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28.07.2018 - 20:00

Quei meravigliosi Agno '80

Fenomenologia di Sabrina Salerno, giunonica madrina dell'open air

quei-meravigliosi-agno-80
Siamo donne (Wikipedia)

Sono avanti quelli di Agno. Lo scorso anno, la stella dell’omonimo open air fu Cristina D’Avena ben prima dell’uscita di ‘Duets’, sottotitolo ‘Tutti cantano Cristina’. Ad Agno, il Tubo conferma, tutti cantarono Cristina per davvero, da ‘Occhi di gatto’ a ‘Milo e Shira’, con il pubblico della pallavolo trasformato in curva degli ultrà. La nostalgia per gli anni 80, ad Agno, è evidente: nel 2015 cantarono Gazebo, Tracy Spencer e Den Harrow, lo scorso anno, oltre alla regina dei cartoons, Fiordaliso, Ivana Spagna e Johnson Righeira. L’edizione 2018 è iniziata ieri e si concluderà nel giorno del compleanno della Confederazione. Ci saranno il meglio delle cover band – da Max Pezzali agli Ac/Dc – il meglio degli artisti di casa – dai Vomitors all’avvocato Paù-Lessi – e il meglio delle madrine, Sabrina Salerno.

Il ‘grazie’ di Instagram

Giunonica, statuaria, dalle forme mediterranee (nata a Genova, ma sempre di Mediterraneo si tratta), Sabrina Salerno, già Miss Liguria, è una scoperta di Claudio Cecchetto, come Jovanotti, Max Pezzali e un’altra mezza dozzina. In nome del gossip, e per l’invidia dei maschi europei, la Salerno risulta sia stata fidanzata con l’attore Pierre Cosso, uno che negli anni 80 metteva le cuffiette alle orecchie di Sophie Marceau ne ‘Il tempo delle mele’, rubandole il cuore. La Salerno, risposta italiana a Samantha Fox per questioni di décolleté, è icona sexy ancora icona e ancora sexy. Un adolescente degli anni '80 ormai adulto la ringrazia con poca eleganza su Instagram per i momenti indimenticabili trascorsi insieme (insieme a se stesso), in nome della rispettabilità di una pratica che Woody Allen in ‘Io e Annie’ invitava a non denigrare (“è sesso con qualcuno che stimo”).

Girl power

Le Spice Girls e il girl power sono in ritardo di almeno tre anni su ‘Siamo donne’, manifesto pop-femminista un po’ kitsch presentato dalla Salerno a Sanremo nei meravigliosi anni‘90 insieme a Jo Squillo. Per dovere di Siae, il manifesto si deve per intero alla Squillo, alla quale andrebbe chiesto quale valenza abbia oggi, in tempi di #MeToo, il verso “Violentami violentami sul metrò”, dal singolo intitolato, come prevedibile, ‘Violentami’ (era un 1981 punk). Restando a ‘Siamo donne’, le cantanti rivendicarono come il gentil sesso sia molto più che un paio di gambe (e infatti i fan della Salerno, su Instagram, le gambe le citano di rado).

Si può essere fan di Sabrina Salerno oppure no, ma non si può negare che, in controtendenza con l’inglesismo dell’epoca e pur omaggiando in lingua inglese il genere maschile in ‘Boys (Summertime love)’, tra le qualità della cantante c’è l’essersi tenute le proprie generalità in anni in cui i grandi della italo-dance avevano nomi da londinesi in corpi da norditalici: P. Lion è Pietro Paolo Pelandi da Alzano Lombardo, Den Harrow è Stefano Zandri da Bresso, Ken Lazlo è Gianni Coraini da Mantova. Più a sud, Ryan Paris è Fabio Roscioli da Roma e la sua splendida ‘Dolce Vita’ sarebbe la sigla perfetta per Moon & Stars (che ha una visione del ticinese vicina al trasteverino). Menzione per il capolavoro (e per la sin troppo anticipata dipartita da questa terra) al romano Mike Francis per avere scritto ‘Survivor’.

Sandy Marton e Keith Jarrett

In tempi in cui “la musica è bella tutta” e “l’importante è emozionarsi”, assunti per i quali Sandy Marton e Keith Jarrett presto differiranno soltanto per il fatto che uno dei due, il pianoforte, lo suona a tracolla, l’italo-dance riempie ancora le arene dell’est Europa dove dell’Italia si celebra un po’ tutto, a partire da (o fino ad arrivare a) Al Bano e Romina. Sarà l’effetto “Nostalgia canaglia”, sarà che “Non è che la musica di una volta è più bella di quella di oggi, è solo che eravamo giovani” (cit.), sarà la Sindrome dell’epoca d’oro, qualsiasi cosa sia questa voglia di passato, la musica è bella tutta quando si parla di ricordi, e i ricordi meritano attenzione e un certo rispetto. Così, più che “trash”, meglio chiamarlo “modernariato”.

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