Spettacoli

Apre la Berlinale di Chatrian, settant'anni e tutto cambia

Meno film, meno sezioni, meno glamour ma più cinema: il nuovo corso berlinese dell’ex direttore del festival di Locarno

Tutto pronto (Keystone)
20 febbraio 2020
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Compie settant’anni il Festival di Berlino. Era nato nel giugno del 1950, in una Berlino divisa e con ancora evidenti i segni di una guerra distruttiva, non solo nei palazzi. Il Festival, voluto dagli Stati Uniti, si poneva allora come una provocazione nella faticosa ricostruzione, contro i nemici sovietici che vedevano accendersi festose luci e sentivano il profumo di un divismo hollywoodiano, asfissiante più di un gas da trincea. Il primo direttore era Alfred Bauer, lo restò fino al 1976; per ricordarlo nel 1987 il direttore di allora, il mitico Moritz de Hadeln, decise di ricordarlo con un premio prestigioso dedicato a film che “aprono nuove prospettive sull’arte cinematografica”. Il neodirettore Carlo Chatrian si presenta sospendendo il premio, dopo le rivelazioni sui legami che Bauer ebbe con il nazismo. Non è che un punto sulle importanti scelte che segnano il primo anno di Chatrian: meno film, meno sezioni, meno glamour. Per molta stampa tedesca questo significa con rigore: più Festival. Una cura dimagrante che comprende anche la chiusura delle prevendite dei biglietti alla Haus der Berliner Festspiele, la qual cosa, importante per un festival che conta sulle centinaia di migliaia di spettatori cittadini, costringe gli anziani di Charlottenburg, quartiere da sempre legato alla manifestazione, a dover andare fino a Potsdamer Platz per acquistare i biglietti. E parlando di Potsdamer Platz, dove si concentra gran parte del Festival, è sempre più una scenografia vuota: il multisala Cinestar ha chiuso e i palazzi per uffici di Renzo Piano sono per metà sfitti come anche il centro commerciale.

In questa situazione di crisi reale, il neodirettore, coadiuvato da Mariette Rissenbeek (direttrice esecutiva), è riuscito sulla carta nella non facile impresa di presentare un programma attento a precisi valori cinematografici, con uno sguardo più attento alla linea di un festival ‘cinephile’ come Locarno che ai riflettori splendenti di Cannes. Ed ecco che il film d’apertura sarà su un mito americano, lo scrittore J.D. Salinger, con ‘My Salinger Year’ coprodotto da Canada e Irlanda e affidato alla regia di Philippe Falardeau (che qui nel 2009 vinceva il premio al KinderFestival con ‘C’est pas moi, je le jure!’). Nell’interessante cast del film, che racconta di una giovane (Margaret Qualley) chiamata a seguire le corrispondenze del noto e solitario scrittore, anche la diva Sigourney Weaver, la prima ad affondare i tacchi sul tappeto rosso della Berlinale 2020.

I più attesi in Concorso

In competizione ci sono 18 film; tre portano la bandiera svizzera, quasi un evento. Si tratta di ‘Schwesterlein’ (My Little Sister) di Stéphanie Chuat e Véronique Reymond con Nina Hoss, Lars Eidinger, Marthe Keller, Jens Albinus e Thomas Ostermeier. Nel film si confontano fratello e sorella, Berlino e Svizzera, vita e teatro, morte e salute, in un itinerario geografico e familiare. È coprodotto con la Francia, l’atteso ‘Le sel des larmes’ di Philippe Garrel con Logann Antuofermo, Oulaya Amamra, André Wilms, Louise Chevillotte e Souheila Yacoub. Girato in bianco e nero da Renato Berta il film di Garrel è una storia d’amore leggera e crudele. Il terzo titolo, ‘Favolacce’, una coproduzione con l’Italia firmata da Fabio e Damiano D’Innocenzo con Elio Germano, Barbara Chichiarelli, Lino Musella, Gabriel Montesi e Max Malatesta. Un’amara storia sulla disillusione generazionale che pone in Italia i giovani ad avere come nemici i padri. Tra i film più attesi in Concorso: ‘Domangchin yeoja’ (The Woman Who Ran) del pluripremiato Hong Sangsoo, un film minimalista sui sentimenti e il non detto di chi si incontra, si incontra e basta. Il cast di questo film coreano comprende Kim Minhee, Seo Younghwa, Song Seonmi, Kim Saebyuk e Lee Eunmi. Con questo si farà la fila anche per ‘Irradiés’ del maestro Rithy Panh. Come sempre un film che è testimonianza di un sopravvissuto in tempo che nega la memoria, spiega Panh: “Ciò che significa essere un sopravvissuto non può essere espresso a parole. Vivere, prendere contatto con questa irradiazione, per la quale potrebbe non esserci alcuna causa, nessuna conoscenza, ma dalla quale non esiste protezione. Il male si irradia. Fa male – anche le generazioni successive. Ma al di là di questo dolore c’è l’innocenza”. Attesissimo anche il maestro taiwanese Tsai Ming-Liang con ‘Rizi’ (Days): oltre due ore senza dialoghi, per dire di due uomini (interpretati da Lee Kang-Sheng e Anong Houngheuangsy) che si incontrano una notte per trovare un’intimità. Incuriosisce ‘Berlin Alexanderplatz’ di Burhan Qurbani: 183 minuti di film per provare a raccontare il romanzo di Alfred Döblin dopo Fassbinder; impresa titanica per chiunque, anche per gli interpreti qui Welket Bungué, Jella Haase, Albrecht Schuch, Joachim Król, Annabelle Mandeng.

Sguardi al femminile

Dagli Stati Uniti arrivano in competizione due film firmati al femminile: ‘First Cow’ di Kelly Reichardt e ‘Never Rarely Sometimes Always’ di Eliza Hittman. Il primo – che si affida all’interpretazione di John Magaro, Orion Lee, Toby Jones, Scott Shepher e Gary Farmer – rende omaggio a chi sta ai margini della società e della storia, gente che prende in mano il suo destino non con la violenza ma biblicamente con il miele e il latte. Eliza Hittman invece con Sidney Flanigan, Talia Ryder, Théodore Pellerin, Ryan Eggold e Sharon Van Etten dice di una diciassettenne che vive in un paese di campagna e che si ritrova incinta. Solo la solidarietà di un’amica saprà aiutarla. Un film femminista? O un film sulla gioventù e il suo finire presto? Lo scopriremo. Come pure siamo curiosi di scoprire il film di un’altra donna: ‘El prófugo’ di Natalia Meta, un thriller psicosessuale ispirato al romanzo horror cult ‘El mal menor’ (1996) dello scrittore argentino C.E. Feiling con un’attrice straordinaria come Érica Rivas e un cast notevole che comprende Nahuel Pérez Biscayart, Daniel Hendler, Cecilia Roth e Guillermo Arengo.

A completare con interesse la bella competizione: ‘The Roads Not Taken’ di Sally Potter con un super cast: Javier Bardem, Elle Fanning, Salma Hayek e Laura Linney. ‘DAU. Natasha’ di Ilya Khrzhanovskiy e Jekaterina Oertel, un film sul potere con memorie staliniane con Natalia Berezhnaya e Olga Shkabarnya; ‘Volevo nascondermi’ di Giorgio Diritti sul pittore Antonio Ligabue con Elio Germano, Pietro Traldi, Orietta Notari, Andrea Gherpielli; ‘Undine’ di Christian Petzold, rivisitazione della nota favola che ha ispirato poeti e musicisti con Paula Beer, Franz Rogowski, Maryam Zaree; ‘Siberia’ di Abel Ferrara con il fedele Willem Dafoe, uomo in cerca di scoprirsi; ‘Todos os mortos’ di Caetano Gotardo e Marco Dutra, un film sul Brasile alla fine dello schiavismo. Incuriosiscono anche il belga ‘Effacer l’historique’ di Benoît Delépine e Gustave Kervern con Blanche Gardin, Denis Podalydès per un film sul come siamo ogni giorno. ‘Sheytan vojud nadara’ (There Is No Evil) di Mohammad Rasoulof, film sulla libertà e il potere. E ora il sipario si alza sulla Berlinale numero 70 e sullo schermo illuminato.

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