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Salvate il soldato Schofield (Universal Pictures)
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cinema
25.01.2020 - 17:350

‘1917’, dentro la guerra di Sam Mendes

Un unico piano sequenza bellico, un climax che t'inchioda alla poltrona. Poi, però, il giochino inizia a stancare...

È uno strano regista, Sam Mendes. È quello che dopo il magnifico ‘American Beauty’ – dove rammentiamo la scena più movimentata è un sacchetto di plastica mosso dal vento – ha realizzato due dei migliori James Bond di sempre (‘Skyfall’ e ‘Spectre’). Date queste premesse, si guarda incuriositi – e carichi di aspettative, visti i premi e le nomination – ‘1917’, film sulla Grande guerra nato dai racconti del nonno del regista, il caporale (in realtà il grado sarebbe un altro, ma seguiamo l’imprecisa traduzione del film) Alfred H. Mendes.

Fu un episodio, in particolare, a ispirare la trama: la corsa attraverso la terra di nessuno, l’area tra le due trincee, per consegnare un messaggio. Ma è forse un altro particolare quello più interessante: come Lady Macbeth, Alfred H. Mendes si lavava in continuazione le mani, quasi a volersi togliere, dopo tanti decessi, il sudiciume delle trincee. Così prima ancora delle storia dei “caporali” Schofield e Blake (i giovani e tutto sommato convincenti George MacKay e Dean-Charles Chapman) incaricati di attraversare le linee nemiche per consegnare un messaggio urgente alle truppe inglesi, è la sporcizia della guerra il tema di ‘1917’. E lasciar da parte l’edificante eroismo per mostrare il lato inumano della guerra non è certo una novità: da ‘Orizzonti di gloria’ di Kubrick a ‘Salvate il soldato Ryan’ di Spielberg, l’elenco è lungo.

Da qui l’idea di Sam Mendes: immergere lo spettatore nelle trincee, circondarlo di corpi putrefatti, di esplosioni, di città distrutte, di cecchini, di soldati tedeschi spaventati ma pronti a sparare, di civili provati dalla guerra. Come? Con un unico piano sequenza che praticamente ininterrotto segue per due ore i due soldati da quando vengono convocati dal generale Erinmore (Colin Firth) alla consegna del messaggio al colonnello Mackenzie

(Benedict Cumberbatch). All’inizio l’effetto è notevole: dalla tranquillità delle retrovie alla terra di nessuno alle trincee tedesche abbandonate dal nemico apparentemente ritirato, è un climax che ti inchioda alla poltrona. Poi però il giochino inizia a stancare, la mancanza di montaggio disorienta e, nonostante gli sforzi della bravissima sceneggiatrice Krysty Wilson-Cairns, la successione degli eventi inizia a perdere di credibilità. Così, ora dell’attacco conclusivo che dovrebbe essere il momento forte del film, si avverte quel senso di estraneazione che Mendes tanto ha cercato di evitare. Peccato.

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