Mahmood, showcase alla Rsi (foto: RSI/L.Daulte)
Spettacoli
25.03.2019 - 06:100
Aggiornamento : 10:21

Mahmood, il futuro sta in periferia

Le polemiche post-festivaliere sulle sue origini egiziane sono state un fulmine a ciel sereno, per lui che in casa parla il sardo

I camicioni sgargianti imposti in tenera età dalla mamma sono una costante, anche se oggi portano dietro la schiena la scritta ‘Versace’. Quel che è cambiato in Alessandro Mahmoud è solo una vocale nel cognome, che è diventato un nome. Mahmood, per la prima volta nelle stanze della Rsi – di domenica pomeriggio per raccontare di sé alla stampa, di sera per cantare di sé al pubblico – non è ancora l’artista scafato che parla a ruota libera, ma uno che sta prendendo le misure al successo. A partire dalle riviste di gossip italiane, che notoriamente non distinguono una chiave di violino da una chiave a brugola (e viceversa) e in questi giorni ci informano sulle preferenze sessuali del vincitore in nome del “qui nessuno si fa mai gli affari suoi” (eufemismo). «Non mi dispiacerebbe se la vita privata rimanesse privata, ma d’altra parte, facendo questo mestiere, un po’ l’avevo messo in conto. Io, comunque, sono qui per la musica». E per chi si ricorda di tempi nei quali ai musicisti si chiedeva conto soltanto del suonare, il discorso non fa una piega.

‘Come va, come va, come va’

È noto, Sanremo 2019 l’ha vinto il giovane Mahmood, o “Il ragazzo Mahmood”, per usare parole di Ultimo, secondo classificato in un Festival che ha fatto la storia delle rosicate e sul quale il vincitore glissa con una certa padronanza: «Con lui non ne abbiamo mai parlato, c’erano aspettative alte e comunque non sono nessuno per giudicare». Dal 9 febbraio, ‘Soldi’ occupa i palinsesti radiofonici e televisivi con il suo tormentone buono e dal bel testo, capace di sbancare la competizione canora più nota al mondo e farci cantare “Come va, come va, come va” senza pensare a 'Cara terra mia' di Al Bano (impegnato in questi giorni nella Guerra fredda).

«Non mi aspettavo nulla di quello che è successo», racconta Mahmood. Nemmeno dopo la mezza ovazione all’Ariston nelle prove del lunedì pomeriggio, quando il Festival non era ancora cominciato e la stampa già amava ‘Soldi’ per la resa su quel palco. «Sì, gli applausi li ho sentiti, ma non mi è stato possibile fare paragoni, perché io le prove degli altri non le ho sentite». Nessuna sensazione di trionfo, quel giorno; soltanto il sentore di un buon riscontro percepito durante la settimana, «quando mi hanno detto che ‘Soldi’ era tra i brani più programmati dalle radio». In sintesi: «Avevamo tutti aspettative molto basse, ero lì con lo scopo principale di farmi riconoscere. È successo di più...».

Prima le nonne e i bambini

Il Sanremo 2019 rivoluzionario, quello del nuovo che avanza e dei rapper al potere, quello che nelle previsioni di molti avrebbe affossato gli ascolti della manifestazione con tutti i suoi Signor Nessuno, si è rivelato un successo. Tanto che Mahmood è oggi quanto di più sanremese si possa chiedere, visto che si è conquistato una fetta di pubblico, in fatto di audience, decisiva quanto le teenager urlanti: le mamme e bambini. «Ma anche le nonne – aggiunge – ce n’è una in rete che ha fatto una cover di ‘Soldi’ mentre cucina. Tutto questo mi fa molto piacere, la canzone ha avuto tanto successo tra i bambini, che sono i primi a riconoscermi per strada. Credo di essere andato a toccare tutte le generazioni, e questo mi sembra molto bello».

Sfatata anche l’idea del cantante di periferia dalla vita al limite, dal vissuto struggente e dalle ferite aperte, disposto a tutto per fame di rivincita. Almeno nel suo caso. «La mia infanzia è stata serena, sono cresciuto in una periferia bellissima. Se proprio un mito si deve sfatare, allora sfatiamo quello che le periferie sono brutte». Una periferia, la sua, che è «quella di Marracash, nato in Barona, o Sfera Ebbasta, di Cinisello Balsamo. Una periferia molto semplice, il campo da basket, la fontanella dove andavo a bere da piccolo, la scuola, dove ho fatto sia le elementari che le medie. Tutto qui».

L’Italia che canta in arabo

Una madre italiana che gli ha trasmesso il cantautorato italiano, un padre egiziano che gli ha fatto ascoltare le cantanti arabe, Mahmood è cresciuto a pane e Fugees, pane e Lauryn Hill e pane e Stevie Wonder. In tutta questa convivenza tra generi, colori e contaminazioni, l'Italia che in questi giorni canta a memoria anche “Waladi waladi habibi”, (“Figlio mio, figlio mio, amore, vieni qua”, l’inserto in arabo di ‘Soldi’), assume significato ancor più profondo pensando alla polemica su quell’italo-egiziano che ha vinto il Festival della Canzone italiana, chiacchiericcio capace di calarsi in baratri profondissimi – «Sui social mi hanno scritto cose come “Tornatene al tuo paese”, io che sono nato al Mangiagalli (clinica milanese, ndr)» – e salire fino a vette elevatissime come: “Sono arrivato a 26 anni per scoprire di essere straniero nel mio paese”, dichiarazione rilasciata dall’artista a La7.

«Sono cresciuto con la consapevolezza di appartenere a una generazione dalla mentalità aperta – continua Alessandro – e ora scopro che c’è ancora chi fa di queste differenze. Verso di me poi, che nemmeno parlo l’arabo, perché sono cresciuto con mia madre e in casa parlo sardo». La Sardegna, nel Nuorese, terra nella quale molte delle sue canzoni sono nate, insieme a quelle scritte a Milano «sui mezzi pubblici, o sui fogli delle comande quando lavoravo al bar come cameriere» (che facesse un cappuccino così-così è informazione già ampiamente di dominio pubblico).

La fiducia è reciproca

Tornando a “ Waladi waladi habibi”, è probabile che a maggio quella strofa venga imparata a memoria anche dall’Europa intera, perché ‘Soldi’ rappresenterà l’Italia all’Eurovision Song Festival di Tel Aviv. «Sarà una versione più breve, ci chiedono di stare nei 3 minuti, ma sarà comunque la versione originale». Compresa la parte in arabo. «L’ignoranza è un po’ dappertutto, ma io ho fiducia in questa umanità, ho fiducia nella gente, nel fatto che riesca ad aprire la mente senza farsi condizionare». Gli ricambia la fiducia il popolo dell’Auditorio Stelio Moro, composto per metà da bimbi che lo ascoltano mentre dalle 21 canta da ‘Gioventù bruciata’ fino a ‘Remo’ passando per 'Sabbie mobili' e ‘Soldi’, ma anche mentre dice di non sentirsi proprio «il simbolo di nessuno, al massimo qualcuno che vuole creare una strada per il futuro». E il futuro, alla fine, è sotto il palco in forma di bambino con regalo in mano: un Toblerone, solo ed esclusivamente per lui.  

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