Società

Un giovane su tre in Svizzera aderisce a una visione della mascolinità legata al dominio

Primo studio svizzero di questo tipo, condotto dall'Università di Zurigo. Il Ticino registra i valori più bassi, la Svizzera tedesca i più alti

16 giugno 2026
|
Aggiungi laRegione alle tue fonti di Google

Quasi un giovane uomo su tre in Svizzera presenta concezioni della mascolinità che i ricercatori definiscono "restrittivo-dominanti" e che sono associate all'approvazione della violenza, ad atteggiamenti misogini e al rifiuto della parità di genere. Il dato emerge dallo studio ‘La mascolinità in trasformazione’, pubblicato dall'Università di Zurigo. Si tratta del primo studio di questo genere condotto in Svizzera. La ricerca è realizzata dal Jacobs Center for Productive Youth Development in collaborazione con männer.ch, l'associazione mantello delle organizzazioni svizzere di uomini e padri, e ha coinvolto oltre seimila persone tra i 18 e i 64 anni, intervistate su ruoli di genere, relazioni di coppia, famiglia e violenza.

Al centro dello studio c'è un nuovo indicatore che i ricercatori chiamano "fattore M" e misura quanto una persona abbia interiorizzato una visione della mascolinità basata sulla dominanza e sull'esclusione. Chi ottiene un punteggio elevato è tipicamente qualcuno che ritiene che i "veri uomini" non debbano mostrare debolezza, che la violenza sia a volte giustificata, che la parità di genere sia andata troppo oltre e che l'omosessualità sia un problema. Per costruire l'indicatore è stata sottoposta una serie di domande su questi e altri temi simili, verificando che chi condivide uno di questi atteggiamenti tende a condividere anche gli altri. "I nostri dati mostrano che tutti questi atteggiamenti sono strettamente correlati e sono riconducibili a un'unica comune visione di fondo. Si tratta di una nuova importante scoperta", spiega Denis Ribeaud, criminologo e sociologo responsabile dello studio. Complessivamente, il 20% degli uomini e il 7% delle donne rientra nel gruppo con un elevato fattore M.

Il divario generazionale

I risultati più significativi riguardano i giovani. Tra gli uomini di 18-24 anni, come detto, il 31% rientra nel gruppo con un alto fattore M. Ma altri numeri colpiscono ancora di più: uno su due ritiene che "i veri uomini" vengano sempre più emarginati dalla società, e il 47,7% afferma che "a volte la violenza è necessaria": una percentuale quasi doppia rispetto agli uomini di 25 anni e oltre (25,5%).

Le giovani donne si muovono nella direzione opposta: mostrano con frequenza nettamente maggiore visioni aperte e paritarie sui temi di genere. Il risultato è un divario che si allarga con l'abbassarsi dell'età: più i soggetti sono giovani, più uomini e donne divergono nelle loro visioni della mascolinità e dei rapporti tra i sessi.

Perché i valori siano così elevati proprio tra i giovani non è ancora chiaro. I ricercatori escludono che si tratti semplicemente di un effetto dell'età. "Ipotizziamo anche influenze specifiche della generazione", ha spiegato Markus Theunert, coautore dello studio e condirettore di männer.ch, all'agenzia di stampa Keystone-ATS. Tra le possibili spiegazioni, lo studio indica la socializzazione digitale. Piattaforme come TikTok, Instagram e YouTube, ma anche la cosiddetta manosfera – un ecosistema di forum, canali social e influencer che promuovono una mascolinità fondata su dominio e ostilità al femminismo – diffondono modelli che enfatizzano durezza, status e aggressività. Gli anni cruciali per la formazione dell'identità di questa generazione coincidono poi con la pandemia di Covid-19. Il legame tra fattore M e consumo di questi contenuti sarà oggetto della seconda parte dello studio, già in programma. Per ora, la ricerca non è in grado di stabilire se questi fattori siano effettivamente all'origine del fenomeno.

Istruzione, origini, territorio

Il fattore M non è distribuito uniformemente nella popolazione: istruzione, provenienza e luogo di residenza incidono in modo significativo.

Il fattore più direttamente associato è il livello di istruzione: tra i giovani uomini di 18-24 anni che hanno seguito un apprendistato, il 47% appartiene al gruppo con un alto fattore M; tra i liceali e i laureati la percentuale è tre volte inferiore. Più le prospettive formative e professionali sono solide, più bassi tendono a essere i valori.

Anche la provenienza del padre conta. La forbice è ampia: tra gli uomini con radici paterne nell'Europa nordoccidentale la quota si ferma al 13%, sale al 31,5% per chi ha origini nel Nord Africa e nel Medio Oriente, e raggiunge il 50% tra chi proviene dall'ex Jugoslavia. I ricercatori precisano però che provenienza e confessione vanno intesi come marcatori, non come cause: a giocare un ruolo sono i contesti di socializzazione in Paesi con istituzioni deboli e forti squilibri di genere, le difficoltà di integrazione e le esperienze di esclusione, che possono spingere alcuni uomini a cercare nella mascolinità restrittiva un modo per affermarsi.

Sul piano geografico, la Svizzera italiana presenta i valori più bassi: il 18% dei giovani uomini rientra nel gruppo ad alto fattore M, contro il 24% della Svizzera romanda e il 35% della Svizzera tedesca. Una spiegazione plausibile riguarda l'esposizione alla manosfera digitale: il 21% dei giovani ticinesi dichiara di aver consumato contenuti di questo tipo nell'ultimo anno, contro il 29% dei romandi e il 41% dei giovani della Svizzera tedesca.

Il rischio della violenza

Un alto fattore M non è solo un indicatore di atteggiamenti: comporta un rischio concreto di violenza, in due ambiti in particolare.

Il secondo riguarda la violenza di coppia, e qui i dati riservano una lettura inattesa. Il fattore M aumenta il rischio per entrambi i sessi e in entrambe le direzioni: sia gli uomini che le donne con valori elevati riferiscono più spesso di aver fatto ricorso alla violenza nel rapporto di coppia, ma anche di esserne stati vittime. "Non si tratta di una contraddizione", ha spiegato Ribeaud, "chi normalizza relazioni basate su dominanza maschile, svalutazione della donna e comportamenti controllanti è esposto a un rischio maggiore di fare esperienza di entrambi i versanti di questa dinamica".

Un dato va però contestualizzato: per le forme di violenza fisica a bassa soglia – schiaffi, spinte, oggetti lanciati – gli uomini riferiscono di essere vittime più spesso delle donne della stessa età. Questo non significa che soffrano di più: da altri studi sappiamo che le donne subiscono in misura nettamente maggiore violenze gravi e letali. Il dato riflette le dinamiche di coppie in cui dominanza e controllo reciproco aumentano il rischio per entrambe le parti.

Segui laRegione su: WhatsApp oppure Telegram e ricevi ogni mattina le notizie principali