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No, non ci sono lingue migliori di altre. E pensarlo è razzista

Intervista al linguista e neuroscienziato Andrea Moro, autore di ‘La razza e la lingua’, sui devastanti effetti di due diffuse credenze sulle lingue

Le parole sono importanti. Ma la realtà lo è di più – potremmo riassumere così la tesi che Andrea Moro, professore di linguistica generale alla Scuola universitaria superiore di Pavia, espone nel suo ‘La razza e la lingua’ (La nave di Teseo 2019) che presenterà domani, venerdì 31 gennaio, alle 18 alla Biblioteca cantonale di Lugano – insieme a lui anche Lorenzo Tomasin con il suo ‘Il caos e l’ordine’ (Einaudi 2019).

Lingua e razza: un binomio che di solito associamo alle discussioni sul politicamente corretto, sulle parole da evitare – ma Andrea Moro guarda alla radice, del razzismo e del linguaggio. «Il razzismo è certamente una brutta bestia ma se da una parte è facile criticarlo quando si parla di caratteristiche fisiche, dall’altra c’è un tipo di razzismo che viene accettato ma che è più pericoloso, un razzismo che nasce da due idee che se prese singolarmente sono innocue, ma che se abbinate possono essere devastanti».

Quali sono queste due idee?
La prima è che esistano lingue migliori di altre: ad esempio che esistano lingue più adatte alla filosofia e altre invece più adatte a cose concrete, lingue più musicali e altre più aspre… che ci siano lingue geniali e lingue banali. La seconda idea è che a seconda della lingua che parlo io percepisco la realtà in modo diverso e ragiono in modo diverso.Le due idee sono indipendenti, ma se le si abbina immediatamente si costruisce una gerarchia non solo di lingue migliori, ma anche di modi migliori di vedere il mondo e di ragionare. Nel mio libro cerco di dimostrare come mai queste due idee non sono accettabili – utilizzando la linguistica e i nuovi risultati forniti dalla neuroscienza.

Ma, perdoni, non è una preoccupa­zione un po’ astratta, da linguista?
Si potrebbe pensare che sia una fisima da accademici, ma in realtà se si va a guardare nel passato questa è stata proprio la miccia che ha innescato la più tragica azione della storia contemporanea, la Shoah. Se andiamo a guardare i testi della seconda metà dell’Ottocento, troviamo un linguista bavarese di nome Max Müller che in un saggio sul linguaggio parla di una società nobile che vive secondo ideali nobili e parla una lingua nobile. E ‘nobile’, in questa lingua che si sarebbe parlata nelle popolazione stanziali tra Europa e India, si dice ‘ariano’: nel 1864 si salda l’idea della lingua e della razza ariana. La cosa agghiacciante è che i linguisti – compreso Müller – si rendono conto che lingua e razza non c’entrano nulla, però la propaganda politica degli scienziati vicini ai regimi recupera questa idea. E gli Stati moderni utilizzano l’idea della razza ariana come strumento per proposte eugenetiche, fondamentalmente per far fuori le comunità più scomode. E non parlo solo dei criminali nazisti: nel 1924 la Virginia, negli Stati Uniti, promulga le prime leggi razziali.

La gerarchia delle lingue non è quindi una questione marginale.
Secondo me scagliarsi unicamente contro le forme di razzismo che riguardano gli aspetti fisici vuol dire banalizzare il problema. E questo è uno dei motivi per cui ho scritto il libro. L’altro è che quelle due idee – l’esistenza di lingue migliori e che una lingua cambi il modo di percepire la realtà – sono molto accettate e diffuse.

Beh, la seconda qualche anno fa era al centro di un film di fantascienza, ‘Arrival’ di Denis Villeneuve.
E non solo: ci sono filosofi affermati, anche famosi, che continuano imperterriti – e questo lo scriva pure – a sostenere che il greco e il tedesco sono lingue che veicolano meglio la filosofia. Ma questa è una stupidaggine. Pensi che un filologo tedesco, Bruno Snell, ha detto che la capacità della cultura greca di formulare concetti universali era dovuta alla presenza dell’articolo determinativo. Quindi dovremmo buttare a mare tutta la cultura veicolata dal latino, che non ha articoli! È evidente che quello che in una lingua si esprime in un modo in un’altra lingua si esprime in un altro modo.

Però non avere le parole – perché non esistono nella nostra lingua, oppure perché non le conosciamo noi – può essere un problema per esprimere determinati concetti.
Ma come si fa a misurare? Il problema è proprio questo: sulla lingua abbiamo delle impressioni soggettive molto forti, ma come le verifichiamo? Lei parla di difficoltà a esprimersi, ma io non sono a conoscenza di un singolo lavoro scientifico che faccia vedere che quello che si esprime in una lingua non possa essere espresso in un’altra. È evidente che ci possono essere soluzioni lessicali più adeguate, però queste variano da individuo a individuo, non da lingua a lingua. Se lei prende un inglese abituato a coltivare campi, avrà una terminologia per il mondo vegetale molto sofisticata e se gli chiedo di descrivere un turboreattore sarà in difficoltà. Viceversa, un ingegnere aeronautico mi saprà descrivere il reattore, ma di fronte alle zolle di terreno non saprà cosa dire.

È lo stesso motivo per cui un bosco per me è formato da alberi, mentre per altri da faggi, abeti, castagni…
Esattamente – e anche per me è composto da alberi. Ma si tratta di differenze individuali e io non ho mai sostenuto che non ci possano essere differenze a livello individuale: quello che dico è che non ci sono differenze tra una lingua e l’altra. Possiamo trovare una persona con un lessico più adatto a descrivere l’anima piuttosto che i peperoni, ma non esistono lingue in cui non si possano esprimere i concetti di anima e di peperoni.

Però ci sono lingue in cui non c’è la parola ‘peperone’ e si dovrà ricorrere a una descrizione.
Lei abita in Svizzera, stato tri- se non quadrilingue. Come si dice ‘patata’ in francese?

Pomme de terre…
Esatto: una perifrasi. Ma non è che i francesi non avendo la parola ‘patata’ ma chiamandole ‘mele di terra’ non sanno cucinare o rappresentare le patate.

Insomma, al massimo è un problema di espressione, non di percezioni o di ragionamento.
Esattamente. E quando si può misurare la differenza percettiva – ad esempio nei colori – la situazione è clamorosa: anche se la tua lingua ha pochi nomi per i colori, percepisci le sfumature allo stesso modo.

E lo stesso vale, ad esempio, per la filosofia di Heidegger: la possiamo capire anche non sapendo il tedesco. E del resto non tutti i tedeschi capiscono Heidegger.
Giusto: un conto è la differenza individuale, un conto è dire che siccome parli greco o tedesco puoi stare vicino ai concetti supremi mentre un altro che parla italiano o bantu non ci arriva. Questo è un modo di ragionare razzista, solo non a livello fisico ma cognitivo e mentale.

Non c’è una lingua migliore in assoluto, però differenze puntuali sì: pensiamo alla musicalità dell’ita­liano, con l’opera e il belcanto.
Una bella stupidaggine anche quella lì: si immagini a dire a un bambino tedesco che ‘mutter’ non è dolce come ‘mamma’. È che noi ci innamoriamo dei suoni che ci piacciono e li consideriamo migliori.

L’unica differenza misurabile tra le lingue è la differenza di complessità. Purtroppo nessuno è in grado di calcolarla: sono stati fatti fior di convegni e alla fine si vede che non c’è una misura assoluta della complessità, ma solo misure locali. Il sistema verbale dell’inglese è più semplice del sistema verbale dell’italiano (come morfologia, come tempi è tutto un altro discorso). E non è che per un bambino sia più facile imparare una lingua con un sistema verbale semplice: da vari studi si vede che il tempo medio di acquisizione è più o meno identico. Naturalmente è diverso quando sei un adulto e impari una seconda lingua.

Ci colpisce la diversità delle lingue e perdiamo di vista l’unità del linguaggio.
E a dimostrarlo abbiamo anche gli esperimenti fatti con le lingue impossibili. Per la prima volta possiamo vedere come reagisce il cervello a delle strutture inventate. Se le lingue sono tutte “variazioni su un unico tema”, allora di fronte a una lingua che esce da questo tema comune il cervello deve reagire in modo diverso. E così accade. Se prepari una grammatica con regole impossibile, il cervello la memorizza ma non come fatti linguistici: la rete neuronale che tipicamente sovrintende la computazione linguistica si inibisce progressivamente, al contrario di altre lingue inventate che però seguono quel tema unico, restano per così dire all’interno dei confini di Babele.

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