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29.11.2019 - 06:00

L'energia dell'arte, il ghiaccio della scienza

Dagli studi sul riscaldamento globale al Greta Thunberg, intervista al glaciologo Felix Keller, al Lac per l'incontro ‘La scienza a regola d’Arte’

Un luogo insolito, misterioso, al di là delle nostre aspettative e previsioni: è questa l’Antartide che Julian Charrière ha incontrato e che – «ma è una ricostruzione, una finzione, una fantasmagoria», ci ha spiegato – ha messo nella sua suggestiva esposizione in corso al Museo d’arte della Svizzera italiana. Dopo l’inaugurazione, Charrière è tornato al Lac di Lugano per incontrare il glaciologo Felix Keller, per un riuscito dialogo tra i due saperi, parte del ciclo di appuntamenti ‘La scienza a regola d’Arte’ promosso dalla Fondazione Ibsa.

Felix Keller, cosa possiamo scoprire, sul clima, studiando il ghiaccio?

Perforando il ghiaccio, specialmente in Antartide ma anche in Groenlandia, possiamo imparare molto sulla storia del clima e al momento possiamo andare indietro di ottocentomila anni, scoprire quali erano le condizioni climatiche prima che noi esseri umani fossimo qui.

E come era il clima prima dell’uomo? Lo chiedo perché uno degli argomenti dei negazionisti è, appunto, che il riscaldamento globale sia un fenomeno naturale, non originato dall’uomo.

Le nostre ricerche portano a tre importanti conclusioni. La prima è che, effettivamente, il clima è sempre mutato. Ma – e questa è la seconda conclusione – l’umanità ha dimenticato come convivere con questo cambiamento climatico naturale: abbiamo sviluppato la nostra società come se il cambiamento climatico non esistesse. E la terza conclusione è che i gas serra come il metano e l’anidride carbonica aumentano in maniera significativa questi fenomeni, come mai abbiamo osservato negli ultimi ottocentomila anni.
Quello che dobbiamo fare adesso è non solo rimparare a vivere con il cambiamento climatico naturale , ma anche imparare a vivere con gli i mutamenti climatici amplificati dovuti alle emissioni di anidride carbonica, metano e altri gas serra.

Quindi è vero che il clima muta naturalmente – ma non è una buona notizia per noi.

Esatto, perché abbiamo due sfide davanti a noi: rimparare a vivere con il ciclo climatico naturale e imparare ad affrontare gli effetti dei gas serra.

Come glaciologo, quali effetti avrà il riscaldamento globale?

Se studiamo tutto il ghiaccio che esiste al mondo, scopriamo che le più importanti riserve di acqua dolce sono congelate. La maggior parte di ghiaccio si trova in Artide, Antartide e in Groenlandia, ma anche in alta montagna. E in regioni come l’Himalaya ci sono milioni di persone che dipendono dai ghiacciai per l’acqua dolce. Con il riscaldamento globale, questa situazione potrebbe cambiare.

In che modo?

La prima conseguenza della fusione dei ghiacciai è che milioni di persone – soprattutto nella regione dell’Himalaya e nelle Ande – non avranno abbastanza acqua dolce per sopravvivere. Per questo è importante proteggere i ghiacciai: affinché i contadini di queste regioni abbiano anche in futuro abbastanza acqua.

Questa penuria d’acqua dolce colpirà anche l’Europa?

Al momento non sembra esserci questo problema: per ora il riscaldamento globale porta altri problemi, da noi. Ma non escludo che fra trenta o quarant’anni anche a noi serva un sistema per proteggere i ghiacciai.

A cosa si riferisce? Come è possibile proteggere i ghiacciai dal riscaldamento globale?

In realtà c’è una soluzione abbastanza semplice, il riciclo dell’acqua di fusione dei ghiacciai. In estate i ghiacciai perdono una notevole quantità d’acqua: in una giornata calda il ghiacciaio del Morteratsch può perdere un milione di tonnellate di ghiaccio. Se conserviamo quest’acqua in alta montagna, la possiamo ricongelare, possiamo produrre neve senza dispendio energetico e con questa neve ricoprire i ghiacciai, perché la neve è la migliore protezione che si possa avere.
Con questo sistema di riciclo dell’acqua di fusione è possibile, coprendo il dieci per cento della superficie, fermare il ritirarsi dei ghiacciai in dieci o quindici anni.

Ma funziona?

Con il progetto MortAlive – “la morte viva”, ridare vita al ghiacciaio – stiamo sviluppando un sistema per produrre 40mila tonnellate di neve al giorno. Non è semplice, per questo siamo felici che l’agenzia svizzera per l’innovazione Innosuisse ha deciso di sostenerci nello sviluppo di questa tecnologia.

Con l’obiettivo, se ho capito bene, di esportare questa tecnologia nelle Ande e sull’Himalaya.

Sì, questo è l’obiettivo.

Sono anni che gli scienziati lanciano allarmi sul riscaldamento globale. Ma a smuovere le coscienze è stata una ragazza svedese, Greta Thunberg…

Secondo me la cosa davvero importante è che ci rendiamo conto dell’enorme divario che c’è tra quello che sappiamo sul cambiamento climatico e quello che facciamo. Gli psicologi che hanno studiato il fenomeno ci dicono che serve molta motivazione e per me può essere un po’ un problema che Greta Thunberg stia motivando molti giovani ma allontanando gli adulti che non apprezzano quel tipo di motivazione. Capisco che in questo momento ci serva la rabbia, per motivarci, ma da padre voglio dare una speranza per il futuro.

E ci sono motivi per sperare?

Sappiamo che cosa fare. Ci manca la motivazione, l’energia.

Potrebbe arrivare dall’arte?

Assolutamente sì: l’arte è da sempre una parte importante della vita degli esseri umani. Se mi chiede perché abbiamo bisogno dell’arte, la risposta non è perché ci dà da mangiare o perché ci dà soldi. L’arte ci dà la motivazione ed è questo quello che ci manca: abbiamo abbastanza da mangiare, abbiamo abbastanza soldi ma non abbiamo abbastanza motivazione. Arte e scienza devono collaborare, e non solo sul riscaldamento globale, perché l’arte ci dà energia.

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