperienze molto dure, rimanendone schiacciata.

Mettere in scena oggi un personaggio del genere, cosa significa? Che messaggi veicola la sua presenza nella contemporaneità?

La pièce è ancora purtroppo molto attuale, sia per quello che ci racconta coi suoi personaggi, sia per i temi. Affrontiamo nel presente tutti i giorni discriminazioni in ambito di sessualità, razza, genere. Come tutti i geni letterari Tennessee Williams ha scritto di tematiche eterne. Ha colto i nodi dell’animo umano, e al contempo le lotte sociali che sarebbero venute poi. Anche il personaggio di Stanley Kowalski per esempio è estremamente contemporaneo: un migrante nato in America, ma mai riconosciuto. Sono argomenti che ci troviamo a discutere e rivendicare costantemente. Lo prova anche l’entusiasmo del pubblico, incantato dal testo ed estremamente coinvolto.

Un rapporto, quello col pubblico, non più scontato, di questi tempi…

Questo spettacolo è nato nel 2019, ma si è, come tutto, fermato nel 2020. Eravamo in scena al Quirino di Roma quando si è bloccato. L’abbiamo ripreso ora ai primi di gennaio, e stiamo girando. Io ringrazio molto il pubblico che sta riempiendo i teatri. Perché li riempie proprio! Pensavo che sarebbe stata una sofferenza, che saremmo andati incontro a un disastro e la gente non sarebbe venuta. E invece… Nonostante qualche difficoltà, io sono molto felice! Il pubblico ci sta ripagando, mi sento quasi in debito, è sempre lì, con tutti gli inconvenienti oggi dell’andare a teatro. I veri eroi sono gli spettatori, e io credo che noi dobbiamo regalare loro una serata di magia, a teatro. Se riusciamo in questo intento, se diamo loro la magia emotiva, è un lavoro ben fatto.

Cosa può offrire oggi il teatro, dopo due anni di quasi silenzio?

Il teatro è immortale. L’uomo ha bisogno di questo contatto, di questa situazione. Di seguire qualcuno che ti racconta una storia. Lo si faceva alle origini! La pandemia tutto sommato ha dimostrato che non è solo puro intrattenimento, ma necessità. Mentre infatti il cinema ha perso parecchio pubblico, può essere comodamente visto anche a casa, il teatro resiste e anzi, le persone arrivano con un’attenzione diversa, più sacra. Si godono qualcosa improvvisamente diventato importante.

Questo contatto e il fatto di recarsi in un luogo per sognare… l’uomo ne ha bisogno, è vitale. Dovrebbe capirlo anche chi si occupa di politiche culturali, la nostra categoria è stata maltrattata durante la pandemia. Anche se devo ammettere che fermarmi mi ha fatto bene, è da quando ho 17 anni che non lo facevo! Certo, non è stato piacevole, ma questo tempo mi è servito per nutrirmi di cose che da ragazza avevo abbandonato per la prosa, come la danza. E sì, anche per prepararmi ad affrontare questa pièce in maniera più consapevole.

Lei non è nuova alle opere di Tennessee Williams, dopo ‘La gatta sul tetto che scotta’ in passato ha affrontato anche ‘La rosa tatuata’. Cosa le piace di questo autore?

Devo dire la verità, mia madre (regista) quando ero una ragazzina è stata la mia insegnante e mi ha avvicinata ai suoi autori preferiti Anton Cechov, Henrik Ibsen, Tennessee Williams, Eduardo De Filippo. Le mie letture giovanili. Williams mi ha subito colpita: come attrice è difficile resistergli perché ha creato dei personaggi femminili straordinari, ha creato dei ruoli completi. Ama le donne e io gli sono molto grata. Lo affronterò ancora, se possibile, è un autore eterno.

Come è nata la rappresentazione in cui la vedremo in scena, con la regia di Pier Luigi Pizzi, prodotta da Gitiesse Artisti Riuniti?

Avevo appena terminato ‘Filumena Marturano’ con Geppy Gleijeses, un’edizione molto ben riuscita, che mi ha dato la possibilità di fare un’esperienza teatrale completa. Era molto difficile scegliere qualcosa di altrettanto forte. Ho deciso così di tornare alle origini, a Blanche DuBois, a un autore che mi piaceva. L’ho proposto a Gleijeses, lui ha abbracciato l’idea e l’abbiamo messo in scena. Volevo riavvicinarmi a Blanche, il personaggio che con il suo celebre monologo avevo portato alle mie audizioni iniziali, da giovane. Quando dico tornare alle origini, significa riaffrontare questo personaggio così importante per i miei inizi, ma con la giusta maturità artistica.

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