Un nuovo studio, condotto dall'Università di Berna e dall'Istituto Nazionale italiano di Astrofisica (Inaf), mette in discussione l'immagine di Mercurio come pianeta geologicamente "morto". La ricerca, pubblicata oggi su Communications Earth & Environment, ha analizzato circa 100 mila immagini che rivelano la presenza di particolari striature luminose sui pendii dei crateri, causate dal degassamento di materiali volatili dall'interno del pianeta, un prova significativa del fatto che Mercurio potrebbe essere ancora geologicamente attivo.
Mercurio è il primo e più piccolo pianeta del Sistema solare, sia per massa che per diametro; ha un'atmosfera pressoché inesistente e un giorno solare che dura 176 giorni terrestri, con un'escursione termica di circa 600 gradi fra il lato diurno e quello notturno. Visitato finora solo dalla sonda Messenger della Nasa, ha una superficie che appare quasi completamente statica, tanto da considerarlo ormai un pianeta morto e arido. Fino ad ora.
"Si riteneva che Mercurio fosse un pianeta 'morto', poiché, secondo i modelli di formazione planetaria e le alte temperature superficiali dovute alla prossimità del pianeta al Sole, tutti i volatili (fra cui sodio, potassio, zolfo e cloro) sarebbero dovuti 'sublimare' rapidamente, lasciando un pianeta completamente devolatilizzato - spiega Giovanni Munaretto, ricercatore dell'Inaf e coautore dello studio - Le scoperte di crateri vulcanici e di hollows effettuate dalla missione Messenger hanno completamente rivisto questo paradigma, dimostrando la presenza di un'attività geologica relativamente recente. Infine, la caratterizzazione delle lineae che abbiamo effettuato in questo studio ci suggerisce che esse possano essere fenomeni ancora più recenti, e forse ancora in corso".
Le lineae compaiono lungo le pareti interne dei crateri o sui versanti dei picchi centrali. Si presentano come filamenti chiari e allungati, frequentemente associati a piccole depressioni molto chiare. "Possiamo immaginarle come strisciate di materiale che cade lungo il versante - dice Silvia Bertoli, ricercatrice dell'Inaf e coautrice dell'articolo - Questo materiale probabilmente cade perché la roccia, ricca di volatili, si indebolisce e si sgretola quando i gas intrappolati in profondità risalgono attraverso piccole fratture preesistenti. La loro luminosità è dovuta al fatto che il materiale è appunto recente, 'fresco' e poco alterato".
I ricercatori hanno utilizzato il deep learning per addestrare i computer a elaborare grandi quantità di dati con algoritmi che simulano le reti neurali umane. Sono state analizzare circa 100mila immagini ad alta risoluzione provenienti dalla sonda spaziale Messenger, che ha osservato Mercurio dal 2011 al 2015, e mappate la distribuzione globale e le proprietà morfologiche di circa 400 striature luminose su Mercurio. I risultati mostrano che le lineae si trovano principalmente sui versanti esposti al Sole di giovani crateri da impatto, facendo pensare che la radiazione solare svolga un ruolo importante nell’attivazione dei processi di formazione di queste strutture.
La posizione delle lineae sulla superficie di Mercurio, dunque, non è casuale. L'impatto che dà forma a un cratere genera fratture nello strato più superficiale, che poi possono diventare vie preferenziali per la fuoriuscita di volatili dagli strati più profondi. Per dimostrare le ipotesi avanzate sull'attività delle lineae occorreranno però nuove immagini di Mercurio, che potrebbero essere fornite dalla missione BepiColombo dell’Agenzia Spaziale Europea e della Japan Aerospace Exploration Agency, attualmente in viaggio verso il pianeta, con l'inserimento in orbita previsto alla fine del 2026.