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laR
 
12.08.2022 - 08:31
Aggiornamento: 18:13

Il sesso, i sessi, in concorso

Valentin Merz e ‘De noche los gatos son pardos’, premio LGBT (se ci fosse), e ‘Piaffe’, fiction d’esordio di Ann Oren

di Ugo Brusaporco
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‘De noche los gatos son pardos’

In attesa di ‘Hikayat elbeit elorjowani’ (Tales of the Purple House) di Abbas Fahdel, ultimo atteso film in competizione per questo Festival di Locarno che corre verso un meritato riposo per tutti, è stata un’edizione densa, resa ancor più densa dalla bella retrospettiva dedicata a Douglas Sirk. In Concorso quindi due film: ‘De noche los gatos son pardos’ (Di notte tutti i gatti sono grigi), film svizzero firmato da Valentin Merz alla sua opera d’esordio, che punta di sicuro, se ci fosse, a un premio LGBT, e ‘Piaffe’, prima fiction per la film maker e visual artist israeliana, ma ormai stabile a Berlino, Ann Oren. Due opere prime che hanno in comune un forte indirizzo sessuale, che ne determina il dettato e lo sviluppo anche in termini di linguaggio cinematografico, molto determinato nel film della Oren, a verso libero in quello di Merz.

‘De noche los gatos son pardos’. Il titolo spagnolo nel film svizzero è dovuto al fatto che parte del film è ambientato in Messico. Si tratta di un film di fiction che viene mischiato con il suo backstage, in un gioco di specchi dove la comprensione è l’ultimo problema; ci sono anche gli zombie a far confusione. Il film comincia facendoci conoscere il regista, che anche nella fiction è Valentin Merz, ma lo chiamano solo per nome i suoi amici e le sue amiche che sono gli attori; li vediamo su un set naturale ai margini di un buio bosco, trionfa l’amore omosessuale, gioioso e sguaiato e anche in parte autocensurato. Tra riprese riuscite o meno, il film si porta avanti fino alla scomparsa di Valentin. Lo cercano tutti, anche la polizia, lo trovano morto, cosa che rattrista molto il suo compagno nel film, che con l’aiuto di un altra persona ruba il cadavere di Valentin e va a bruciarlo su una pira. Rendendo vane le ricerche di due strampalati impiegati delle pompe funebri che se ne girano nudi per la foresta. Per dimenticare il dolore l’amante va in Messico da una fattucchiera per ritrovare l’anima di Valentin. Ci si chiede a cosa serve tutto se non a un gioioso e personale farsi un film tra amici. Ma forse non basta per un concorso.

‘Piaffe’ invece è decisamente molto più costruito, le immagini sono perfette, la narrazione pulita, il tema surreale. La regista ci fa conoscere Eva (Simone Bucio), che si trova a sostituire un rumorista che stava lavorando alla pubblicità di un medicinale e che è stato preso da un esaurimento nervoso. La pubblicità ha come protagonista un cavallo e i vari rumori determinati dai movimenti dell’equino, oltre al trottare o agitarsi nella stalla, dal suo mangiare, dal masticare il morso. Eva prova una prima volta, ma il risultato è pessimo per i committenti. Ci riprova, s’impegna a tal punto che dal fondo della spina dorsale le spunta una coda equina, che subito la preoccupa ma presto diventa suo vanto e attrazione erotica per il botanico che si eccita nel toccarla, provocando altrettanta eccitazione in lei. Naturalmente ora i suoni vanno bene per la farmaceutica. I due amanti litigano e… Il gioco surreale è chiaro ma non giustifica la pochezza del racconto, troppo flebile; la coda, se subito è una sorpresa, poi diventa banale. Si poteva fare di più. E ora aspettiamo l’ultimo film e i premi.

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