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07.02.2020 - 09:070

Più che sovranista, regina (cercando la Zia Rita a Sanremo)

Abbiamo fatto chilometri, abbiamo atteso ore, e poi l’abbiamo trovata. Perché a noi, di Georgina Ronaldo, non ci è mai fregato meno di niente.

La verità. Dallo scorso martedì, di Georgina Rodriguez fidanzata di Ronaldo, di Francesca Sofia Novello fidanzata di Valentino Rossi, di Diletta Leotta e di Sabrina Salerno – privata, poverina, e privati noi dall’esibirsi nel suo grido di battaglia femminista ‘Boys boys boys’ senza il quale forse oggi Sabrina sarebbe soltanto un’attrice [dunque benvenuta ‘Boys (Summertime love)’] – di tutta questa bellezza, dicevamo, dallo scorso martedì non ci è mai fregato metà di niente. Né di Elodie, né di Levante, men che meno di Elettra Lamborghini.

Da martedì scorso non ci è più fregato nulla dei chilometri percorsi, dei tornelli superati, delle perquisizioni da capo a piedi, degli scambi di persona («Ma lei è Diodato?». «No signora, ha letto male il cognome»), di sventolare il telefonino in faccia a quel poeta di Cristiano Malgioglio. Col pennarello in tasca e nella borsa il 45 giri della Rca Victor con ‘Il ballo del mattone’, ‘Abbiamo sedici anni’, ‘Cuore’ e ‘Amore twist’, edizione francese con quattro tracce acquistata al Quartiere Maghetti per nove franchi, ma per Discogs ne vale diciannove, abbiamo girato per le strade di Sanremo come degli Isaia qualunque alla ricerca di Zazà, mentre la Zia Rita, scortata da un nugolo di volontari a coprirla sino al capo, veniva accompagnata nel tragitto Hotel Tal Dei Tali (non digitate in internet, non c’è) all’Ariston e ‘Viceversa’ (digitate “Francesco Gabbani”).

La Zia Rita aveva tirato giù il teatro di martedì con un brano di pregevole fattura scritto dal figlio George. Ma il teatro lo avevano già ricostruito, perché Rita l’aveva già tirato giù di lunedì, giorno di prove, togliendoci dall’empasse di temere per lei, per l’essersi infilata in una cosa più grande della sua grandezza. Dall’alba di mercoledì, da quel teatro ricostruito che si alza in piedi alla fine della prima esecuzione di ‘Niente (Resilienza 74)’, dove settantaquattro, lo abbiamo scritto decine di volte, sono gli anni, Sanremo non è stato più lo stesso (Al Bano e Romina, e i Ricchi e Poveri, erano per tre quarti in playback).

‘Only the strong survive’

Il preambolo chiamerebbe la domanda: “Tutto questo casino per incontrare una che abita a Morbio Superiore?”. E la risposta è: “Sì, perché a Morbio Superiore non sarebbe stata la stessa cosa”. E quindi, dopo rispettosa corte all’ufficio stampa condotta in coppia, ecco l’appuntamento all’Hotel Tal Dei Tali, nel cinque stelle in riva al mare con gente che sale e scende le scale, coi buffet all’entrata, le noccioline che scorrono a fiumi, i fotografi che scattano al primo refolo di vento e tante Patty Prave (femminile plurale) dai visi ringiovaniti.

Sanremo è come la vita. È, come dice Bryan Adams – ma è possibile che lo pensassero anche Alessandro il Grande, Winston Churchill, sicuramente Gianni Morandi nel manifesto degli sfigati ‘Uno su mille ce la fa’ – una questione di palle. Detto senza canadismi (l’Adams è di Vancouver), “Only the strong survive”, sopravvive solo quello che ce le ha. E lei, la Zia Rita, le ha, eccome se le ha, se a settantaquattro anni raccoglie gli applausi di Elodie, Levante ed Elettra Lamborghini (togliamo l’ultima, ci riuscirebbe anche Amanda Lear) messe insieme.

Sulle scale dell’Hotel Tal Dei Tali, raggiunto con un preavviso minimo e alla velocità di un velocipede, scivola il rapper Anastasio scansando gli inviati delle testate più disparate, con addosso una sciarpa che pare una tovaglia, coi colori del Watford; poco prima, dalla stessa stanza, se n’erano usciti Corti e Omnis delle Iene, con lo sguardo di chi ha la pancia piena. E noi, non più giovanissimi, raggiunto il pianerottolo, a prenderci la prima delle frasi più celebri del Festival di Sanremo, celebri quasi come “Penso che un sogno così non ritorni mai più” (e portatrice della stessa imminente disillusione): «È stanca. Recuperiamo domani». Ecco: “Recuperiamo domani”, insieme alla frase “È stanca”, insieme a “Ma stai tranquillo”, a “La cosa si fa”, a “Ci scriviamo in WhatsApp”, sono la dotazione di base di tutti gli uffici stampa quando devono liquidarti. Non sempre. Non per la Zia Rita. Ventiquattro ore dopo, sebbene inginocchiati, la cosa si fa.

‘Chi non mi vuole non mi merita’

Siede su di un divanetto chiaro, con occhiali da Rita Pavone dopo aver affidato al suo entourage il cappello da Zucchero. La prima domanda che abbiamo in tasca è “Rita, sinceramente, lei tutto questo se lo aspettava?”. E la risposta è: «Guardi, è accaduto dopo tanti anni. Avevo inviato alcune canzoni negli anni Ottanta, poi ho visto che non succedeva niente. Anche se queste canzoni poi hanno avuto un seguito, come ‘Finito’, per esempio, che è diventata poi il motivo conduttore di una soap opera brasiliana chiamata ‘Sassaricando’, durata mille e duecento puntate. Un po’ come ‘Beautiful’. Però – aggiunge Rita – mi sono detta che chi non mi voleva non mi meritava, e ho continuato a vivere la mia vita tranquilla».

Rita Pavone, il concetto, lo aveva appena raccontato alla sala stampa annunciando ‘raRità’, album prezioso in uscita a fine febbraio e che raccoglie il materiale inciso per sette diverse etichette tra cui Decca, Polydor, Philips, musica con la quale la cantante è riuscita ad arrivare in vetta, materiale raccolto con prevedibile difficoltà. Alla sala dal battimano generoso, la cantante aveva ricordato che per lei hanno scritto Andrew Lloyd Webber e Tim Rice, Doc Pomus e Mort Schuman (quelli di ‘Viva Las Vegas’ e ‘Suspicious mind’), aveva ricordato la messe di vinili che fanno di lei una delle artiste più collezionate al mondo. La summa di Rita Pavone, dunque. Fino a martedì 4 febbraio 2020, o almeno sino a quando il figlio George le ha scritto ‘Niente (Resilienza 74)’ e lei – ci dice ancora – ne è rimasta «folgorata, perché mi ha riconsegnato alle mie radici, a quello che amavo da ragazza, al mondo di un rock pensato, diverso dal ‘Ge ghe gé’». A quel punto Rita si è detta: “Beh, io la mando, al massimo sarà un altro degli anni in cui mi avranno detto di no».

Ventott’anni, non di più

Alle nostre spalle c’è la ressa che nelle stanze del Roof, dove ognuno fa il suo meglio per sfruttare angoli ciechi, corridoi e terrazze (anche quelle col cartello “È vietato uscire sulla terrazza”). Per Rita Pavone, quarantott’anni dopo ‘Zucchero’ – «Una canzone carina» e niente di più – c’è la ressa che c’è per Amadeus, per Fiorello e per pochi altri.
La stessa domanda, in versione extended, come il 45 giri della Rca Victor: sinceramente, si attendeva questo bagno di folla? «È molto bello quando questo accade. Ma soprattutto sono molto felice di avere visto in sala dei giornalisti stranieri, perché quando io racconto cose che mi sono accadute in Germania, Francia, Inghilterra, sembra sempre che io me la canti e me la suoni. E invece sentire che c’è qualcuno che conferma quello che dico è bello. Sono felice che ci sia questo interesse, vuol dire che ho ancora delle cose da dire».

Le chiediamo se corrisponda a verità la nostra impressione che la macchina dello spettacolo, spietata, imprevedibile, assurda e irriconoscente, si sia persa un ingranaggio ancora perfettamente oliato. E sì, corrisponde a verità, «e ha un bellissimo senso. Io dico sempre che il tempo ha lavorato su di me e i miei anni ce li ho – Rita si passa una mano sul viso –, però se io non guardassi lo specchio di tanto in tanto, dentro mi sento ancora ventott’anni. E questa è la forza mia. Il giorno che mi renderò conto che non è più così...». Il concetto, con un sorriso da perfetto Gian Burrasca, è sintetizzabile così:  «Ragazzi miei, mettevi il cuore in pace, vi romperò ancora le palle per molto tempo».

P.s. Rita, me lo farebbe un autografo?

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