Spettacoli
19.02.2019 - 06:200
Aggiornamento 09:51

‘L’incertezza mi rende libera’ (intervista a Malika Ayane)

Storie di musica e di vita, anche berlinese, dalla voce che ha messo d’accordo tutti. Il 23 febbraio a Chiasso unica data svizzera del suo tour

Quando facciamo presente che avremmo materiale per riempire tutto ‘Ticino7’ ma abbiamo solo questa pagina, quasi si scusa per l’entusiasmo (contagioso). Sono una rarità gli artisti ai quali non si deve estorcere l’intervista, che risparmiano ansie da prestazione e surrogati di simpatia. Malika Ayane, in questo senso, rientra nel ristretto circolo. E in quello dei musicisti veri, con trascorsi alla Scala di Milano che non possono esattamente definirsi ‘gavetta’.

Il prossimo 23 febbraio, data conclusiva del tour e unica tappa svizzera, l’artista italiana porterà il ‘Domino Tour’ al Cinema Teatro di Chiasso (ore 21, www.biglietteria.ch). È di questo ultimo lavoro in cui suona mezzo mondo (in termini di provenienza) che parla alla ‘Regione’ Malika, che della Svizzera è saltuariamente turista: «Avendo casa a Berlino, la vostra terra è perfetta per viaggiare. Basta solo uscire dai centri urbani e ti trovi di fronte a realtà naturali sorprendenti. E io sono una di quelle che si fermano in mezzo al traffico per guardarsi intorno».

Per questa cosa, la Polizia ticinese potrebbe non amarla del tutto; lei, comunque, ama il pubblico svizzero perché «mette serietà anche nel divertimento». E ama Berlino, innamoramento giovanile: «All’inizio degli anni Duemila – racconta – col mio primo stipendio mi comprai un biglietto aereo low cost. Berlino non era ancora il polo culturale che è oggi, ma era già un buon posto per vivere». Nel suo ‘buen ritiro’, Malika riesce a essere se stessa proprio come quando faceva «la barista, la cameriera o l’aspirante musicista». Un luogo in cui si può anche essere «ricettivamente passivi».

Dall’Europa al... Pacifico

‘Domino’, elaborato e scritto tra Milano, Londra e Parigi, farcito di autori internazionali già nel precedente ‘Naïf’, è la sintesi di una cittadina del mondo. «Dentro c’è la mia indole vagabonda e la mia natura di spugna che assorbe tutto quello che vede durante il viaggio». Aperto dal singolo ‘Stracciabudella’, il disco ha un suo momento magico nella bella ‘Imprendibile’, brano sulla libertà scritto a Londra (così come il secondo singolo, ‘Sogni tra i capelli’) con Helen Boulding e Nikolai Bloch. Nel disco ci sono anche gli storici e berlinesi Jazzanova, «pionieri di quella che fu la musica lounge prima che “lounge” diventasse una parolaccia». Sorride, Malika, che in nome del concetto “squadra che vince non si cambia”, ha confermato tutti quelli di ‘Naïf’. Pacifico incluso, in veste di co-autore: «L’hanno inviato dallo spazio a prendersi cura di me. Riconosce la mia identità e la rispetta. Mi ha insegnato la disciplina, la scelta delle parole e dei concetti, mi guida in questo esercizio estetico profondo».

Bowie, Waits, Lerche, Costello

La sua versione di ‘La prima cosa bella’ (anno 2010, per l’omonimo film di Gabriele Virzì) ha restituito piena dignità e altri palcoscenici a un brano sempre un po’ relegato nella festa di piazza. Dei 10 anni di carriera di Malika Ayane, timbro finalmente inclassificabile nell’esercito di ‘soul sisters’ innamorate del gorgheggio ‘tout court’, quell’evergreen rigenerato parla di lei. Altrettanto fanno le biografie, i dischi e i ‘padrinati’ di Paoli, Conte e De Gregori, che l’hanno voluta con sé nelle proprie composizioni.

«La mia fortuna – continua l’artista – credo sia stata quella di debuttare in un momento storico in cui le cose, nella musica, non andavano benissimo. Ma è proprio questa incertezza costante che permette di fare tutto più liberamente. Penso che se fra 30 anni qualcuno ascolterà le mie cose, troverà forse delle ingenuità, ma nemmeno una replica». È l’incertezza costruttiva che Malika ha appreso dai suoi modelli: «Senza scomodare Bowie, maestro di evoluzione, penso a Tom Waits 80enne che passa dal cinema alla musica e non ha mai fatto due volte la stessa cosa». Tra i contemporanei, Sondre Lerche, cantautore norvegese che «ha approfondito tutti gli stili che lo incuriosivano. Elvis Costello, in questo senso, ci dà una lezione fondamentale».

‘Mi hanno detto che sei forte’

C’è un momento nella vita in cui ogni artista intuisce che la ruota ha iniziato a girare. E per Malika quella volta è stata «quando ho cantato per la prima volta al Blue Note di Milano». Correva l’anno 2009 e in via Borsieri regnava «una sincera curiosità, non fanatica. Non era la fila dei firmacopie dei rapper, per intenderci, ma una fila di 30-40enni fuori dal locale. Uno di loro disse “Sono qui perché mi hanno detto che sei forte”. Mi sembrò un segnale». Niente di assoluto, nemmeno ora che il suo nome vola più alto di allora. «Mi piace pensare che sia comunque tutto precario, che persista questo disequilibrio, che mi rende serena».

Gli orchestrali in rivolta

Un anno dopo quella notte nel tempio del jazz, come in una gara ciclistica, la consacrazione viaggia da Milano a Sanremo. Nel momento di decretare il podio, il televoto, sommato al voto della giuria, premia il trio Pupo-Emanuele Filiberto-Luca Canonici con la pacchiana ‘Italia amore mio’: fuori Malika e il suo trattato d’equilibrio intitolato ‘Ricomincio da qui’. Non potendo fare altro, anche in nome dell’incazzatura planetaria, l’orchestra straccia gli spartiti e li getta sul palco in segno di protesta.
Al Festival dei fiori, l’orchestra che sta dalla tua è un fior di riconoscimento: «Sì, e mi emoziona ancora parlarne. Ero al ristorante con Caterina (Caselli, ndr), la casa discografica e i miei amici. Vidi la scena dalla televisione del ristorante. In un attimo, fuori dal locale, si radunò un esercito di persone che arrivarono come gli gnu ne ‘Il Re Leone’. Fu quasi un’esperienza lisergica, con mia madre al telefono che mi diceva “Ecco, anche quando non fai niente riesci a fare casino!”».

Sanremo, il paradiso e l’inferno

Al suo primo Festival era «un’emergente squattrinata. Anche se ‘Feeling better’ era andata 1ª in classifica, aveva fruttato giusto le due lire che avevamo scommesso». Al suo ultimo, «invece di andare in albergo a fare la gran diva, ho diviso l’appartamento con il direttore d’orchestra e la band, ex compagni di conservatorio. Ho questo modo poco liturgico di gestire gli eventoni che vale anche per il Festival». Cos’è Sanremo, Malika? Il paradiso o l’inferno? «Entrambe le cose, da vivere con il giusto distacco. Non voglio sembrare presuntuosa, ma ho visto artisti terrorizzati dal rischio dell’oblio, dal timore dell’insuccesso. A Sanremo, a parer mio, è tanto importante arrivare a 11-12 milioni di persone quanto è necessario sapere chi si è in quel momento. Siamo noi che contiamo, come sempre. Noi, ancor prima del vettore che ci porta alla gente. Scusami, sono una chiacchierona...». Ma scherzi? Avercene...

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