L’intervista

Manon Mullener, storie che diventano musica

Incontriamo la pianista friburghese destinataria dello Swiss Jazz Award 2026, da oggi a sabato sui palchi ufficiali di JazzAscona

Già a JazzAscona tre anni fa, nell’ambito del progetto Groovin’Up
(Hammami)
2 luglio 2026
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Torna a JazzAscona da protagonista: tra Cuba ed Europa, il suo jazz raccoglie viaggi, incontri e vite vissute, fino allo Swiss Jazz Award 2026. Pianista e compositrice svizzera, Manon Mullener è oggi una delle voci più interessanti e in crescita del jazz europeo. Originaria di Friburgo, era già passata da JazzAscona tre anni fa nel programma Groovin’Up dedicato ai giovani talenti; torna in un momento decisivo del suo percorso, con tutt’altra visibilità e ancora maggiore maturità artistica. Oggi salirà sul palco Seven per ricevere lo Swiss Jazz Award 2026, riconoscimento di un’ascesa rapida e convincente che l’ha portata sui principali palcoscenici internazionali. Ma al di là dei traguardi, colpisce la sua voce musicale: un linguaggio personale, in continuo movimento, in cui si intrecciano scrittura, interpretazione e produzione.

JazzAscona ti accompagna da tre anni, fino allo Swiss Jazz Award 2026. Che effetto ti fa ricevere questo premio proprio qui?

JazzAscona è un festival davvero speciale per me. Ho suonato qui per la prima volta tre anni fa, nel programma per giovani talenti, e l’estate scorsa ho presentato il mio terzo album Stories. È un luogo che mi accompagna dagli inizi: per questo ricevere qui lo Swiss Jazz Award rende il momento ancora più forte, quasi simbolico.

‘Stories’ è un album pieno di energia e movimento. Per te è più un diario, un film o una festa?

Direi un taccuino di viaggio. Ho la fortuna di girare molto per concerti e questo movimento continuo mi mette in contatto con persone e storie sempre nuove, spesso sorprendenti. A un certo punto ho sentito il bisogno di raccogliere tutto questo e trasformarlo in musica. Stories nasce da lì: racconti che parlano di spiritualità, di lotte di classe, di gravidanze negate, persino di un ladro pentito.

Il tuo jazz unisce groove afro-cubani e lirismo europeo. Da dove nasce questa alchimia?

Sono cresciuta a Friburgo, tra pianoforte classico e jazz, e in casa si ascoltava molta chanson française: da lì viene il mio gusto per il lirismo europeo. Ma c’è anche Cuba. Da bambina ho vissuto per alcuni mesi all’Avana, dove mio padre lavorava come musicista, e più tardi ci sono tornata da sola per un anno. È stata un’esperienza decisiva: quella musica è entrata profondamente nel mio modo di suonare.

Il viaggio è un tema centrale nella tua musica. C’è un luogo che ti ha segnata più degli altri?

L’Avana, senza dubbio. È un posto dove la musica è ovunque e ha un valore reale nella vita quotidiana. Si sente il rispetto che le persone hanno per questo linguaggio: non è solo intrattenimento, è una parte essenziale dell’esistenza.

Sul palco con il tuo quintetto: quanta libertà c’è per l’imprevisto?

La mia musica è piuttosto strutturata: ogni musicista ha la propria parte e sa cosa suonare nei momenti scritti. Ma dentro ogni brano c’è anche uno spazio aperto, dedicato all’improvvisazione. È lì che succede qualcosa di imprevedibile. Mi piace dare ai musicisti una libertà totale in quei momenti, e sono felice di poter condividere il palco con artisti così forti.

Quando componi, da dove parti? Dal pianoforte o da un’idea sonora?

Dalla voce, quasi sempre. Spesso le melodie mi arrivano mentre cammino o addirittura mentre sogno, e la prima cosa che faccio è cantarle e registrarle sul telefono, per non perderle. Solo dopo mi siedo al pianoforte per svilupparle. L’arrangiamento arriva in una fase successiva.

Se non fosse il pianoforte, quale strumento sarebbe diventato la tua voce?

Mi affascinano molto gli strumenti ad arco, per il modo in cui lavorano sul suono. Forse il violoncello.

Ti senti parte di una nuova generazione del jazz europeo o segui soprattutto un percorso personale?

La musica è sempre qualcosa di profondamente collettivo. Certo, c’è tanto lavoro personale sullo strumento, disciplina, ricerca – ma nessuno cresce da solo. Io ho avuto insegnanti e mentori fondamentali, come Colin Vallon o César Correa, che mi hanno dato fiducia fin da giovanissima. E poi ci sono i colleghi, gli incontri, tutta la musica che viene da prima di noi. In fondo è questo: una grande famiglia.

Manon Mullener sarà a JazzAscona fino al 4 luglio sui palchi ufficiali. Il 5 luglio al ristorante Buca19

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