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17.11.2019 - 21:290

I giornalisti fanno ‘oooh!’ (al circo)

Saranno passati trent’anni dall’ultima volta che ho visto un circo, e me lo ricordavo molto diverso

È bello il circo Knie. Non credevo. Saranno passati trent’anni dall’ultima volta che ho visto un circo, e me lo ricordavo molto diverso: elefanti depressi, leoni indecisi fra un salto nel cerchio di fuoco e un grappino col domatore. La maledetta scimmietta per le foto coi bimbi. Invece no, gli animali sono pochi. Il serraglio è pieno solo di cavalli, due capre, i pony che girano in cerchio coi bambini in groppa. Guardo la mia compagna e le dico: “ma io volevo vedere la giraffa!”, e mi vengono le lacrime agli occhi per il rimpianto di quando potevo ancora piantare capricci. La giornata è grigia, il tendone sta a mezza via fra il cimitero e lo stadio, e io mi tormento il bavero del loden per inventarmi chissà quale metafora. Eppure.

Eppure, una volta entrato, mi scopro in uno spettacolo che mi inchioda alle parole più banali, ma prossime al vero: tutta quella tiritera tipo “la magia del circo”, “acrobazie mozzafiato”, “tornare bambini”. Ecco, il bello è che è proprio così. C’è una sospensione dell’incredulità che sorprende anche chi pratica il cinismo come una forma di yoga. Entrano due acrobati, uno si mette a candela e fa girare l’altro coi piedi come una ruota, spingendolo fra gonadi e terga. “Chissà com’è messo il suo spermiogramma”, penso del poveretto in cima, ma poi il tizio salta in equilibrio sulle piante di quello sotto e anch’io faccio “oooh!”, come la seienne che ho seduta accanto. Finisce che mi scappano un sacco di “oooh!”, mentre i popcorn mi si vanno a infilare nella barba e la seienne ripassa un leccalecca tre volte il suo viso. Faccio “oooh!” quando i pappagalli volano in cerchio sotto al tendone, che ti chiedi come si fa ad ammaestrare un pappagallo, ma anche su chi cadranno le sue deiezioni; faccio “oooh!” quando una bimbetta fa girare attorno a sé i pony, ciascuno con sopra una bambola che pare una cavallerizza surgelata (alcuni passaggi rivelano un umorismo molto ‘zucchino’). Ma soprattutto faccio “oooh!” quando vedo quelli che a venti metri da terra si attorcigliano a due lembi di tessuto, si srotolano verso terra, restano appesi nel vuoto con un piede solo. Possibile che ci sia gente disposta a rompersi l’osso del collo per divertire me? È un pensiero che mi fa venire il magone.

Poi i clown fanno i loro sketch col pubblico, cose che sembrano ripetute dai tempi del cinema muto, in una specie di canone universale dell’umorismo fisico. Alla fine un energumeno sui trampoli salta su una catapulta, e fa volare un altro in cima a una sedia sospesa a – boh, saranno quindici metri buoni? E ancora: “Oooh!”

Tutte queste persone rifanno lo stesso spettacolo tre volte al giorno, a distanza di un’ora. Cambiano cento costumi: giurerei che la ragazza che cantava fosse la stessa che mezz’ora prima mi aveva allungato una birra. C’è una generosità in queste cose che mi spiazza. Usciamo e mi fermo davanti alle scale, a guardare le facce di quelli che escono: sono tutti felici, neanche un muso o un piagnucolìo. Com’era quella cosa? Ah, sì: “la magia del circo”.

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