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Faya Dayi
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22.04.2021 - 19:46
di Ugo Brusaporco

Visions du réel, il mondo prigioniero

Al festival di Nyon Jessica Beshir racconta dei coltivatori di Khat mentre Abdallah Al-Khatib e Avi Mograbim

Ci sono giornate in cui affrontare i film in un Festival significa essere disposti a cambiare le proprie idee, il contrario sarebbe rinunciare al senso del Cinema come fattore di Cultura, quello che in fondo hanno tentato di fare le varie industrie da Hollywood a Bollywood, da Cinecittà a Babelsberg, non dimentichiamo nate in un periodo in cui il cinema era ritenuto un’ arma, anche la più forte, per condizionare le menti, eredità presa in pieno da un media come la tv e oggi da altri canali ancora.

Ecco allora che incontrare a Nyon in Concorso un film come ‘Faya Dayi’ di Jessica Beshir è epifania del grande Cinema e del suo senso culturale più profondo sia narrativamente, grazie a un superbo linguaggio cinematografico, sia civilmente, merito di un tema, il senso di vivere, profondo e insieme angosciante. La giovane regista, messicana di origine etiope, con una coproduzione che vede il Sundance affiancato a indipendenti etiopi e a produzioni legate al Festival di Doha in Qatar, ci porta, con un intenso bianco e nero, sugli altopiani di Harar, in Etiopia. Il film tra poesia e documentario è un fantastico viaggio che non concede respiro, se non quello dell’allucinazione che lo spettatore è chiamato a condividere per comprendere l’amarezza di un racconto-verità che esprime l’imbarazzo di chi vede frantumarsi il vivere. Il protagonista del film ci viene subito presentato: dei giovani raccoglitori stanno bevendo un caffè, siamo nella zona di Harar, quarta città santa dell'Islam, con 82 moschee, uno di questi dice agli altri: “Non è più il nostro caffè non ha gli stessi profumi e sapori, abbiamo dovuto spiantare il caffè (uno dei più pregiati al mondo, ndr) per il clima”. Ora sono diventati raccoglitori di Khat, una pianta in fiore con foglie che producono un effetto psicoattivo allucinogeno quando masticate.

La regista ci porta in questo mondo dove coloro che lo coltivano, usandolo provano la sensazione di “Merkhana”, lo sballo allucinatorio e nebbioso provocato dalla pianta, senza riuscire a uscirne più. Non per niente il Khat è diventato popolare, consumato a tutti i livelli della società ed è diventato il raccolto più redditizio dell'Etiopia che lo esporta in tutto il mondo arabo. Nella tradizione sufi, si dice che masticare il Khat ti mostrerà la via verso l'eternità. Dalla raccolta al mercato, Jessica Beshir ci offre storie intrecciate di vita che ruotano attorno al Khat, narrazione di uomini e donne perse in una idea di vita sublimata come un film da vivere solo nella mente, persone che si allontanano dal quotidiano che cercano qualcosa di più dalla vita, che non può essere solo l’emigrare, il rinunciare, che non può essere neppure l’amare, troppo puro per non essere già infangato. E in mezzo a tutto un bambino-adolescente che sogna di raggiungere la madre emigrata in Europa disprezzando il padre perso nell’allucinazione di una felicità in realtà irraggiungibile.

Ancora il Qatar si trova tra i produttori, qui con Francia e Libano, di ‘Little Palestine’ (Diary of a Siege) di Abdallah Al-Khatib, un film sul distretto di Yarmouk, campo profughi palestinese a sud di Damasco che è stato il simbolo più estremo della miseria causata dalla guerra in Siria. L’Isis era arrivato a Yarmouk portandosi dietro le decapitazioni e gli scontri con i gruppi locali avevano costretto l’Onu a sospendere la consegna del cibo alla popolazione del campo. Un inferno dantesco senza poesia, cui l’autore vuole dare luce a cominciare dal lavoro della madre, dottoressa impegnata a soccorre gli abitanti malati soprattutto di fame. L’autore ci mostra un popolo in esilio, quello palestinese, che con orgoglio desidera tornare in una Patria purtroppo cancellata dalla Storia. E come è successo lo racconta chirurgicamente ‘The First 54 Years. An Abbreviated Manual for Military Occupation’ quasi un documentario scritto e diretto dall'esperto Avi Mograbim che con tragico sarcasmo ci porta a riflettere sul significato dell'occupazione militare e per essere pratico utilizza i 54 anni di occupazione israeliana dei territori palestinesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. È la fredda analisi di un crimine che contiene tutti i crimini peggiori dell'umanità. Mostra come gli israeliani hanno trasformato un popolo, quello palestinese che viveva padrone in una terra, prima in ospite indesiderato e poi come un terrorista che ha l'ardore di reclamare la casa in cui viveva.

Grande cinema a Nyon.

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