Aprono la giornata due band britanniche, i Fat Dog e soprattutto gli irrefrenabili Idles, che inneggiano più volte alla Palestina e sono capaci di scaldare il pubblico con il loro noise punk. Poi Grohl emerge dalla coltre di fumo rosso con il suo immancabile sorriso beffardo e attacca il riff della granitica, esaltante, "All My Life": bastano pochi secondi perché La Maura esploda. Con buona pace dei residenti di San Siro e Lampugnano. Da quel momento prende il via una maratona di quasi tre ore in cui la band alterna potenza, melodia e una naturalezza che solo i grandi gruppi possiedono. Brani cult come "The Pretender", "Times Like These", "Learn to Fly" e "My Hero" scandiscono una prima parte del concerto da manuale.
Questo dovrebbe essere il tour di Your Favorite Toy, il dodicesimo album della band pubblicato lo scorso aprile. Eppure Grohl vuole privilegiare la storia dei Foos: la scaletta è una celebrazione di trent'anni di carriera. Una scelta che il pubblico accoglie con entusiasmo, trasformando il concerto in una festa collettiva. L'impressione è quella di assistere a una band che continua a divertirsi come agli inizi, pur eseguendo uno spettacolo preparato nei minimi dettagli. Nessuna scenografia monumentale, nessun effetto speciale invasivo: soltanto canzoni, strumenti e una straordinaria intesa con il pubblico.
Nella seconda parte dello show arrivano altri pezzi imprescindibili: "Monkey Wrench", "Best of You", "Breakout" e il manifesto "Everlong" trascinano La Maura con un'intensità che non conosce cedimenti. Tra i momenti più struggenti c'è anche "Aurora", eseguita come ormai accade in ogni concerto in memoria di Hawkins. È il tributo più sentito della serata e assume un significato particolare nel primo live italiano della band senza il batterista che ha contribuito a costruirne il mito.
Per Grohl questo tour rappresenta una rinascita personale. Negli ultimi anni il musicista ha affrontato prove durissime: prima il dolore per la morte di Hawkins, poi le vicende private che nel 2024 lo hanno portato a rivelare pubblicamente di aver avuto una figlia da una relazione extraconiugale, incrinando l'immagine da "bravo ragazzo". Sul palco resta una certezza, nonché uno dei frontman più carismatici della sua generazione, capace di trasformare ogni concerto in un'apologia appassionata del rock. L'ex batterista dei Nirvana ha vissuto più vite artistiche. Prima la morte di Kurt Cobain e la fine del sogno grunge di Seattle, poi la costruzione dei Foo Fighters a metà anni Novanta come simbolo del rock più essenziale e melodico, quindi il lutto per Hawkins e il recente periodo turbolento. Ogni volta è riuscito a rialzarsi. Anche per quei fratelli persi, che non moriranno mai davvero. Come un pugile che incassa colpi ma non va al tappeto. E a Milano lo ha dimostrato ancora una volta: i Foos hanno ricordato che il rock americano ha ancora una band capace di gasare e commuovere il pubblico come poche altre.