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Maria Ilva Biolcati, in arte Milva, 1939-2021 (Keystone)
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25.04.2021 - 23:430

Auf Wiedersehen Milva (in memoriam)

Da Sanremo alla Scala, e in mezzo i palcoscenici del mondo. ‘Interpretare è amare’, diceva la Rossa. Concetto da sottolineare. In rosso.

Alla fine degli anni Cinquanta, nelle balere dell’Emilia-Romagna era Sabrina, nome più riconoscibile di quello tanto osteggiato dalla parrocchia di Goro, in provincia di Ferrara, sin dalla sua registrazione all’anagrafe: “E come la mettiamo con la santa protettrice? Non ne esiste una che si chiami Milva!”, dice il parroco. E dunque si scriva Maria Ilvia. Nel 1959, è un concorso per voci nuove ad aprire a Maria Ilvia Biolcati le porte della Cetra, l’etichetta discografica di Stato per la quale la giovane cantante dalla voce potente ma duttile inizia a incidere un buon numero di 45 giri. Alla data del 23 aprile scorso, a quando cioè ha lasciato questo mondo, la contabilità della musica attribuiva a Milva – ‘La Rossa’ per Jannacci, o ‘La Pantera di Goro’, per un giornalista creativo – oltre 170 tra dischi in studio, live e raccolte. Un record italiano ancor più prezioso se si pensa che già nel 1961, nel primo album ’14 successi di Milva’, i suoi primi 45 giri, metà repertorio ‘tirava’ già alla canzone d’autore. Tra quelle registrazioni, il suo primo grande successo ‘Flamenco rock’ già conviveva con ‘Milord’, manifesto di Édith Piaf che sarebbe stato anche il suo e poco avrebbe avuto da invidiare all’originale, e alla versione di altri e di altre (Georges Moustaki, Cher, Dalida).

Parafrasando il detto, quando si apre una porta può anche capitare che si apra un portone: il suddetto concorso per voci nuove, vinto tra quasi ottomila aspiranti tali, apre a Milva quello del Festival della Canzone Italiana. Il 1961 è l’anno del voto popolare (tramite Enalotto), l’anno di Celentano di spalle, l’anno dei cantautori Paoli, Bindi e Donaggio, l’anno dell’unico Festival di Mina, quinta con ‘Le mille bolle blu’. “Alcuni fan mi hanno fermato per chiedermi un autografo chiamandomi Milva. Ho sorriso e spiegato a quei ragazzi che mi chiamavo Mina, ma mi sono accorta che mi prendevano in giro”, dichiara Mazzini in quei giorni. Stando ai biografi festivalieri, la stampa che non ha mai amato troppo né lei né Paoli ha individuato nella 22enne Milva – “Ragazza dalla voce splendida e dall’abbigliamento raccapricciante”, la ricorda Gigi Vesigna, ex patron di Sorrisi e Canzoni Tv – la Pantera di Goro da contrapporre alla Tigre di Cremona: “Arrivai terza e si creò quella specie di rivalità inventata, perché Mina cadde e io venni innalzata. Ma si trattò di una rivalità del tutto giornalistica, perché dal punto di vista artistico non lo fu mai”, dichiarerà la Rossa anni dopo.

Il 1961 è un anno doppiamente importante per Milva: sposa Maurizio Corgnati, regista televisivo e cinematografico, documentarista, marito-pigmalione che la porta con sé in una dimensione culturale più articolata; il resto lo fa Sanremo 1962, dove è notata da Bruno Coquatrix, patron dell'Olympia di Parigi. È il primo atto di una carriera che sarà equamente suddivisa tra l'Italia e l'Europa e parte del mondo.


Agli esordi (Keystone)

Camaleontica

Milva si è spenta venerdì scorso all’età di 81 anni nella sua casa di Milano dove viveva con la fida segretaria Edith e con la figlia Martina Corgnati, curatrice e critica d’arte nata nel 1963 quel matrimonio. Non è morta per Covid, sebbene per gli sciacalli della rete poco cambia: solo un mese fa, l'artista si era ‘esibita’ in una chiamata pubblica a favore del vaccino – “Lo faccio perché tengo alla mia vita a e alla vita altrui”, scriveva su Facebook allegando foto dell’artistica inoculazione – e qualche no-vax oggi scrive che se l'era andata a cercare. “Mia madre è morta per una malattia neurologica e degenerativa che non era Alzheimer, una patologia forse legata alla vita intensa e ricca d'impegni e sfide artistiche continue, una specie di stanchezza antica e profonda”, spiega la figlia a Mario Luzzatto Fegiz sul Corriere.

La camera ardente sarà allestita nel foyer del Piccolo Teatro di Milano, luogo in cui Giorgio Strehler la trasformò da cantante in diva brechtiana (quattro progetti discografici e molteplici repliche teatrali di ‘Io, Bertolt Brecht’ e soprattutto ‘L'opera da tre soldi’) e trampolino di lancio per la Scala, dove Luciano Berio la volle nel 1982 per l'anteprima mondiale de ‘La vera storia’, su libretto di Italo Calvino. Scala che oggi omaggia “la sua voce magnetica e la sua soggiogante presenza scenica”.

Così come Milva è sempre tornata a Sanremo, allo stesso modo l'artista non ha mai abbandonato il Piccolo: un recital con Astor Piazzolla nel 1996 e un ‘Milva canta Merini’ nel 2004, con la stessa Merini sul palco; fino all'ultimo suo Brecht nel 2006. Allo stesso modo, il repertorio ‘impegnato’, aperto da ‘Le canzoni del Tabarin - Canzoni da cortile’ (1963) e ‘Canti della libertà’ (1965), che ospita la sua interpretazione di ‘Bella ciao’, è sempre viaggiato di pari passo con quello più popolare, scritto nell'accezione più nobile del termine: ‘La filanda’ (1972), cover di uno dei successi più noti di Amália Rodrigues, regina del fado, resterà il suo singolo più venduto; ‘La mia età’ (1979) è album in cui canta le composizioni di Mikis Theodorakis, su testi dei principali poeti greci del Novecento; ‘Dedicato a Milva da Ennio Morricone’ è un intero album omaggiatole dal Maestro nel 1972; lo stesso accade in ‘La Rossa’ (1980), dove l'omaggiante è Enzo Jannacci.

Non meno indelebile è la trilogia con Franco Battiato – ‘Milva e dintorni’ (1982), ‘Svegliando l'amante che dorme’ (1989), ‘Non conosco nessun Patrizio’ (2010) – che nel primo episodio produce ‘Alexander Platz’, cavallo di battaglia, inciso anche in tedesco a consacrare un rapporto, quello con la Germania, artisticamente saldo e duraturo.


'Firmacopie' a Zurigo nel 1979 (Keystone)

Antifascista

Con puntualità svizzera, la Rete Due della seconda serata rende omaggio a Milva di sabato, in uno dei quei ‘Musicalmente’ (il titolo è ‘Canzoni fra le due guerre’) nei quali sono cristallizzati alcuni dei grandi nomi della canzone italiana, transitati negli studi ticinesi nel momento della maturità assoluta, o in piena ascesa. Con altrettanta puntualità social, a Milva hanno reso omaggio tutti: “L'ultima volta che l'ho chiamata non mi parlava, ma mi faceva vedere che sfogliava il mio album. Due giorni fa sembrava fosse ancora normale, se normale era la vita che faceva”, scrive Ornella Vanoni su Facebook, nel ricordo di “una donna che ha avuto tutto, bellezza, talento, una voce meravigliosa e una carriera straordinaria”. Commemorazione a tinte rosse per Enrico ‘Rouge’ Ruggeri, che condivide ‘The show must go on’, lui ospite di Milva nell'ultimo dei 15 Sanremo della Rossa con un brano sulla vita d'artista: “Intelligenza, classe, passione, cultura, carisma. E una meravigliosa canzone di Giorgio Faletti” (penultima, come spesso accade alle cose belle del Festival).

“Era la cantante preferita di mia madre, lei camuffava ma io – ricorda Iva Zanicchi all'Ansa – lo sapevo“. E nel celebrare la sacra gavetta, quella che “ti permette di cantare a 80 anni come facevi a 30”, ‘L'Aquila di Ligonchio’ (nickname della Zanicchi) ricorda l’affinità d’esordio: “Oggi che è tutto cotto e mangiato, la gavetta serve sempre, ti fai le ossa, ti prepari, sei pronto a qualsiasi evenienza, le balere e le feste di piazza sono una palestra incredibile. E poi devi fare solfeggio, e studiare”. E sempre all'Ansa, Pippo Baudo affida il Baudo-pensiero: “Una capacità di passare da una lingua all'altra con semplicità”. Tanti ricordi e un po' di nostalgia: “Perché, siamo sinceri, in Italia avrebbe meritato di più”.

L'Orchestra della Magna Grecia ricorda i cinquanta concerti della stagione 94/95 tra Germania, Giappone, Austria, Svizzera e Italia; Massimo Ranieri condivide una foto insieme a lei e così Claudio Baglioni: è quella della consegna del premio alla carriera di Sanremo, ritirato dalla figlia nel 2018. Gianni Morandi piange “una grande artista”, Orietta Berti pure e l'ex-presidente del Pd Zingaretti, conclusa la celebrazione di Barbara D'Urso, fa “qualcosa di sinistra” e posta la ‘Bella ciao’ di Milva a Canzonissima '71, fornendoci l'assist che porta all'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia: “Milano piange (...) un'artista colta e sensibile, legatissima ai valori dell'antifascismo”, dichiara il presidente Roberto Cenati. “Nel 1965, Paolo Grassi invitava Milva al Piccolo Teatro a interpretare i Canti della Libertà, primo passo di un trentennale sodalizio con Giorgio Strehler”.


Alla Berlinale nel 2008 (Keystone)

Consapevole

“Dopo 52 anni d'ininterrotta attività, migliaia di concerti e spettacoli teatrali sui palcoscenici di una buona metà del pianeta, dopo un centinaio di album incisi in almeno sette lingue diverse, ho deciso di mettere un punto fermo alla mia carriera d'interprete dal vivo”. Già Ufficiale dell'Ordre des arts et des lettres (1995), Ufficiale dell'Ordine al Merito della Repubblica Federale di Germania (2006), Commendatore dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana (2007), un anno dopo avere accettato anche il titolo di Cavaliere della Legion d’Onore della Repubblica Francese, Milva annunciava il suo ritiro dalle scene con la rara lucidità di chi capisce quando è il momento di lasciare, preservando il pubblico da tristi e presleyane copie di sé. “Oggi questa magica e difficile combinazione – scriveva sul proprio sito web milvalarossa.it – forse non mi è più accessibile: per questo ho deciso di abbandonare definitivamente le scene e fare un passo indietro in direzione della sala d’incisione, da dove posso continuare a offrire ancora un contributo pregevole e sofisticato”.

Speranzosa di aver garantito “la massima precisione tecnica e vocale, ma anche l’intensità emozionale, la partecipazione“ di tutta sé stessa – “Dalla Scala al Piccolo Teatro di Milano dallo Châtelet all’Opéra di Parigi e dallo Schauspielhaus di Zurigo alla Konzerhaus di Berlino, dal Concertgebouv di Amsterdam alla Suntory Hall a Tokyo” – così, impeccabile com’era sempre stata, preferiva essere ricordata. Nove anni dopo, nel luglio 2019: “Le manca il palcoscenico?”, le chiede ancora Fegiz nell’ultima intervista concessa in occasione dei suoi ottant’anni. “Sempre e mai. Fra i sogni, qualche volta è un incubo ma anche un bisogno e una missione che, a mio modo, credo di aver compiuto”. Esprimendo, in ambiti di canzone, del trasporto per Francesco Gabbani, Laura Pausini «e pochi altri», lusingata dall'aver collaborato “con grandi personaggi e uomini di cultura come Strehler o Werner Herzog”, rivendicava l’aver fatto sempre quel che le piaceva e nel proprio gusto, sempre cercando di rendere giustizia alla musica. “Interpretare è amare”, diceva la Rossa. Concetto da sottolineare. In rosso.


'The show must go on', Sanremo 2007 (Keystone)

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