L’intervista

Shayda, donna coraggio

In Piazza Grande, il film della regista iraniano-australiana Noora Niasari. L’abbiamo incontrata, con Zar Amir Ebrahimi, al Belvedere

Zar Amir Ebrahimi con la piccola Selina Zahednia
(©Jane Zhang)
12 agosto 2023
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La storia di Shayda è personale. E universale. È la vicenda, comune a tante donne, di chi è costretto a fare i conti con una mentalità patriarcale che schiaccia i diritti e soffoca le libertà. È una storia femminista che mette in discussione non solo la mentalità di un paese, ma critica un costrutto maschilista oppressivo, subìto, purtroppo, da tante donne nel mondo. Perché la violenza maschile non ha nazionalità, non è propria a un regime politico o religioso, né al grado di istruzione.

‘Shayda’ è nome proprio ed è il titolo del film di Noora Niasari scelto per chiudere questa sera le proiezioni della Piazza Grande (dalle 21), quando si svolgerà anche la cerimonia di chiusura della 76esima edizione del Festival (in seconda serata, la proiezione di un film a sorpresa scelto dal presidente uscente Marco Solari, come saluto).


© Keiran-Watson Bonnice
Noora Niasari

Nata a Teheran e residente a Melbourne (in Australia), Niasari è scrittrice, regista, produttrice e cofondatrice di Parandeh Pictures. Messo da parte un futuro nell’architettura, la giovane donna si dedica al cinema affascinata dai suoi linguaggi e dalle sue possibilità espressive. Di là di ‘Shayda’, che è il suo primo lungometraggio, la cineasta viaggiando per il mondo ha realizzato documentari in Galles, Libano e Cile, dove – si legge nella sua biografia su www.nooraniasari.com – ha realizzato ‘Casa Antuñez’ (2017, nominato per il New Talent Award allo Sheffield Doc/Fest). Fra i titoli che ha prodotto ci sono ancora i corti ‘Waterfall’ (2017, sviluppato nel contesto di un laboratorio con Abbas Kiarostami) e ‘Tâm’ (2020).

Una storia universale

Il profondo e urgente film australiano (con Cate Blanchett fra i suoi produttori, che, dando sostegno agli scioperanti a Hollywood, ha declinato l’invito a presenziare a Locarno) è stato presentato in prima mondiale al Sundance Film Festival 2023, dove ha vinto il Premio del pubblico nella competizione World Cinema Dramatic.

Nel suo lungometraggio (in inglese e farsi) ambientato in Australia a metà anni Novanta, Niasari racconta le vicissitudini della giovane madre iraniana Shayda – interpretata dalla brillante attrice franco-iraniana Zar Amir Ebrahimi, vincitrice del premio come miglior interprete femminile per il film ‘Holy Spider’, al festival di Cannes 2022, nonché membro di Giuria del Concorso internazionale a Locarno76 – e di sua figlia Mona (Selina Zahednia), dopo la separazione dal marito e padre Hossain (Osamah Sami). Madre e figlia sono costrette a rifugiarsi in una casa d’accoglienza gestita da Joyce (Leah Purcell), dove riparano le donne vittime di violenza. Shayda è una donna coraggiosa e forte – lo è per lei e per la figlia di sei anni –, animata da un forte spirito di resilienza.

La trama – autobiografica – disegna e racconta con emozione e drammaticità un cammino (anche intimo) verso la libertà e l’emancipazione, minato dalla figura dell’aggressivo marito, dalla comunità di origine e dalla famiglia di Shayda, obnubilata da una mentalità ristretta che vorrebbe mettere a tacere voci e maldicenze scatenate dalla separazione. È un film, in sostanza, che celebra il coraggio delle donne che lottano per la libertà e per i loro diritti inalienabili.

Everybody’s Free

Il racconto è carico di simboli e rituali: dal cibo e i suoi significati, al ballo come espressione di libertà – non a caso uno dei pezzi scelti come brano della colonna musicale è l’hit ‘Everybody’s Free (To Feel Good)’ di Rozalla –, al Nowruz (il capodanno persiano), ricorrenza che evoca rinnovamento, cambiamento. Espedienti narrativi che sostengono, su un piano altro ma non meno essenziale, la vicenda delle protagoniste. Sono anche elementi che ancorano Shayda alla sua cultura d’origine: la decisione presa di lasciare il marito, nella comunità d’origine soprattutto, è mal recepita ed è quindi una situazione potenzialmente sradicante. Shayda è costretta a decidere allora fra salvare sé e sua figlia da una quotidianità violenta per essere libera, vivendo in pace, oppure subire quella situazione per non essere ripudiata dalla sua gente, continuando a osservare dogmaticamente una legge prestabilita e misogina.


© Jane Zhang
Ballare per sentirsi libere

Le questioni sollevate dalla regista sono tante e sempre (ahinoi) attuali, mostrando anche come il sostegno e la comprensione fra donne siano un motore non indifferente per reagire e non mollare.

Ieri, all’Hotel Belvedere, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con la regista e l’attrice protagonista (Z.A.E.), che qui presentano il lungometraggio in prima europea:

Noora, questo film racconta la sua esperienza personale, sua e di sua madre. È stato difficile decidere di metterla in gioco? Cosa rappresenta?

Cinque anni fa ho chiesto a mia madre di scrivere un libro di memorie e lei ci ha lavorato per sei mesi. Erano tantissime pagine. Molte parole: io le ho prese e ho scritto la prima stesura della sceneggiatura. Questa è una storia che è sempre stata dentro di me. Ho messo in gioco i miei ricordi e sì, è stato molto difficile, molto impegnativo lavorarci, non me lo sarei mai immaginato. Ma mi sento sollevata per aver scalato quella montagna e di essere ora dall’altra parte e poter condividere la mia storia con il pubblico.

Nel film, Shayda taglia i capelli due volte segnando di fatto una tripartizione nella storia, ma anche un’evoluzione del suo personaggio. Che significato ha quell’azione?

Cosa pensa voglia significare?, credo che ogni spettatore ne trarrà significati diversi. Ma tagliare i capelli può essere emblema di tante cose: è una rinascita, è un lasciarsi andare, è una scoperta. Un nuovo senso di sé, vedendosi sotto una nuova luce...

Noora, diceva che è nata a Teheran, ma è cresciuta in Australia. Dove si sente a casa?

Da che sono nata, sono tornata per la prima volta in Iran quando avevo 19 anni e ho pensato: “Ora mi sentirò a casa, proverò quella sensazione lì”. Ma così non è stato. Ci si sente sempre stranieri, sia al proprio Paese di origine, sia in quello d’accoglienza… Ci sono momenti in cui mi sento a casa, come quando sento il profumo di un cibo che conosco e che mi ricorda la casa di mia nonna… (la memoria come casa; ndr). Col tempo, ho capito che si tratta di ricercare quella sensazione dentro di me e nelle persone che scelgo di avere accanto (come gli amici, i partner). Parrà un po’ hippie, ma è così.

‘Shayda’ è dedicato a sua madre e alle coraggiose donne iraniane, come legge l’attualità del suo Paese d’origine? E lei, Zar?

Mentre stavamo terminando il film, in Iran è scoppiata la Rivoluzione delle donne (‘Donna, vita, libertà; ndr): eravamo tutti fiduciosi e al contempo ci si spezzava il cuore al pensiero degli spargimenti di sangue e del dolore; al pensiero del sacrificio di donne e giovani. Credo che il coraggio delle donne iraniane sia oggi evidente a tutto il mondo, io sono cresciuta sentendo parlare mia madre dell’animo, dell’audacia di quelle donne e questo è uno dei motivi per cui ho fatto questo film. Il mio cuore è con loro.

Z.A.E.: Tre anni fa, questa rivoluzione non la potevamo neppure immaginare, ma si è scatenata. È successo perché le donne hanno ricacciato le loro paure e gli uomini si sono stretti al loro fianco per lottare insieme, sostenendosi le une con gli altri, anche se non sempre li si vede per strada. Le agitazioni, la resistenza mettono a rischio la loro vita, ma loro lo fanno lo stesso, perché non hanno più paura.


© Jane Zhang

Conversazione pubblica

Oggi, inoltre, la sala del GranRex ospita alle 17.15 una conversazione pubblica (in inglese) intitolata ‘Iranian Woman and Iranian Cinema’ con la regista Niasari e l’attrice Ebrahimi, moderata da Donatella Della Ratta.

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