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L’INCONTRO
14.08.2022 - 14:00
Aggiornamento: 15.08.2022 - 10:45

Per fare cinema: trovare la propria strada e lottare

Kelly Reichardt, la regista ‘libera e coraggiosa’ è stata insignita del Pardo d’onore. Testimone della contemporaneità, narratrice in punta di piedi.

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©Locarno Film Festival
Il Pardo d’onore a Kelly Reinhardt

«La mia intenzione non è fare film politici. Ma tutto è politica». Partiamo da una contraddizione che lasciamo qui, a decantare. Col suono delle campane che segnano le undici, sotto una pergola carica di uva che distilla pezzi di cielo, incontriamo, insieme ad altri giornalisti, la regista statunitense Kelly Reichardt che il Locarno Film Festival ha insignito del Pardo d’onore Manor, per il suo essere "protagonista di un cinema libero, indipendente e coraggioso". Domattina, lo Spazio Cinema ospiterà una conversazione pubblica, che si prospetta altrettanto densa come il momento dedicato alla stampa oggi, discutendo soprattutto dei suoi film, che indirettamente parlano di un contesto cinematografico statunitense non per forza fertile al cinema indipendente e alle donne.

Locarno ha già potuto conoscere la regista nell’edizione del 2020, quando Reichardt ha preso parte alla giuria che allora valutava i progetti internazionali di ‘The Films After Tomorrow’. Durante quella edizione, la numero 73, era stato scelto come film d’apertura quello che allora era il suo film più recente: ‘First Cow’ (2019), basato sul romanzo ‘The Half-Life’ che Jonathan Raymond, scrittore con cui collabora da diversi anni, ha pubblicato nel 2004.

‘Faccio film quando posso’

Narratrice di storie di solitudine, alienazione, di paesaggi metafisici e simbolici immersi in atmosfere placide, Kelly Reichardt è nata a Miami (in Florida) a metà anni Sessanta. Sin da piccola sviluppa la passione per la fotografia che sperimenta con la fotocamera del padre: un apprendistato da autodidatta che in una qualche maniera deve aver influito sul modo di osservare e raccontare il paesaggio americano. Alla School of the Museum of Fine Arts di Boston consegue il master e a vent’anni debutta con il suo primo lungometraggio ‘River of Grass’ (presentato al Sundance e alla Berlinale): è il 1994. Cinque anni più tardi presenta il mediometraggio ‘Ode’, dopodiché entra in un lungo silenzio, nonostante i favori della critica e la partecipazione a celebri festival. Non per assenza di creatività, il silenzio è principalmente dovuto alle strutture di potere che assoggettavano (e assoggettano?) l’industria cinematografica negli States. Un’industria sessista e discriminante, ben poco generosa nei confronti delle registe, tanto che per avere un reddito fisso Reichardt insegna: «Ai miei studenti racconto le lotte che ho dovuto combattere per fare film, quando sembrava impossibile farne. Loro invece sono confrontati oggi con la produzione massiva: tutti fanno film. Bisogna trovare la propria strada e lottare». Una strada tuttavia ancora in salita visto che in un’intervista la regista ha dichiarato che l’insegnamento le permette di vivere e, risparmiando, "faccio film quando posso".

Per il secondo lungometraggio, dal primo dovranno passare ben dodici anni quando esce ‘Old Joy’ (2006). Dal 2008, inizia il sodalizio con l’attrice Michelle Williams protagonista di ‘Wendy and Lucy’ (dello stesso anno). In seguito arriveranno due corti ‘Travis’ e ‘Then a Year’ (2009), e i lungometraggi ‘Meek’s Cutoff’ (2010), ‘Night Moves’ (2013), ‘Certain Women’ (2016), ‘First Cow’ (2019), il corto ‘Owl’ (2019) e il recente ‘Showing Up’ (2022), che ha concorso alla Palma d’oro nella 75esima edizione del Festival di Cannes, dove è stato presentato in anteprima.

Estetica minimalista

Kelly Reichardt, dalla critica, è definita regista di un cinema minimalista – soprattutto nelle azioni e nei dialoghi – che racconta le storie di personaggi ai margini della società, abitanti di piccole comunità locali, rifiutando i processi creativi e commerciali della cinematografia mainstream. Dal punto di vista estetico i suoi film (girati in larga parte in Oregon) sono accostati alle opere del neorealismo italiano. Reichardt, dal canto suo, ha definito le sue opere come "scorci di persone che passano. Un film è, essenzialmente, una serie di rivelazioni. Non mi interessa riassumere tutto. È tutto là fuori". Questa attitudine fa di lei una cronista della quotidianità del suo paese, che schiaccia le persone (e i suoi personaggi) fra il sogno americano e l’impossibilità di realizzarlo. Western, thriller, road movie, dramma… i generi narrativi in cui si muove Kelly Reichardt sono quelli classici, sennonché la regista, prendendone i tratti distintivi, li reinventa tentando di portarli in "territori nuovi e inesplorati", per raccontare le questioni contemporanee. Il suo lavorio scompone, elabora i materiali "curando ogni gesto come fosse parte essenziale del discorso".

Chiudiamo con le motivazioni date dal direttore artistico del Festival, Giona A. Nazzaro, in occasione dell’assegnazione del Pardo d’onore: "Interpretiamo il 75esimo anniversario del Festival non solo come un’occasione per voltarsi indietro, ma come un’opportunità per immaginare il futuro. La scelta di omaggiare Kelly Reichardt, segno di un cinema contemporaneo, in pieno svolgimento, partecipa al desiderio di guardare avanti, abbracciando le diversità e i cambiamenti. Espressione della capacità inesauribile del cinema statunitense di reinventarsi, Kelly Reichardt è oggi, forse, la cineasta più appassionante in attività".

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