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L’intervista
laR
 
15.08.2022 - 15:43
Aggiornamento: 17:05

Martin Suter, triviale come una libellula

Documentario atipico, ‘Alles über Martin Suter. Ausser die Wahrheit’ ha chiuso il Festival. Lo scrittore svizzero parla di sé (e risponde alla NZZ...)

di Tommaso Soldini
martin-suter-triviale-come-una-libellula
Locarno Film Festival
Martin Suter

Martin Suter è lì che risponde alle domande di una giornalista, io aspetto il mio turno, osservo i movimenti del suo corpo magro, la schiena che si allontana e si avvicina all’interlocutrice. Sono tante le persone che lavorano qui intorno, addetti stampa del festival, del documentario che passerà stasera in piazza grande. La loro fibrillazione è una nota distorta rispetto alle movenze lente di quest’uomo da mezzo milione di copie a romanzo. O forse no. Forse Martin Suter serve, bagnarlo nella folla fa bene a lui e fa bene a chi lo mostra al pubblico come un animale raro, lo scrittore svizzero più conosciuto nel mondo.

Ho da subito la sensazione, mentre ce l’ho qui a mezzo metro, il collo in avanti verso il tavolino basso, lo sguardo azzurro quasi diafano, che in lui cerchino armonia due anime molto distanti: quella che non disprezza gli incontri pubblici e quella che, invece, non vede l’ora di lasciarsi il mondo glamoroso alle spalle. Quando glielo chiedo, lui abbassa un attimo le palpebre, ma subito si ritrova, perché non ha paura di ammettere che essere al centro, un poco venerato, gli garba. Soprattutto quando sa e riesce a controllare le cose. Durante i festival letterari o cinematografici, durante i concerti, quando vengono cantate le sue canzoni e lui accompagna la musica con l’armonica a bocca. Ma essere uno scrittore è un fatto che comporta solitudine. È così, e lui è uno scrittore, uno che trova ispirazione nel lavoro, meticoloso e costante. Quasi mai nelle passeggiate sotto le piante.


Locarno Film Festival
Sul red carpet

Lo guardo, Martin Suter è un uomo gentile, ti accorgi che è un anziano che non lo dà a vedere, forse perché non lo nasconde. Ha una tragedia dentro, e anche di questa non fa mistero, come se essere disposto a parlarne fosse il modo migliore per censurare chi ti sta di fronte. Ci arriviamo ugualmente, durante la nostra chiacchierata a tempo, un tempo scandito dalla macchina del Festival perché lui, all’inizio, mi dice che sono l’ultimo, che possiamo prendercela comoda. Suter ammette che i suoi personaggi sono simili a lui, simili forse a tutti noi, serrano una malinconia dentro, un trauma di cui sono o non sono consapevoli. Ma c’è. È questa consapevolezza che gli permette di voler loro del bene, anche a quelli meno simpatici o positivi.

Mentre mi spiega della necessità per lui di conoscere i finali delle proprie storie, prima di iniziare la stesura del romanzo, della danza della tensione, fatta di rallentamenti e accelerazioni, volti a condurre i lettori su un cammino così artificioso da sembrare naturale, mi accorgo che la persona che ho di fronte teme più la noia delle domande scomode. Provo a dirgli che sì, va bene i best seller, mi colpisce però che né lui né il suo film parlino di altri libri, di altri autori, come se il piccolo mondo Suter fosse autosufficiente, immune dal bisogno di nutrimento letterario. Non è che non legga, mi risponde, sono centrato sulla mia produzione, questo sì, sulle storie che ho da raccontare, in una lotta contro il tempo. Gli altri mondi mi distraggono, mi invadono, sono troppo. Ecco, è questa, penso, la sua cifra. Ti dice le cose con semplicità e leggerezza, come una libellula svolazza sullo stagno che è la vita, un po’ per necessità, un po’ per piacere, portando con sé un alone di mistero. Capisco che insistere, dirgli ma insomma, ci saranno degli autori che, non porterebbe a un cambio di rotta, perché Suter ha storie sue, non fa la corsa sugli altri, non sembra essere in competizione con. E poi risponde alle domande in modo lento, pacato, senza disturbare. Anche lui, magari, come i suoi romanzi, cerca di sospendere il tempo.

Si diverte quando immagina un cittadino, così lo chiama, che sale sul treno, diciamo a Ginevra, apre l’ultimo Allmen e si ritrova a Zurigo, a casa, perché tra le pagine si è scordato il dove, il quando, forse persino il chi. Il romanzo lo ha reso inutile per tutta la durata della lettura. Questo sì è un fatto sovversivo, conclude tirando su la schiena. Sorride adesso, quasi eretto, forse perché se l’è cavata bene, con una frase che, non lo nascondo, anche a me è piaciuta.

Martin Suter è vestito come un latifondista dei primi del Novecento, per non dire come un manager pronto a demolire le officine di Bellinzona, ma adesso, per un attimo, mi sembra somigliare a Fitzcarraldo, perché c’è della sognante follia che sfavilla, quando scivoliamo nella letteratura che sa mettere le mani nel proibito.


©DCM Film Distribution
Istantanea da ‘Alles über Martin Suter. Ausser die Wahrheit’

Passa l’altissima e infiorata addetta stampa, con la mano aperta. Io credo che stia salutando, invece segnalava fünf minuten, una cosa che ci imbarazza tutti e tre, perché gli incontri umani a tempo, pur rispondendo a necessità comprensibili, restano più vicini alla prostituzione che all’amicizia. Guardo la mia cartelletta nera e lascio che nel cervello risuoni la frase cliché. Quindi gli parlo di Roman Bucheli, l’autorevole critico della NZZ che, nel film ‘Alles über Martin Suter’, paragona i suoi romanzi agli hamburger di McDonald’s. Sai già che gusto hanno. La gente li compra perché lui li sa scrivere, non c’è dubbio, ma perché sono triviali. Lo scrittore abbassa ancora una volta la testa, si guarda i piedi ben calzati, per poco. Eccolo ritornare a guardarmi, con quella stessa limpidezza che non cela il dolore. Deve dirmi, Bucheli, che cosa intende con la parola triviale; sta tutto lì; perché se il suo contrario fosse, che so, educativa, seria, noiosa… allora, je te le dis, non mi darebbe così fastidio. D’altronde, aggiunge, battendosi docilmente la mano sulla spalla, ieri la stessa NZZ ha pubblicato un articolo in cui Peter von Matt dichiara che Martin Suter ist kein Trivialautor.

Quindi da oggi è anche lei un autore noioso, gli dico mentre ci alziamo, scortati da Andrea, che si è divertita a sentirci usare il francese, il tedesco, lo spagnolo. Sono solo alcune delle lingue in cui compaiono le storie di Martin Suter, penso. Storie come libellule, che leggere e triviali svolazzano sullo stagno che è la vita. Alla caccia meticolosa di bellezza e di mistero.

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