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19.09.2021 - 13:390
Aggiornamento : 15:53

Moro e Faranda, la giustizia che riconosce l’umanità

Incontro dedicato alla giustizia riparativa, al Festival Endorfine, con la figlia di Aldo Moro e gli ex Br Adriana Faranda e Franco Bonisoli

16 marzo 1978: il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro esce di casa per raggiungere la Camera dei Deputati, dove dovrebbe dar vita a un governo di centro-sinistra con l’appoggio esterno del Pci di Enrico Berlinguer, il segretario-profeta dell’eurocomunismo (guarda con scetticismo ai compagni del Cremlino moscovita), e soprattutto di quel “compromesso storico” ai suoi occhi più che necessario per scongiurare all’Italia lo stesso destino del Cile, dove lo scontro sinistra-destra aveva portato pochi anni prima (con la complicità della Cia) alla dittatura del ‘carnicero’ Pinochet.

Moro vedeva in un governo Dc-Pci la congiunzione delle sue celebri “convergenze parallele”, ma alla Camera non giunge mai. Alle 8.30 in Via Fani un commando delle Brigate Rosse ferma la sua auto e quella della scorta, uccide due carabinieri e tre poliziotti e sequestra il presidente Dc. È certo l’azione più eclatante dei cosiddetti anni di piombo: “Un’incredibile dimostrazione di geometrica potenza militare” la definì Franco Piperno, esponente di spicco di Potere operaio epperò sovente in aperto, duro contrasto con Renato Curcio, fondatore con la moglie Cagol delle Br. Dalla bomba di Piazza Fontana (12 dicembre 1969) l’Italia viveva uno scontro sociale purtroppo regolarmente ravvivato da qualche omicidio sospetto (Giuseppe Pinelli a Milano, Giorgiana Masi a Roma, Francesco Lorusso a Bologna) e nelle manifestazioni di protesta in varie città spuntavano le P38. Alla “violenza di Stato” le Br reagivano uccidendo o gambizzando quelli che ai loro occhi apparivano pericolosi “servi del potere”. In realtà autentici gentiluomini, come il professor Vittorio Bachelet o il giudice Alessandrini, caduti sotto le pallottole dei terroristi e vittime altresì di chi gridava “lo Stato borghese si abbatte, non si cambia”. Il tragico epilogo del rapimento Moro, possiamo azzardare oggi, segnò il pur lento declino delle Brigate Rosse, le quali persero gran parte di quelle simpatie così diffuse tra giovani e no che inquietavano Berlinguer.

A distanza di 43 anni da quegli avvenimenti le ferite non si sono del tutto rimarginate, ma nel frattempo si è recuperata la nozione di “giustizia riparativa”, concetto antichissimo che vorrebbe affiancare la giustizia penale e “che potrebbe modificare profondamente le coordinate con le quali concepiamo il crimine e il criminale: da fatto solitario a fatto sociale; da individuo rigettato dalla società a individuo che ne fa pur sempre parte” (G. Zagrebelsky).

Ne hanno discusso sabato a Lugano, nell’ambito del Festival Endorfine, alcuni protagonisti (e vittime) della stagione terroristica: Agnese Moro (figlia del politico pugliese), Adriana Faranda e Franco Bonisoli (che spararono in Via Fani, quasi quarant’anni di galera in due) e Giorgio Bazzega, il quale aveva tre anni quando suo padre maresciallo cadde in un conflitto a fuoco col brigatista Walter Alasia a Sesto San Giovanni. Tutti e quattro si sono ritrovati sulla via della “giustizia riparativa” su invito di Padre Guido Bertagna (gesuita e biblista cresciuto alla scuola del Cardinal Martini), con lo scopo ultimo di ricostruire una relazione, quel tessuto sociale che un reato ha strappato o addirittura distrutto. «Non sapevo cosa mi aspettasse – confessa la signora Moro – ma mi colpì il fatto che Padre Guido fu forse il primo a interessarsi del mio dolore intimo. Da tempo sentivo solo domande su Via Fani, su cosa provassi nei confronti di chi l’aveva rapito (covavo sentimenti feroci come odio e rancore), mentre lui mi aiutò a uscire da quelle gocce d’ambra dove mi ero rinchiusa come un insetto, togliendo senz’altro qualcosa a tutti i miei cari».

Anche Bonisoli ha avuto parole di stima e riconoscenza per Padre Guido: «Non gli interessava il mio passato. Voglio sapere chi sei ora!, mi disse. Dopo anni era la prima volta che mi vedevo riconosciuto come persona da qualcuno cui non interessavano le mie colpe. Mi convinsi definitivamente a intraprendere il percorso di ri-generazione quando, al nostro primo incontro, Agnese mi accolse in casa sua dicendomi: “Vieni Franco, amico mio!”. Ci siamo detti cose indicibili, ma ciò mi è servito anche per recuperare il rapporto con mia figlia, che per un certo periodo avevo il terrore che potesse seguire il mio esempio…».

È il turno della Faranda, e si stenta a crederle quando confessa – lei abilissima col kalashnikov – di essere emozionata dinnanzi al folto quanto attento pubblico luganese. «La giustizia riparativa mi è stata indispensabile per recuperare quelle relazioni umane che, quando ho aderito alle Br, mi sembravano false e ipocrite. Ho capito che è possibile andare avanti solo affrontando le mie responsabilità verso chi è rimasto vittima dalle mie scelte e cercando di rimediare all’irreparabile. E ho dato un’altra dimensione al tempo, che ho dedicato all’ascolto, al confronto e al dialogo. Una cesura col passato indispensabile per ritrovare la tranquillità interiore. Ho sofferto soprattutto per l’abbandono di mia figlia: aveva 5 anni quando sono entrata in clandestinità e l’ho ritrovata al momento del mio arresto, quando ne aveva 9. In carcere mi chiese: “Mamma, è vero che sei una spaventatrice?”. Era la sua infantile definizione di terrorista, nata dal suo desiderio di proteggermi e consolarmi».

Giorgio Bazzega ricorda che quando Curcio fu scarcerato si sentì tradito dallo Stato (“Ero io l’ergastolano, con addosso la pena eterna del dolore”) e che addirittura aveva stilato una lista di terroristi da uccidere per vendicarsi. «Fu l’incontro con Mario Milani, marito di una delle vittime della bomba di Brescia (1974), a farmi cambiare prospettiva: mi colpì la sua serena quanto ferrea determinazione nel voler ritrovare un certo equilibrio interiore. Abbandonai poi ogni desiderio di vendetta quando Agnese mi diede la sua definizione di perdono: riconoscere l’umanità in chi abbiamo di fronte, qualunque siano le colpe di cui si è macchiato».

In fondo, un pensiero che va benissimo anche per riassumere il complesso concetto di giustizia riparativa.

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